Il ritorno di Marrazzo

 

Piero Marrazzo è tornato in televisione. Lo ha fatto con un servizio memorabile sul genocidio degli armeni, “I figli dell’Ararat– L’avamposto”, andato in onda su Rai3 il 4 gennaio scorso. Lo ha fatto con l’umiltà dello studente mandato fuori dall’aula dal professore e che tornando in classe cerca di fare per bene i suoi compiti.

Il compito non era facile. Il genocidio degli armeni è uno di quegli argomenti di fronte ai quali i giornalisti vacillano. Marrazzo ha saputo trattarlo con coraggio ma nello stesso tempo senza enfasi. Ha saputo intrecciare storie di struggente nostalgia, ma anche di spietati vendicatori. Perché nella storia di un popolo, di qualsiasi popolo, il bene e il male inevitabilmente si confondono in un intreccio inestricabile.

È il segno che il figlio di Joe Marrazzo il giornalismo ce l’ha nel Dna, in ciò che rimane inalterabile, nonostante tutto ciò che può travolgere la vita e che può stravolgere la personale immagine. In questo senso “I figli dell’Ararat” è un piccolo capolavoro dove le ragioni del narrante e il senso della narrazione si fondono in un unico tema: se si prova a distruggere un popolo o anche un singolo uomo – non c’è da illudersi – qualcosa sopravvivrà.

Il grande scrittore americano di origini armene, William Saroyan, ha scritto: «Venite, distruggete l’Armenia e vedrete se ci riuscirete. Mandateli nel deserto senza pane e acqua. Bruciate le loro case e le loro chiese. E vedrete se non rideranno, non canteranno, non pregheranno di nuovo. Quando due di loro si incontreranno dovunque nel mondo, vedrete se non creeranno una nuova Armenia».

Una storia che racconta questa esperienza l’ha riferita ai microfoni di Piero Marrazzo il cantautore e attore armeno Charles Aznavour. È la dolcissima storia dei suoi genitori, scampati al genocidio. «Mia madre ha pianto tutta la vita» ricorda Aznavour, «perché nel genocidio ha perso suo padre, sua madre, sua sorella e i suoi due fratelli. Lei si è salvata, aveva quindici anni. Mia madre è venuta da Adapazari, passando da Istanbul. Mio padre veniva da una città della Georgia che a quel tempo si chiamava Tiflis, oggi si chiama Tbilisi. Si sono incontrati a Istanbul e credo che si siano anche sposati lì. A un certo punto hanno rischiato di essere catturati perché parlavano armeno mentre salivano su una nave italiana. Ma il capitano ha detto: “Non potete toccarli, questo è territorio internazionale. Non potete prenderli”. Una ricca signora armena americana ha pagato il viaggio a tutti i fuggiaschi che erano a bordo. Sono partiti e sono arrivati a Salonicco, città d’arrivo per tutti coloro che scappavano verso la Grecia. I miei genitori per ringraziare l’Italia hanno chiamato mia sorella Aida, credendo fosse un nome italiano, invece che egiziano».

Charles Aznavour (nome armeno: Aznavourian) è il volto più noto dei fratelli armeni. I profughi non amano definirsi una diaspora ma, appunto, “fratelli” perché non hanno mai cercato di costituire un nucleo staccato dalla comunità che li ha ospitati. Spiega lo stesso Aznavour che la “nazione armena” – nella traduzione italiana l’espressione diventa “comunità armena”, unico peccato veniale del servizio di Marrazzo e si capisce anche la ragione, purtroppo, di questa distorsione – «si adatta in fretta al paese in cui vive. Diventiamo subito dei francesi, dei marsigliesi, dei tolonesi, dei veneziani. Non si distingue un armeno, lo si distingue per il suo nome e per il fatto che dica: “Sono di origine armena”. Altrimenti non lo si nota. Non siamo come quelle comunità che vivono tra di loro. Noi al contrario ci apriamo. Ascoltate, è straordinario se pensate che io sono l’armeno più conosciuto al mondo in una lingua che non è la mia. Sono conosciuto per la lingua francese».

La nazione armena occupava un territorio confinante con la Turchia e la Georgia ai piedi dell’Ararat, un monte alto oltre cinquemila metri sul quale – vuole la leggenda – sarebbe approdata l’arca di Noè dopo il diluvio universale. La nazione armena contava due milioni di abitanti. Di questi, un milione mezzo fu sterminato nel breve volgere dell’estate del 1915, in gran parte per mano dei “Giovani Turchi”, un movimento politico di visionari che si ispiravano a Giuseppe Mazzini e alla sua “Giovine Italia”. Sono tante le cose che si fa finta di non sapere o di non ricordare di questo genocidio.

Piero Marrazzo ha il merito di avere aperto l’armadio di questi spettri che oggi vengono a giudicare il nostro colpevole silenzio, vengono a scompaginare i fogli dei nostri bugiardi libri di storia. Vengono a condannare, ma soprattutto a liberare la dolce voce della nostalgia armena.

Ci voleva il coraggio del figlio di Joe Marrazzo, di un uomo che – anche lui – è poco più di uno spettro, per fare giustizia a un popolo, per stringere in un caldo abbraccio i “fratelli armeni”, per far dire ancora a Saroyan: «Venite, distruggete l’Armenia e vedrete se ci riuscirete. […] Quando due di loro si incontreranno dovunque nel mondo, vedrete se non creeranno una nuova Armenia».

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>