Il fronte della Guerra Fredda

È stato presentato il 6 luglio scorso presso il Cineporto di Bari il film-documentario “Murge, il fronte della Guerra Fredda” del regista torinese Fabrizio Galatea. È un documento che, oltre al pregio della qualità cinematografica per l’intelligente regia e per la fotografia di Francesco Di Pierro, ha un valore storico straordinario. Forse è la più importante pagina di storia di questa sconosciuta regione che è l’altopiano delle Murge.

Narra l’incredibile vicenda, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dello schieramento degli Jupiter, missili NATO a testata nucleare rivolti contro i paesi comunisti del Blocco di Varsavia. Si trattava di trenta missili armati con bombe atomiche ognuna delle quali cento volte più potenti di quelle che distrussero Hiroshima e Nagasaki. Gli Jupiter dislocati sulle Murge erano ben più offensivi degli altri missili NATO installati in Inghilterra e in Turchia, potendo colpire contemporaneamente tutti i più importanti obiettivi strategici e le città sovietiche di Mosca e Leningrado.

Poteva venire dalle Murge l’impulso che avrebbe innescato il terzo conflitto mondiale? Poteva scoccare di qui la scintilla che avrebbe dato inizio all’olocausto nucleare? Il regista Fabrizio Galatea su questo tipo di argomenti si schermisce: la storia non può farsi sulle ipotesi e su quello che sarebbe potuto accadere. Ma dalla visione del film, grazie anche a importanti testimonianze militari, emerge che questo rischio fu molto concreto. E che quando si era ormai a un passo dalla fatale decisione di “girare la chiavetta” per dare inizio al bombardamento atomico, con conseguenze devastanti a livello planetario, qualcuno riuscì a scongiurare miracolosamente l’apocalisse.

Ettore Bernabei, all’epoca dei fatti direttore generale della RAI, racconta di essersi trovato, per una pura coincidenza, a Washington DC nell’ottobre del 1962, proprio nei giorni della crisi dei missili scaturita dalla decisione sovietica di installare basi missilistiche a Cuba. Racconta Bernabei che era stato convocato nei USA per ragioni legate al suo ufficio: l’assegnazione delle frequenze tv via satellite. Era in riunione nella sede del meeting, una sala che aveva le caratteristiche di un cinematografo più che di luogo di riunioni, quando sopraggiunse un funzionario del Dipartimento di Stato ad annunciare che l’ordine del giorno dell’incontro era stato improvvisamente mutato per fatti di estrema gravità. Riferisce Bernabei che in quella sala furono proiettate delle immagini che mostravano e provavano la presenza, sul territorio cubano, di basi missilistiche che minacciavano la sicurezza degli Stati Uniti. Le immagini sarebbero state riprese da aerei di ricognizione e da un satellite orbitale.

Il racconto di Bernabei andrebbe chiarito in alcuni punti come quello dell’utilizzo dei satelliti geostazionari. Il direttore generale della RAI non poteva nel 1962 partecipare a un meeting per l’assegnazione delle frequenze tv se il primo satellite progettato per le telecomunicazione sarà mandato in orbita soltanto l’anno successivo. Come non potevano essere state scattate dal satellite le immagini delle basi missilistiche di Cuba; e, del resto, non ci sono riscontri nella storiografia dove si parla piuttosto di riprese aeree, eseguite con i noti Lockheed U-2 da ricognizione. Se si dovesse mettere in discussione questo aspetto della ricostruzione, Bernabei non potrebbe sostenere di essere stato coinvolto “casualmente” nella crisi di Cuba. Probabilmente dietro al suo viaggio a Washington DC c’era una precisa missione con un esplicito mandato. Ma questo è un aspetto, tutto sommato, secondario.

Nel dibattito seguito alla presentazione del film, cui sono intervenuti alcuni protagonisti della vicenda, non è mancato chi ha voluto sottolineare qualcuna di queste incongruenze o addirittura i riflessi che questa storia continua ad avere sull’attualità della storia regionale. Giustamente, il regista Galatea ha precisato che il compito di un documentario storico è quello della ricostruzione storica e non un giudizio sull’attualità. Ma sono ugualmente interessanti queste osservazioni che richiamano a un ulteriore approfondimento storico.

