Il latino

 

Giovanni da Matera, nato alla fine del lontano Anno Mille, non è oggi molto conosciuto. Godette, invece, di una certa notorietà tra i suoi contemporanei; un po’ per la diffusione che ebbe l’ordine religioso da lui fondato, un po’ perché Giovanni mise al centro della vita comunitaria, oltre ovviamente alla fede, il lavoro manuale. I monaci seguaci di Giovanni da Matera furono considerati così, in un certo senso, dei piccoli imprenditori agricoli e questo rappresentò per le molto precarie condizioni economiche medievali una modesta boccata d’ossigeno. Da ciò, probabilmente, la popolarità di cui godettero l’ordine monastico e il suo fondatore.

La congregazione religiosa fondata da Giovanni da Matera non rivolgeva particolare attenzione alle espressioni artistiche e in questo differiva da ogni altro ordine religioso esistente. Non mostrava nemmeno di avere uno spiccato interesse culturale, per il fatto che – come si è detto – obbligava i monaci ad attendere ad un lavoro esclusivamente manuale. Nonostante ciò, fu inevitabile che anche il mondo culturale dell’epoca cercasse nei monasteri di obbedienza giovannea un punto di riferimento.

Come ricorda Gregorio Penco, nella sua “Storia del monachesimo in Italia”, in uno di questi monasteri fu accolto Dante Alighieri in viaggio per la diocesi di Luni. Fu proprio a questi monaci che il Poeta rivelò, per la prima volta, le ragioni che lo avevano spinto a rompere con il latino e ad attingere alla lingua vogare. E fu poi uno di questi monaci, il mitico Fra Ilario, a mettere per iscritto la confidenza di Dante, in una lettera dedicatoria dell’Inferno a Uguccione della Fagiuola – è un documento di interesse storico a dir poco eccezionale per la storia della lingua nazionale.

Non bisogna dimenticare inoltre che la lingua è per Dante una questione fondamentale, ritenendo peraltro che soltanto gli esseri umani siano dotati della parola, quasi che la dignità umana scaturisca dalla capacità di utilizzare il linguaggio. E la parola sarebbe anche espressione di una seconda ma non secondaria realtà: la libertà dell’uomo. Non a caso, ai tempi di Dante, le lingue prendevano il nome dal modo di pronunciare la particella “sì” e per questo il Poeta definiva l’Italia – che non esisteva ancora come realtà nazionale – il «bel paese là dove ‘l sì suona», cioè quel territorio dove si parlava questo tipo di lingua. Ciò significava che la funzione riconosciuta alla parola era principalmente quella di dire sì o no, era quindi quella di esprimere la libertà della persona.

Il primo a rendersene conto, secondo Dante, dovrebbe essere stato proprio il Creatore. Seguendo il racconto biblico, possiamo notare infatti che la prima parola pronunciata in assoluto fu quella di Eva. E la nostra impertinente progenitrice, sciaguratamente, la utilizzò per rivolgerla al diavolo. Sicuramente la cosa non sarà stata molto gradita agli occhi di Dio che si aspettava da Eva, probabilmente, una maggiore considerazione. Ma questo era il rischio che l’Onnisciente sapeva di dover correre per aver dotato gli uomini, appunto, della libertà. Il genere umano avrebbe perseverato a lungo nell’errore di Eva, a proposito dell’uso della lingua, visto quello che capitò poi attorno alla torre di Babele.

Anche per il potere politico, quello della lingua è comunemente ritenuto un problema da non sottovalutare. Non lo sottovalutarono affatto i latini i quali, secondo alcuni, crearono apposta la loro lingua per sovrapporsi agli idiomi locali e in questa maniera sottomettere più facilmente i territori conquistati. L’idea è sicuramente controcorrente, ma accreditata autorevolmente da studiosi del calibro, per esempio, di Giuseppe Pontiggia. Si dice che il latino sia una lingua morta, ma si può dire che sia mai stata una lingua viva? Pontiggia esprime qualche dubbio in proposito, sostenendo che quella latina sia stata una lingua “artificialis”, creata dai grammatici. La cosa non è di poco conto: la lingua è indubbiamente creata dalla madre – da ciò l’espressione “madrelingua” – non può pertanto essere creata dai grammatici o dal potere pubblico. Secondo Pontiggia all’ipotesi suggestiva di un latino come lingua artificiosa «concorre anche l’incomprensibile “costruzione” delle sue frasi. Lo studente la scambia per una perversione della mente antica, che anziché disporre soggetto, verbo e complementi in una successione logica, li mescola in un caos in cui lui, dopo duemila anni, deve ripristinare l’ordine. La collocazione strategica delle parole, consentita dal gioco delle desinenze, non gli viene generalmente spiegata, nemmeno nelle sue forme più semplici. Eppure il “tua sum”, graffito da una donna in una grotta del Lazio, dopo un imperioso “prendimi” (carpe me), è evidentemente più potente del “sono tua” corrente, di norma non negato a nessuno che abbia ottenuto un minimo di accesso. La suspense della costruzione latina più labirintica, che scioglie l’enigma solo alla fine del periodo, conferma l’intuizione di Charles Bally, quando l’aveva definita “lingua dei vincitori”: lingua di chi, più che favorire la comprensibilità, la impone».

Effettivamente, che razza di lingua è quella latina che sposta il verbo alla fine della frase? Cosa potrà mai capire un ascoltatore di un discorso che non rivela, se non quando il discorso si è già concluso, di cosa si stia parlando?

Rispetto a questo argomento, lo stesso Dante Alighieri non nasconde le sue riserve nel “De vulgari eloquentia” (Libro primo, VIII) dove parla del latino come un idioma che non vuole essere niente di più di una mera piattaforma per comunicare, “communi consensu multarum gentium” e che sarebbe stato inventato per consentire la trasmissione del sapere umano attraverso i secoli e nei diversi luoghi della terra.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.