Il ritorno di Saviano

 

Mi chiedono di commentare la performance di Roberto Saviano su La7. Ma io mi chiedo: perché lo chiedono a me? Io di Saviano ho letto soltanto un articolo apparso una volta sul Sole 24ore e un altro suo memorabile pezzo su san Gennaro che pubblicò Repubblica. Quello sì, un capolavoro; dove, come sottolineava la redazione, «l’autore di “Gomorra” ricorda il suo stupore di bambino». Per me uno scrittore non è altro che questo: un uomo che è capace di comunicare uno stupore nei confronti della realtà.

Purtroppo oggi Saviano non è più quello che credeva nel miracolo della meraviglia. Saviano trasmette una passione civile, o più precisamente l’indignazione civile. Bene, ma non c’entra niente con lo stupore, non c’entra niente con quello che Saviano poteva essere. Saviano ha avuto una straordinaria formazione culturale, atipica in un intellettuale italiano. Si è formato alla scuola della letteratura del samizdat, dei grandi nomi del dissenso sovietico.

Vederlo alla corte di Fabio Fazio, fa male. È come se Aleksandr Solženicyn avesse fatto tutto quello che ha fatto per poi consegnare la Russia nelle mani di Veltroni. Certo, a Saviano sembrerà un semidio Walter Veltroni. A me invece fa pena sapere che ci sia qualche politico che rincorre ancora questa patetica idea dell’egemonia culturale.

Quando si vede in televisione una persona che parla con un certo tono di voce per dettare la lista delle parole d’ordine alle quali dovremmo tutti omologarci, chi non capisce che dietro le quinte qualcuno sta cercando di incanalare un nuovo mainstream? Chi non capisce che c’è qualcuno che manovra per imporre una nuova egemonia culturale?

Ci vorrebbe un Pasolini per far saltare questa baracca con tutti i saltimbanchi. Ma non c’è Pasolini che lottava contro l’omologazione culturale. Per cui dobbiamo tenerci uno stracotto Fabio Fazio, che finge di fare domande cattive, che finge di scandalizzarsi delle risposte cattive, che finge di interessarsi a ciò che non gli interessa per niente. Che finge di credere a quello che dice Saviano. Che finge di ridere alle battute della Littizzetto. Che finge di apprezzare ciò che odia palesemente – e in televisione certe cose balzano agli occhi, anche degli sprovveduti.

Perché mi chiedono di scrivere di Roberto Saviano? Non mi interessa. Saviano è uno scrittore che non ha mantenuto la sua promessa letteraria. Scrisse una volta sul Sole 24ore di un grande scrittore russo: «Leggere Varlam Šalamov mi ha cambiato la vita». E mi domando io: cosa c’entra Varlam Šalamov con Fabio Fazio? Cosa c’entra con la banalità della televisione italiana?

Scriveva Saviano: «Šalamov disegna l’individuo assoluto. L’essere nudo di fronte all’esistenza. È una letteratura che ti permette di vedere cos’è l’uomo, la sua capacità di resistere. A meno quaranta gradi sotto zero, circondato da esseri che hanno l’unico obiettivo di toglierti il pane e ogni mattina sperano di trovarti morto per prenderti i vestiti. Lì l’uomo può ancora tentare di essere uomo. Questo si chiede e cerca in se stesso Varlam Šalamov».

Cosa è successo, dunque, a Roberto Saviano per passare armi e bagagli dagli abissi del samizdat allo sciocco mainstream veltroniano? Cosa è successo che gli ha fatto dimenticare Šalamov? Se questo scrittore gli ha cambiato veramente la vita, ditemi dove sono le tracce di questo cambiamento. Scriveva Saviano: «C’è bellezza e forza sul fondo di tutto quell’orrore». Io non vedo traccia di questa bellezza, né di quella meraviglia che Saviano prometteva ai suoi lettori.

Saviano poteva essere uno scrittore universale, «che ti permette di vedere cos’è l’uomo». Invece si è ridotto a uno che suda sette camicie per offrire appena il pretesto di un sorriso sarcastico a un pubblico fazioso. Io vorrei vederlo di nuovo strattonato da una folla che “insulta” san Gennaro, sopraffatto da un popolo in attesa di un avvenimento che «squarcia con tutta la sua forza l’opacità della vita».

Mi aspettavo che con la fine di Berlusconi, Saviano potesse finalmente ritornare al suo mondo “disperato” che però ha un “amico del cielo” come san Gennaro, «colui a cui può essere richiesto davvero qualsiasi cosa. Che un furto vada a buon fine, o che la pastiera venga buona». Per poter concludere, con Šalamov,  che «c’è bellezza e forza sul fondo di tutto quell’orrore».

Saviano, fratello mio, quando vedremo di nuovo un tuo sorriso meravigliato? Possibile che non ti ricordi più di Varlam Šalamov?

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.