C’è stato, per esempio, qualcuno che alla fine della proiezione ha voluto collegare la vicenda dei missili Jupiter a un altro evento di grande portata storica per il territorio compreso tra la Puglia e la Lucania: la decisione dell’Arcivescovo di Bari di allontanare dalla processione di San Nicola, nel maggio del 1960, il sindaco della città di Bari per effetto della “scomunica” comminata dal Vaticano contro i comunisti. Per la verità, il sindaco di Bari Giuseppe Papalia non era comunista ma socialista con un passato peraltro nel Partito d’Azione, ma l’Arcivescovo Nicodemo ritenne di potersi avvalere della nota esplicativa di Giovanni XXIII che estendeva gli effetti della scomunica anche a chi “collaborava” con i comunisti. A questo proposito, come si diceva, nel corso del dibattito qualcuno ha fatto notare che in realtà la decisione dell’Arcivescovo barese sia scaturita da una circostanza ben precisa. Il sindaco Papalia, secondo costoro, si sarebbe presentato alla processione di San Nicola esibendo l’immagine della colomba della pace; una chiara allusione alle operazioni di dispiegamento dei missili Jupiter, ultimata proprio in quei giorni, ad Acquaviva delle Fonti, ad Altamura, a Gravina in Puglia, a Spinazzola, a Irsina, a Matera, a Laterza, a Mottola e a Gioia del Colle, dove vi era anche la base della 36aaerobrigata dell’Aeronautica Militare, il quartier generale dell’Operazione Deep Rock targata NATO.

L’Arcivescovo Nicodemo, nella diocesi del quale ricadeva Gioia del Colle, era perfettamente consapevole del rischio che una processione religiosa come quella di San Nicola potesse assumere facilmente le caratteristiche di una manifestazione con richiami pacifisti che erano estranei al carattere religioso dell’evento – l’Arcivescovo era particolarmente attento a questioni attinenti al protocollo. Da ciò sarebbe scaturito il tono drastico del provvedimento vescovile di applicazione della scomunica.

Questa nuova lettura del caso Papalia potrebbe trovare qualche conferma concreta, se si pensa al fatto che l’Arcivescovo Nicodemo era appena rientrato da una visita alla 36aaerobrigata, dove aveva impartito una benedizione agli avieri. E forse questa “benedizione” aveva suscitato qualche reazione tra i pacifisti. Sebbene Nicodemo sia stato fermo nella condanna del sindaco di Bari, nello stesso tempo però, come si apprende dal suo diario, si affrettò a cercare un contatto con il Comandante delle Forze della NATO, di stanza a Taranto, che si presentò presso l’arcivescovado barese pochi giorni dopo l’incidente Papalia.

Partì forse di qui l’attivismo della Chiesa cattolica – Nicodemo era un vescovo molto influente – che portò poi Giovanni XXIII ad avere un ruolo determinante nella soluzione della crisi dei missili, nota generalmente come Crisi di Cuba ma che, invece, aveva forse nell’altopiano delle Murge il suo teatro principale. Una conferma proviene dalla testimonianza di Ettore Bernabei che nell’intervista a Giorgio Dell’Arti, pubblicata nel libro “L’uomo di fiducia”, dichiara: «Vede, la questione stava in questi termini: i russi probabilmente avevano inventato la minaccia dei missili a Cuba per avere qualche contropartita. Potevano anche ritirarsi, ma non potevano perdere la faccia. Gli Stati Uniti dovevano perciò dare qualcosa in cambio per il ritiro da Cuba e questo qualcosa stava forse in Italia, perché gli americani avevano dei missili in Puglia e quei missili erano puntati contro l’Unione Sovietica».

