Impressioni di settembre (seconda)

 

Palermo, anni ’70. La famiglia Ciraulo, residente in uno squallido casermone popolare, tira avanti grazie alla precaria attività del capofamiglia, Nicola, il quale rivende sul mercato componenti di navi in disuso. Un giorno, per un’assurda fatalità, un membro della sua famiglia cade per errore sotto i colpi di un attentato mafioso, perdendo la vita. In preda alla disperazione, i Ciraulo intravedono uno spiraglio di luce: lo Stato, previa richiesta, risarcisce i parenti delle vittime con somme che superano i cento milioni. Anziché riscattare economicamente e socialmente i Ciraulo, il denaro ottenuto scatenerà però una tragica spirale di eventi…

Parabola sulla società denarocentrica, apologo sugli effetti che il potere del consumismo ha sulle coscienze, saggio sull’alienazione endemica prodotta dalla povertà. È stato il figlio raccoglie e racchiude tutti questi nuclei tematici dagli edificanti intenti moralizzatori non troppo celati. Per la sua sera della prima, dopo anni di gavetta come direttore della fotografia, Daniele Ciprì sceglie di raccontare una Sicilia (dislocata geograficamente su set pugliesi) verghiana, dove il Sud è prima di tutto uno stato mentale (e fisico), affetta da una miseria perpetua e immutabile, abitata da isteriche marionette divorate dalle nefaste avversità economiche, condizionata da un senso di precarietà collettiva contigua alla psicosi. È stato il figlio rappresenta, in sostanza, la volontà di materializzare, ancora una volta, l’universo palermitano già dissertato più di una decade fa da Cinico TV, laddove, assieme all’ex sodale Franco Maresco (i due si sono separati artisticamente da alcuni anni), Ciprì fotografava una realtà Post-atomica, distopica, cancerosa. Un Ade in terra sicula, popolato da untuosi umanoidi con le funzioni mentali in stato di fermo, che dava vita a un affresco putrefatto sulla degenerazione dell’umanità (e dell’italiano), funereo e terminale. Un Punto di Vista utile per comprendere “perché l’uomo è un pezzo di merda” (Maresco). Non si commette eresia affermando dunque che il duo artistico ha stravolto, riassettandolo, il panorama televisivo e cinematografico italico degli anni ’90. Accusati più volte di vilipendio, processati e poi assolti, Ciprì e Maresco hanno scoperchiato il Vaso di Pandora, osservato l’Italia delle Tv private, dei Berlusconi neoeletti e delle nocive commedie natalizie attraverso le lenti di un sarcasmo corrosivo. Ancora oggi, a quasi vent’anni di distanza, dopo continue (re)visioni, si resta sedotti e nauseati, entusiasti e inorriditi di fronte alla Palermo radioattiva di Ciprì e Maresco. Quella Palermo che con tanto sforzo (adattando il romanzo omonimo di Roberto Alajmo) si tenta di riconfigurare secondo un’ottica più esplicitamente commerciale (vedi Il Divo Servillo), tematicamente assimilabile (il denaro come genesi della tragedia) e strutturalmente ordinaria (il racconto avviene mediante flashback rievocati dallo stralunato Alfredo Castro, narratore in terza persona). Travolto dall’enfasi, Ciprì commette però l’errore (architettato?) di inchiodare l’aneddotica nella soffocante dimora del grottesco, trasformando le psicologie in stufanti macchiette da avanspettacolo arenate su un palcoscenico privo di spessore drammatico. I personaggi (si distingue una lodevolissima Giselda Volodi), caricature in agonia (vedi ancora Servillo), si muovono esagitati all’interno di un’innocua operazione che, lungi dal raffigurare una Società allo sbando, ossessionata dai feticci, ne offre solamente uno spaccato di scarsa efficacia realistica.

Sono stati fatti molti nomi per tentare di ricondurre l’opera prima del regista siciliano alla tradizione italiana che fu, Scola e Germi in primis. A differenza dei due autori, secondo chi scrive, manca al Nostro quella consapevolezza, quello sguardo insieme limpido e caustico indispensabile per poter ritrarre realtà al limite (penso a Brutti, sporchi e cattivi). Più attento a esacerbare il contesto (a onor del vero non del tutto inverosimile), Ciprì chiude la porta in faccia alle sfumature, puntando tutto sul teatrino del tragicomico, cercando l’effetto a ogni costo, chiedendo allo spettatore, alfine, di sospendere l’incredulità per poter terminare il gioco. E a farne le spese, manco a dirlo, è proprio quel dramma annunciato sin dalle prime battute.
Rimandato.

Author

<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>