Il Mediterraneo ci salverà?

 

Delle risorse finanziarie destinate alle regioni meridionali dai fondi dell’Unione Europea, circa l’80 per cento resta utilizzato. Lo ha detto, a un recente convegno tenuto a Napoli, il vice presidente della Commissione europea Antonio Tajani, il “ministro dell’industria” UE.

«Dei circa 36 miliardi» ha detto Tajani, «di fondi regionali destinati al Sud nella programmazione 2007-2013, ne sono stati impegnati il 54% e pagati 21%, a fronte di un media europea di 83% d’impegni e 48% di pagamenti. A 15 mesi dalla conclusione del programma alcune regioni rischiano seriamente di perdere centinaia di milioni che ritornerebbero nel bilancio comunitario». È uno spreco, inconcepibile in un contesto di crisi economica.

Ma com’è possibile uno spreco così scandaloso? Una causa è la mancanza di consapevolezza nella pubblica amministrazione delle risorse presenti nel territorio. Più in generale, manca una capacità di progettualità.

Quali sono queste risorse che le regioni meridionali non riescono a sfruttare? Secondo il commissario europeo, principalmente tre: la cultura, il turismo e l’agroalimentare. Se si riuscisse a “industrializzare” questi tre settori economici, ci potremmo trovare davvero davanti a una svolta, con ricadute positive per tutto il Paese. C’è troppo ottimismo in questa idea? Sarà. Prima di trarre affrettate conclusioni, comunque, conviene riflettere su alcuni aspetti della questione.

L’intero arco jonico e il metapontino in particolare si sta rivelando la piccola mezzaluna fertile italiana. Non potrebbe esserci niente di meglio di questo per un’economia che voglia puntare sull’agroalimentare, dopo il bluff dell’industrialismo – se pagheranno le conseguenze ancora a lungo – col mito democristiano-maoista del “Grande balzo in avanti” della Valle del Basento. Ingenti sono, inoltre, le risorse culturali di quest’area: il 10% del patrimonio archeologico dell’intero pianeta si trova qui. Anche il turismo ha una grande potenzialità se si pensa all’enorme gap che potrebbe essere colmato: il centro-nord ha 81 milioni di presenze turistiche, il sud soltanto 17,5 milioni. Le regioni meridionali possono imprimere un decisivo impulso al movimento turistico; grazie a condizioni climatiche particolarmente favorevoli, all’estensione delle sue coste – Sicilia, Calabria e Puglia hanno circa il 40% delle coste italiane – e al patrimonio culturale cui si accennava prima.

Cosa impedisce, dunque, all’economia meridionale di decollare? Nella sua relazione, il commissario europeo Tajani, a questo proposito, ha puntato il dito sulla mancanza in infrastrutture; come banda larga, collegamenti ferroviari, porti e aeroporti. E fa l’interessante esempio dell’aeroporto di Trapani aperto, dopo forti resistenze, per servire un’area a forte vocazione turistica e agroalimentare; questo aeroporto nel solo anno 2011 ha raddoppiato il traffico aereo, con due milioni di passeggeri.

Le analisi di Tajani sono certamente condivisibili, ma bisogna aggiungere anche un altro grosso problema, forse il vero problema che frena l’economia meridionale: la pace e la libera circolazione nei paesi dell’area del Mediterraneo. È un’area che è stata storicamente il naturale mercato del Mezzogiorno italiano ma che oggi soffre per la presenza di forti tensioni sociali, endemici conflitti, frequenti azioni terroristiche, oltre alla piaga dell’intolleranza religiosa.

Per risollevare l’economia dell’area, non è sufficiente che l’Unione Europea impegni una parte dei propri fondi ma deve attivarsi con una politica estera che sia in grado di stabilire condizioni di convivenza pacifica nel Mediterraneo. Lo avevano capito i romani – la pax augustea significava sostanzialmente ciò – devono capirlo anche i commissari europei. Pensiamo ai vantaggi che ne trarrebbe il commercio dei prodotti dell’agricoltura che vedrebbe così la prospettiva di accedere a più vicini mercati. Anche le autorità religiose dovrebbero fare la loro parte in questo campo, in considerazione dell’enorme peso che le religioni hanno avuto storicamente nell’area mediterranea.

Non si può costruire un’Unione Europea su un modello arcaico di Europa. È il modello medievale di un’Europa anseatica, polarizzata attorno ai mari del nord. È urgente che l’Europa prenda coscienza della sua dimensione globale, di essere un continente con due diversi sbocchi: i mari del nord e il mare Mediterraneo. Deve saper respirare con entrambi questi polmoni e battere due distinte rotte commerciali: le vecchie rotte nordatlantiche e le rotte mediterranee, orientate verso i mercati emergenti. Il Mediterraneo è l’unico mare al mondo che può essere paragonato a un oceano, l’unico mare interno dove si affacciano ben tre continenti.

Si tratta, tra l’altro, di tre continenti destinati a giocare un ruolo primario nel futuro del pianeta: l’Africa, il pianeta con la popolazione più giovane del mondo; l’Asia, il continente più popolato al mondo; l’Europa, il continente più ricco al mondo. L’Europa infatti è il continente che, considerando l’insieme dell’Unione Europea, ha un’economia più solida anche di quella nordamericana. Bisogna capire se l’Europa avrà la capacità di prenderne coscienza, se avrà la forza politica necessaria a giocare un ruolo primario nello scacchiere del futuro e se avrà la voglia di bagnarsi nel Mediterraneo.

Comunque, non potrà rimanere a guardare. Il corso della storia è tumultuoso e non lascia scelta: o si affronta la realtà o si soccombe al disordine. C’è un luogo che sta diventando il simbolo di questa scommessa: la città di Taranto. Con la crisi determinata da un impianto siderurgico che è la città stessa – basti pensare che l’estensione dell’impianto è il doppio di quella urbana – Taranto non ha scelta: morire insieme al siderurgico o rinascere su basi nuove. E si tratta di basi che sono nuove ma anche antichissime. Taranto, questa città che è diventata il simbolo dell’Europa intera, potrebbe rinascere sulle basi nuove della sua antica vocazione di città portuale. Taranto può essere il porto della nuova Europa, di nuove rotte europee, di una nuova economia. Perché mai in questa città non potrebbe succedere con il porto ciò che è successo a Trapani con l’aeroporto? Ma anche qui, ci sarà poco da scegliere; gli addetti ai lavori lo sanno benissimo: o Taranto sarà un porto europeo o sarà un porto cinese. Si comprende che la cosa non riguarda una singola città, ma ciascuno di noi. Vogliamo ancora essere europei?

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.