Non deve sembrare strano che a questo punto, in una questione nella quale si decidevano i destini del mondo intero, si siano accesi i riflettori sulla regione murgiana e sia entrato in scena Ettore Bernabei, nella duplice veste di uomo di fiducia del presidente del Consiglio Amintore Fanfani e di persona legata alla Segreteria di Stato di Giovanni XXIII. John F. Kennedy, come primo presidente cattolico degli USA non si sentiva estraneo alle preoccupazioni della Chiesa e, inoltre, aveva grande considerazione del presidente Fanfani. Fu infatti studiando il saggio di Amintore Fanfani, “Cattolicesimo, protestantesimo e capitalismo”, che John Kennedy aveva deciso di “scendere in campo”. Il particolare fu rivelato a Fanfani dallo stesso Kennedy nel corso dell’incontro alla Casa Bianca tenuto nel 1961.

Grazie a queste fortunate circostanze, non deve essere stato difficile per Bernabei, trovandosi a passare “casualmente” davanti alla Casa Bianca, introdursi nell’anticamera della sala dove era riunito il Consiglio di sicurezza di Kennedy alle prese con la crisi dei missili. Bernabei dice di essere riuscito anche a consegnare ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del presidente, una nota di Fanfani, dietro cui non si può non vedere l’ispirazione della Santa Sede, e che aveva l’obiettivo di trovare uno sbocco pacifico alla crisi.

La mossa di Bernabei si rivelò decisiva e Schlesinger Jr. si mostrò particolarmente sensibile, probabilmente per le sue frequentazioni con uno studioso pugliese come Gaetano Salvemini, amico di famiglia e che proprio il padre Arthur Schlesinger Sr. aveva voluto all’Università di Harvard. Pare, tra l’altro, che Salvemini abbia avuto un ruolo determinante nella definizione della dottrina Kennedy della Nuova Frontiera. Tutto questo potrebbe spiegare il fatto che la missiva di Bernabei e la questione dei Jupiter installati sulle Murge furono valutate con la massima attenzione. Tant’è che, stando a quanto riferisce Ettore Bernabei, «a un certo punto da una porta entrò Schlesinger. Io avevo letto la sua storia dell’america e pensavo che fosse un secchione con l’aria da professore. Invece era un omettino piccolo, gioviale, con una camicia giallo canarino. Lui vide che ero sorpreso e si mise a ridere: “L’ha colpita la mia camicia” disse, “ma sa, siccome non si riesce a fare il week-end, ci consoliamo venendo in ufficio con gli abiti del sabato e della domenica”. Ridemmo, poi venne subito al tema: “Lei può dire che quella proposta è definitivamente approvata. Ritiro di tutt’e due le parti. Puglia e Cuba”.»

In quel momento l’attacco dell’URSS agli “aranceti” pugliesi – come disse ChrušÄÑ‘v – era ormai certo. Pertanto, perché fosse scongiurata una catastrofe che avrebbe distrutto l’Europa e forse il mondo intero, fu necessario che Kennedy impartisse agli americani il folle ordine di non far partire gli Jupiter nemmeno di fronte all’aggressione sovietica. Il presidente americano e il suo ministro della difesa dichiararono a Fanfani di aver temuto concretamente che le basi delle Murge «il 28 ottobre venissero bombardate, provocando la ritorsione nucleare USA».

Kennedy, da quel momento, dirottò la ricerca spaziale verso scopi pacifici, secondo quanto aveva annunciato nel memorabile discorso del maggio dell’anno precedente: «Credo che questa nazione dovrebbe impegnarsi a raggiungere l’obiettivo, prima che finisca questa decade, di fa atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Nessun singolo progetto spaziale in questo periodo sarà più impressionante per l’umanità, o più importante per l’esplorazione dello spazio a lungo raggio; e niente sarà così difficile o costoso da portare a compimento».

Il mondo poteva tirare un sospiro di sollievo, specialmente il piccolo mondo delle Murge a cavallo tra la Puglia e la Lucania. Il caso volle che fosse affidato proprio a un lucano come Rocco Petrone il compito di affiancare Wernher von Braun nella realizzazione del Programma Apollo che riuscirà nell’impresa di portare il primo uomo sulla Luna.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.