Il Nostro Agente al Vaticano

 

“Il Principe e il Pescatore” è un saggio, edito recentemente da Mondadori, che presenta vari spunti di interesse. L’autrice Barbara Frale, con le sue pubblicazioni, sta portando alla luce importanti “segreti” della storia della Chiesa cattolica come quelli relativi alla sacra Sindone e al processo ai Templari. I suoi studi hanno provocato, come è facile immaginare, non poche resistenze da parte di quegli studiosi che ritenevano di avere il sacerdotale compito di essere i “custodi ufficiali” di questi inviolabili segreti. È facile immaginare, anche, che la rottura di questo silenzio sia stata la ragione del successo dei libri della Frale.

Non fa eccezione, in questo senso, “Il Principe e il Pescatore” dove addirittura si arriva a sostenere che negli anni Trenta lo stesso papa, mentre svolgeva il suo ruolo pubblico di pastore della Chiesa universale, era impegnato in un’attività segreta di spionaggio finalizzato a rovesciare il regime nazista. Il suo nome in codice era “Fischer”, che stava a significare “pescatore”, ma che aveva nello stesso tempo un chiaro riferimento al Vangelo: «Vi farò pescatori di uomini». Scrive la Frale: «Fischer in tedesco significa “pescatore”, nome molto adatto per indicare un papa; inoltre era anche un cognome assai diffuso portato da tantissimi tedeschi. L’idea che un papa possa accettare di svolgere un ruolo simile a quello di un agente segreto e avere persino un nome in codice forse al lettore può sembrare sconcertante o decisamente romanzesca; invece è un fatto abbastanza comune, in tempo di guerra e sotto una dittatura».

Pio XII è stato accusato di aver taciuto, nel corso del suo pontificato, sui crimini commessi dai nazisti ai danni degli ebrei. Questa circostanza è forse il tema più dibattuto nella storiografia contemporanea, dove si alternano tesi favorevoli e contrarie sulle presunte responsabilità di questo pontefice che è stato indubbiamente uno degli uomini più influenti del Novecento. Barbara Frale ha il merito di aver introdotto, all’interno di questo dibattito, elementi di assoluta novità.

Tra le vicende storiche considerate rientra indubbiamente l’impalpabile attività di spionaggio del citato “Agente Fischer”, ma anche altri curiosi eventi. Uno di questi è lo strano avvio dei lavori di scavo all’interno della basilica vaticana proprio negli anni del potere nazista, lavori finalizzati ufficialmente alla ricerca di quella che può essere considerata “l’Arca perduta” della Chiesa cattolica: le ossa di San Pietro. Era una ricerca di sommo interesse archeologico che chiamava in causa le parole stesse di Cristo: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». La “pietra” di cui parla Gesù sarebbero i resti mortali di Pietro, il principe degli apostoli. La basilica vaticana è stata edificata in quel punto proprio perché lì sarebbe stato deposto il corpo di Pietro.

C’era da aspettarsi che il Vaticano avrebbe dato il compito di seguire i lavori di scavo a insigni archeologi e soprattutto a studiosi in grado di garantire il successo dell’operazione. Invece, queste delicate operazioni vennero affidate a due studiosi “casalinghi”, due esperti che operavano in seno a organismi vaticani, insieme a due gesuiti e a mons. Ludwig Kaas, formalmente segretario-economo della Fabbrica di San Pietro ma in realtà capo del partito democristiano tedesco, rifugiatosi in quegli anni in Vaticano. Si tratta quindi, al di là dei meriti personali, di una squadra di archeologi del tutto improbabile.

A questo proposito la Frale avanza l’ipotesi che in realtà questa non fosse altro che una copertura dell’attività del Vaticano intorno a un progetto eversivo nei confronti del regime nazista. Quale posto più inaccessibile poteva esserci del sottosuolo vaticano per tessere le trame di un simile piano? La tesi troverebbe conferma nel ruolo avuto da mons. Kaas, ruolo che non poteva essere quello di sovrintendere a degli scavi archeologici, e nel fatto che a copertura delle spese per eseguire i lavori non vi era un vero budget vaticano – era Pio XII che, ogni tanto, doveva mettere mano al portafoglio personale. Altro particolare che avvalorerebbe la tesi sarebbero le frequenti visite, all’interno della blindatissima area di scavo, dell’avvocato Josef Müller, un uomo che aveva un modesto studio legale a Monaco ma che per papa Pacelli era emissario del cardinale tedesco Neuhäusler attorno al quale ruotavano le attività clandestine dei cattolici impegnati nella resistenza al regime.

