Il ritorno del Santo Niente

E’ tornato Umberto Palazzo. O meglio: è tornato il Santo Niente.

La distinzione è doverosa, visto che il musicista di Pescara ha ormai da tempo avviato una convincente esperienza solistica.

Se è tornato con la sua band, dopo otto anni, quindi, è perché Palazzo ne sentiva la necessità, non commerciale, questo è certo, bensì espressiva.

I registri e le atmosfere, infatti, cambiano. E cambiano del tutto, anche rispetto a “Il fiore dell’agave”, disco predecessore di questo “Mare tranquillitatis”.

Palazzo sceglie la band pur non avendo bisogno di ritmiche prettamente rock o di muri distorti, ma perché torna a concentrarsi sui testi e le parole per raccontare in modo impietoso e ficcante, conservando comunque e sempre il lirismo, la realtà che lo circonda, sperimentando e reinventando ancora la ragion d’essere del Santo Niente e ricordando al mondo il ruolo- principe dell’artista.

Le atmosfere si fanno rarefatte, a tratti quasi psichedeliche, ambientali ma non per questo meno d’impatto. I tempi si rallentano perché al servizio della narrazione, piena, solida, eloquente.

“Mare tranquillitatis” diventa così un coraggioso poema in sei capitoli vestito umilmente da disco, umile come lo stesso Umberto, uno degli ultimi artisti realmente indipendenti rimasti in Italia.

E proprio con Umberto Palazzo abbiamo commentato “Mare tranquillitatis” traccia per traccia:

“Cristo nel cemento”, a parte i suoni, sembra un tuffo nel passato, nel cuore del Palazzo narratore di storie maledette, più recitato e meno cantato, con un tappeto ipnotico. E’ un pezzo cupo, una sorta di specchio dei tempi, e forse il titolo alla fine è meno metaforico di quanto possa sembrare?

U.P. “Il titolo è fra virgolette perché è la citazione di un’altra opera, il romanzo di Pietro Di Donato a cui mi sono ispirato. Il padre dello scrittore, che è quello che muore nella canzone e nel primo capitolo del libro, era un mio compaesano emigrato in America. Volevo parlare di emigrazione e non di immigrazione, perché è un punto di vista più sensato e conoscibile. Pure Sabato Rodia (titolo dell’ultimo brano in tracklist, ndr) è un emigrato in America”.

Poi arriva “Le ragazze italiane” e quell’aurea maledetta del primo diventa irridente verso la movida femminile notturna all’italiana e così quel passato fatto di disagio cantato nei brani d’un tempo ora diventa presa d’atto di una realtà desolante…

U.P. “Non sono irridente, non c’è nessun giudizio. Non dimenticare che io sono un dj e vedo le persone quando si lasciano andare. I rockettari a volte pensano che quello sia un ambiente desolante, ma la trasgressione che fu del rock ora vive solo in discoteca. Ai concerti rock, specie ai concerti di rock italiano, si respira un’insostenibile aria parrocchiale, dove si confonde la serietà con il non-ridere e dove parlare di sesso è proibito, pena perdere l’aura di serietà e la conseguente stima. Questo è desolante. Non sono entrato nel rock perché il rock diventasse benpensante”.

Palazzo e il suo occhio sono degli attenti lettori dei tempi, insomma, e la loro involuzione ha finito col condizionarli inevitabilmente, non solo a livello mentale, come insegna “Un certo tipo di problema”, terzo pezzo della tracklist…

U.P. “La cocaina è il bene di consumo più richiesto in Italia, il suo enorme uso condiziona la vita di tutta la nazione. L’ingaglioffimento generale che consegue al suo successo è il vero zeitgeist. Oggi è molto più facile trovarsi a parlare con qualcuno che appartenga alla criminalità organizzata rispetto a venti anni fa. I gradi di separazione fra il consumatore, anche occasionale, e il mafioso non sono più di due”.

“Maria Callas”, quarta track, quella che “…muore per i vostri peccati”, novella Gesù Cristo en-travesti: finirà nel cemento anch’essa?

U.P. “I peccati ovviamente compiuti con lei. Non c’è nulla di religioso”.

Poi arriva “Primo sangue”…mamma mia…un’evoluzione, come atmosfere narrative e sonore (se pure in contesti decisamente diversi), di “Storia breve” de “La vita è facile”? Un’agghiacciante cavalcata nella follia…

U.P. “In realtà si tratta di una storia di emancipazione dall’autorità violenta del padre. Un conflitto generazionale vero, tragico, potenzialmente letale”.

Pochi brani ma decisamente superiori di durata rispetto alla media, molte parti strumentali e rarefatte: un disco che scaturisce da riflessioni e invita a riflettere?

U.P. “Sì, non è certo un disco indulgente nei confronti dei distratti”.

Passato musicale che parla del presente umano e disegna un futuro dal quale ognuno vorrebbe scappare, addirittura indietro alle origini di Massimo Volume: questo è il nuovo Santo Niente? E “Sabato Simon Rodia”, ultimo brano della tracklist che prende il nome dal coraggioso quanto estroso, ne è una sorta di manifesto?

U.P. “Il disco è musicalmente molto moderno. Sostanzialmente basato su campionatore, basso e batteria. Su suoni e strumenti strani. Il passato era il classico quartetto rock, che c’è solo in un pezzo del disco. Lo strumento solista del disco è il sax elettrico di Sergio Pomante. Ci sono solo tre modi per impostare la voce e essere uditi: cantare, urlare e parlare. Ci sono però milioni di modi per fare musica. Sabato Simon Rodia è una sorta di manifesto quando dice di voler costruire qualcosa che prima al mondo non esisteva, qualcosa di fantastico e completamente inutile”.

Author

<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>