Il ritorno di Giulio Casale, “dalla parte del torto”

 

E’ un gradito ritorno quello di Giulio Casale. A sette anni dalla sua ultima sortita discografica da solista, il leader degli Estra, una delle band rock italiane più interessanti della scena di fine anni ’90, torna alla musica, ancora una volta non accompagnato. “Dalla parte del torto”, questo il titolo del disco uscito il 28 febbraio scorso, arriva dopo un’intensa e apprezzata attività dell’artista in ambito teatrale e letterario. E si sente, è il caso di dire.

Le dodici canzoni che compongono il disco sono tutte caratterizzate da un peso specifico superiore, da un livello compositivo lirico e musicale dalla caratura elevata, semplice ma d’effetto, senza fronzoli e compatto, che lascia trasparire una maturità artistica che, già raggiunta in passato, si consolida ulteriormente, attestandosi su una forma cantautorale moderna e che può essere tale perché ben conosce il passato del genere, come dimostra anche la scelta di rendere omaggio a Franco Battiato con la cover di “Magic shop”, da “L’era del cinghiale bianco” (1979).

Casale, nel suo lavoro, racconta l’oggi, la quotidianità, le sue contraddizioni, con una sensibilità rara, dal tono intimistico ma dalle parole dirette, allontanandosi da quanto la musica italiana sta proponendo al momento per aprirsi a sonorità e respiro internazionali.

Insomma, bentornato Casale, ritrovare e ritrovarsi con artisti di indubbia qualità è sempre un piacere, come dimostra anche l’intervista rilasciata ad Enzo Mazzei.

Il disco parte forte con “La mia canzone”: sembra che il suono si sia fatto più distorto, anche se non mancano i momenti psichedelici e, in più di un’occasione, la melodia lascia spazio al reading. Cosa ti ha portato a queste scelte?

La necessità. La necessità di cercare un “suono” in grado di dialogare e poi di esprimere l’essere e l’esserci contemporaneo, intendo di questo preciso momento: di oggi, questo minuto in cui parliamo io e te. Cioè di non fare revival, di non avere nostalgia neppure per quel tempo in cui le canzoni erano bandiere collettive, speranze, appartenenze. Oggi non c’è più niente, il deserto: non resta che cantarlo, il deserto. Il deserto in cui siamo precipitati ha un suo suono, tutto da interpretare.

In buona parte dei testi affronti anche tematiche sociali, senza mai cadere nel banale. Un proposito arduo ma riuscito…

Ti ringrazio. Ci si prova, senza prendersi per “qualcuno”. Canto solo quello che sento, e che molti altri magari sentono, senza avere la chance di metterlo in parole.

Nel brano “La merce” c’è un’atmosfera particolare: a cosa ti riferisci?

Alla fine del capitalismo per come l’abbiamo conosciuto, la fine del “Mercato”. Serviva un’atmosfera “fumosa” per esprimere la contraddizione in cui siamo immersi tutti: tutti al servizio del mercato- tutti vittime del mercato. Passerà, anche questo inferno.

Nel disco c’è anche una cover di Battiato: si sposava bene con gli argomenti trattati?

Esattamente. In generale se so che qualcuno (meglio se un Maestro) ha già trattato argomenti che mi stanno a cuore ho solo da imparare, o da tacere. Magic shop è un gioiello, spero di non averla rovinata …

E “Vivacchio” è autobiografica?

Nessuna mia canzone è strettamente autobiografica. Cerco di interpretare l’universale che mi circonda … L’IO narrante è un espediente, uno dei tanti. Forse dovrei usare di più la terza persona singolare … Fare il bravo narratore. Mah, non so, ci penso, spesso.

Emerge anche un piglio cantautorale non indifferente: quanto ti ha influenzato il passato italiano in tal senso? E quale in particolare?

Ho un amore viscerale per Tenco e Endrigo, il primo Jannacci … Amo la canzone, la forma-canzone, nonostante il rischio di abuso, il canone rischia di esser logoro dopo tutti questi anni, eppure mi avvince ancora quella “brevitas”, quell’azzardo di perfezione, il folklore della chitarra e degli amici intorno a un falò, parole semplici e semplici armonie … La semplicità è un punto d’arrivo, puro ideale, qualcosa per cui vale davvero la pena. Sono solo all’inizio …

Ascoltando i tuoi due dischi, si avverte però anche la passione per i songwriter inglesi e americani, Sylvian su tutti: impressione giusta?

Bravo. Lui c’è, e non è il solo, hai ragione, c’è Nick Drake, Nick Cave, Jeff Buckley, tantissime band … la mia curiosità è sempre stata illimitata (si fa per dire) e non è ancora spenta.

Qual’è stata la ragione della svolta che ti ha portato dagli Estra al Casale solista?

Un libro di poesie che si chiama “sullo Zero”. Dal reading di quel libro ho seguito l’impulso a mettermi a fuoco in spettacoli non solo musicali, pur avendo la musica suonata e cantata dal vivo sempre al centro della proposta. Tutto è stato un caso, fino a un certo punto. Il meglio viene sempre a caso … Poi ti accorgi che non poteva che andare che così, proprio così.

A tale proposito, parafrasando il titolo di una tua canzone, “L’angelo Estra” è previsto o no? Rivedremo Giulio “Estremo” Casale?

Per certi versi mi sento più Estremo oggi di allora … Gli Estra hanno commesso un solo errore: non aver mai annunciato il loro scioglimento; prima o poi dovremo farlo, magari con un concerto (o tre!) d’addio.

Intanto hai attraversato varie vie della cultura: dal teatro alla letteratura, la musica con gli Estra e da solista. A quando il cinema?

Ci sono già stati molti contatti, e proposte. Un giorno accadrà, ma non sarà stato un mio “capriccio”, ormai è così, un po’ su tutto per quanto io possa.

E’ difficile fare cultura in Italia?

Conosci la situazione della cultura italiana, dunque no comment. C’è ancora l’Intellettuale? Hai visto in giro Pasolini, per dire? Ho detto in giro, non alla Tv. Io non sono un intellettuale, comunque, sono solo uno scrive: canzoni o racconti, drammaturgie, non è il mio ruolo quello del “maitre a penser”. Cerco di farmi ancora le doverose domande, mica di dare al popolo le risposte …

E tu, credi di aver avuto la giusta considerazione?

Dato il contesto …

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>