Il furto del secolo compie un secolo

Parigi, 20 agosto 1911. Un gruppo di immigrati italiani, ubriaconi e sudici, molesta la quiete pubblica. La gendarmerie interviene prontamente, e multa l’allegra combriccola, mettendo a verbale i nomi. Non tutti però sono davvero ubriachi: Vincenzo Peruggia, un trentenne varesotto, sta solo fingendo; in realtà è sobrio. E’ notte fonda, ormai già 21 agosto 1911, primo giorno di chiusura del Louvre per le vacanze estive. Il Sottosegretario francese alle Belle Arti, Dujardin- Beaumetz, si era congedato il giorno prima dai suoi colleghi: “In vacanza, non voglio noie, a meno che il Louvre non si incendi o la Gioconda venga rubata”.

Vincenzo Peruggia rientra a casa barcollando, fingendo alla perfezione. Si cambia d’abito, e repentino si reca al Louvre, che conosceva bene avendoci lavorato qualche anno prima. Il custode non si sarebbe accorto di nulla, abituato com’era a passare il suo servizio dormendo. Peruggia attraversa le grandi sale del Louvre, fino a giungere al Salon Carrè. Si avvicina alla Gioconda, il cui vetro protettivo era stato montato proprio da lui, toglie la tela dalla cornice, e nasconde il quadro sotto una giacca. Torna a casa, incolla la tela sotto il tavolo della cucina, e va a dormire. Non per molto: alle nove esce ancora di casa, facendosi notare dalla portiera, e si reca, come ogni criminale, nuovamente sul luogo del delitto. Il Louvre è pieno di gendarmi e stampa, il muro della Gioconda ha un vuoto (Foto 1 e 2). La polizia brancola nel buio, ma il mormorio ha già individuato i colpevoli: i tedeschi, rivali di sempre.

Passano i primi bollori, e a pensarci bene non è un furto da diplomatici o servizi segreti. Probabilmente il responsabile va cercato altrove: forse Apollinaire, che aveva dichiarato che i musei andavano svuotati dal vecchiume e riempiti di nuovo. O forse Picasso, quello strambo personaggio spagnolo. Entrambi, interrogati dalla polizia francese, non hanno dato i riscontri sperati. Un telegramma parte subito per la Provenza, per avvisare il Sottosegretario dell’accaduto. Il postino lo rintraccia, ma Dujardin- Beaumetz pensa ad uno scherzo in risposta al suo commiato, getta via il telegramma e torna al sollazzo. Il direttore del Louvre, in preda a crisi di panico, è nello sconforto. (Foto 3, in una caricatura dell’epoca). Nel frattempo, in cerca di segnalazioni si chiede alla stampa di pubblicare la foto dell’opera. Evidentemente Monna Lisa non era ancora celebre come lo diventerà in seguito al furto, poichè i primi giornali pubblicarono la foto di un’altra opera, confondendo ancora di più le difficili ricerche. (Foto 4)

Il ladro conosceva bene i luoghi. Potrebbe essere un dipendente del museo, presente o passato. Devono essere perquisite tutte le loro case. Siamo alla fine di agosto del 1911, e la Gendarmerie fa visita a casa di Vincenzo Peruggia, non trovandovi nulla se non il verbale dell’ubriacatura della notte del 20. Inutile cercare altro. Su un lato del tavolo il Prefetto redige un verbale in cui dichiara la compiuta perquisizione e l’assenza dell’opera trafugata, e dall’altro lato del tavolo il sorriso della Gioconda non era mai stato così beffardo.

Passano due anni, fino alla metà del 1913 quando Alfredo Geri, uno dei maggiori antiquari fiorentini, riceve l’offerta di acquisto di una copia della Gioconda da un sedicente “Vincent Leonard“. Lo pseudonimo non dovette essere il più azzeccato: il nostro Peruggia fu arrestato e condannato a un anno di carcere (Foto 5). La Gioconda fu rinvenuta sotto il letto della sua camera, nell’albergo “Tripoli” di Firenze, e dopo un meritato tour nei musei italiani, la Gioconda fece ritorno nel Louvre. Oggi l’albergo, sopiti gli italici entusiasmi coloniali della Libia, e spinto dal più prosaico marketing, è stato ribattezzato “La Gioconda”, e vi permette di dormire sul letto che ha ospitato Monna Lisa. (Foto 6 e 7)

Questo, un breve resoconto del furto del secolo, già diventato storia per libri, film e sceneggiati. Molte domande però rimanevano inevase. Apparentemente, la motivazione alla base del gesto era di restituire all’Italia un’opera depredata da Napoleone, a cui si aggiunge una rivalsa contro i francesi, che offendevano e insultavano Peruggia per le sue origini italiane (in realtà la Gioconda era stata regolarmente acquistata dal Re Francesco I proprio da Leonardo da Vinci). Oltretutto, la motivazione patriottica non è mai parsa convincente. Nessuna motivazione di fama è nemmeno plausibile, perchè il gesto sarebbe dovuto rimanere anonimo, nè per il vil danaro, visto che l’opera stava per essere venduta ad un prezzo basso.

Il regista americano Joe Medeiros ha cercato di saperne di più. Nel corso del 2008 ha effettuato approfondite ricerche, con l’aiuto dei discendenti del Peruggia (fra cui sua figlia Celestina, da poco scomparsa). Il lavoro, dal titolo “the Missing Piece” sarà presentato al mondo proprio il prossimo 21 agosto, e promette di rivelare la vera motivazione del furto, il pezzo mancante della storia (“the missing piece” appunto).

La verità sarebbe stata nascosta per un secolo in una lettera del Peruggia alla sua famiglia, conservata presso l’Archivio di Stato di Firenze. Non resta che attendere ancora pochi giorni dunque per conoscere cosa spinse un secolo fa, un imbianchino di Varese a rubare La Gioconda, a dormirci sopra per due anni, per poi portarla a Firenze, contribuendo a farne l’opera più celebre, leggendaria e misteriosa del mondo.

Nella media gallery, il trailer del documentario, e qui il link al sito ufficiale.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>