Il Pozzo e l’Abadir

Conosco Marco Di Lecce dal 1998, dieci anni prima rispetto a quando ha avuto l’idea di fondare “Il pozzo”.

Già allora, lo dico senza alcun motivo di piaggeria, era uno straordinario musicista.
Si muoveva sul basso, a poco più di quattordici anni, con un’abilità e una sicurezza davvero notevoli, frutto evidente di una passione autodidattica che a poco a poco, partendo dal punk e dal crossover che ci hanno visti in più occasioni condividere progetti musicali-lampo, si è trasformata in attitudine polistrumentistica e in un approccio alla musica molto maturo, allargato.

Era evidente, insomma, che Marco avrebbe partorito, prima o poi, nonostante la militanza in altre band interessanti della scena di Matera, un progetto tutto suo.

Di qui “Il pozzo”, un power-trio (composto, oltre che da lui alla chitarra e alla voce, anche da Francesco Quarto al basso e da Fabrizio Fedele alla batteria) che ha dato alla luce, in modalità assolutamente autoprodotta, nel maggio scorso, l’esordio discografico “Abadir”, nove tracce che costituiscono la sintesi dei tre anni di live e sala prove, tra avvicendamenti nella sezione ritmica e un primo ep.

Il lavoro, registrato in modo chiaro e mixato al “Suoni of Schrader Studios” di Los Angeles, da Claudio Tristano, risponde perfettamente al manifesto che Di Lecce ha tracciato quando ha fondato la band: “non avere obiettivi precisi, limiti creativi e paletti di genere o sound”, soltanto “voglia di divertirsi e sfogarsi”.

Il risultato è una tracklist che fa dell’eterogeneità il suo punto di forza, conservando comunque un sound di fondo che gli dà una personalità ben definita.
Come dire un “crossover” ma non nell’accezione limitante che certe derive del metal, negli anni passati, ha trasformato il senso della parola: un incrocio di genere.

“Abadir” è un disco rock che suona molto “live” e si veste di influenze tra le più variegate, dal grunge all’alternative (a tratti si sentono anche i Verdena), passando dallo stoner dei Queens of the stone age, al pop potente degli Incubus più recenti, addirittura fino a divagazioni di matrice prog ma reinventata, per intenderci alla Mars Volta.

Ma, come si è detto, il disco de “Il pozzo” non è un prodotto furbetto, che strizza l’occhio a tutto per non deludere nessuno. Al contrario è veramente sincero. E da ascoltare tutto d’un fiato, per poter poi essere cantato durante uno dei numerosi concerti che la band sta facendo in tutta Italia, tra live-club, festival e concorsi.

“Il pozzo”, nomen/omen, progetto profondo e dalle mille risorse.

 

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>