E c’è poi un elemento ulteriore: una volta accertato il fatto che nel sottosuolo del Vaticano le benedette ossa di San Pietro non sarebbero saltate fuori, gli scavi inspiegabilmente continuarono. Perché? Spiega Barbara Frale: «Gli scavi sotto le Grotte Vaticane, ma anche gli altri ambienti legati alla basilica, potevano servire come nascondiglio eccellente per questioni della massima gravità». Arenatisi gli scavi perché l’area era stata già tutta esplorata, tra l’altro senza successo, quel sito poteva rappresentare un rifugio sicuro per i perseguitati durante l’occupazione nazista. Come avveniva un po’ negli scantinati di tutta Roma. «In quei mesi» scrive la Frale, «la Gestapo era ormai padrona di Roma. La gente a quel tempo diceva comunemente – e gli storici confermano – che una metà dei romani nascondeva l’altra metà. Si calcola che ci fossero nascoste in città fra le duecentomila e le quattrocentomila persone».

Ritengo personalmente che questi lavori di scavo dovessero servire, durante la guerra, anche per mettere al riparo dei bombardamenti aerei gli oggetti sacri di particolare valore e le opere d’arte custodite in Vaticano, i beni librari e i documenti storici. Penso, a questo proposito, che il Papa Pio XII volesse nascondere in Vaticano soprattutto la sacra Sindone. C’è una coincidenza di date molto significativa. Il 28 giugno 1939 il papa annuncia di voler avviare i lavori di scavo e la Sindone giunge effettivamente in Vaticano qualche settimana dopo. Poi una serie di imprevisti spinse la Santa Sede a trovare alla Sindone un’altra sistemazione. Ma questo discorso ci porterebbe molto lontano.

La tesi di Barbara Frale però rimane ugualmente valida, anche perché una cosa non escluderebbe l’altra. Come rimangono tutte affascinanti – e lo sono forse ancora di più alla luce del caso della Sindone – le vicende intorno al ruolo del pontificato di Pio XII nelle vicende belliche. Un ruolo, come ricorda anche la Frale, per il quale il pontefice dovette pagare un prezzo altissimo. Sappiamo che sulla figura del “Pastor angelicus” rimarrà l’onta di aver taciuto sui crimini nazisti. Verrebbe da pensare che le accuse provenissero dai soliti delatori della Chiesa. Barbara Frale ci rivela invece che la loro origine, in realtà, erano alcuni ambienti ecclesiastici legati al regime nazista. Il caso più significativo è quello del vescovo austriaco Alois Hudal, rettore del Collegio Germanicumn. Hudal era notoriamente filonazista e aveva scritto “I fondamenti del nazionalismo” in cui si esaltava la dottrina hitleriana.

Scrive la Frale: «Subito dopo la fine della guerra Hudal aiutò dei criminali nazisti a mettersi in salvo evitando il processo, il più famoso dei quali è Priebke. Nel 1952 Pio XII lo aveva rimosso dalla carica di Rettore di Santa Maria dell’Anima, e secondo madre Pascalina Lehnert fu proprio Hudal, amareggiato per la punizione, che fornì a Hochhuth il materiale per il suo dramma teatrale intitolato “Il Vicario”.»

“Il Vicario” era un dramma in cinque atti scritto da un autore tedesco autodidatta che in Italia fece molto rumore. Secondo l’intellettuale cattolico Carlo Bo ci furono «denigrazioni accanite come consensi entusiastici». Per la verità, Carlo Bo ometteva di confessare che dietro tutta l’operazione editoriale vi era la sua personale regia. E questo conferma la tesi della Frale dove si afferma che le accuse provenivano dagli stessi ambienti cattolici. Quanto poi al fatto che dopo il crollo della dittatura nazista, un tedesco accusasse altri di complicità con i crimini nazisti è qualcosa che dovrebbe almeno far sorgere qualche sospetto.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.