Impressioni di settembre (terza)

 

Sarebbe bello osservare il percorso artistico e professionale – quindi cinematografico – di Kim Ki-duk come fosse un cerchio con principio, punto d’arrivo e di nuovo principio. Come se anche il suo cinema avesse una primavera, un’estate, un autunno, un inverno e ancora una primavera. Kim Ki-duk, l’autore sudcoreano certamente più noto al pubblico occidentale, nell’eterno palleggio tra arte e vita , ha edificato un suo personalissimo punto di osservazione iniettando massicce dosi della prima nella seconda, sempre in bilico tra ruvido realismo e simbolismo allusivo dove questo secondo polo ha prepotentemente colonizzato la seconda parte della sua carriera, provocando un’avvilente e progressiva dispersione di significato in favore di un’ambiguità calcolata e di un banale e ostentato astrattismo modaiolo. Se infatti la prima fase (‘Coccodrillo’, ‘L’isola’, ‘Indirizzo sconosciuto’ e ‘Bad Guy’, tanto per fare qualche esempio), nella sua eccitata imperfezione, si stagliava violenta contro la sensibilità dello spettatore, la seconda – quella che l’ha imposto sotto i riflettori -, con Primavera… e La samaritana a fare da ponte tra le due, ha esibito la svaporatissima evoluzione di un percorso intaccato da ambizioni autoriali e autocitazionismo, rendendo zuccheroso e imbellettato quel grumo di carne e sangue – disturbante eppur spontaneo – che era il suo cinema passato, sostituito dalla febbrile quanto impersonale prolificità che ha dato vita ai discutibilissimi ‘Time’ e ‘Soffio’, fulgidi esempi di un fermento creativo sepolto da tonnellate d’autocompiacimento. Un’ascesa che, se da un lato ha reso Kim famoso presso le grandi platee, dall’altro ha evidenziato la graduale ma implacabile perdita d’identità della sua penetrante poetica, dotata di un proprio vocabolario immaginifico. Con Dream (2008), Kim si accomiatava temporaneamente dal mondo del cinema, costringendosi a una forma di autoesilio all’interno di una baita in montagna, convinto che per lui fosse giunto il momento di fare il punto sulla sua carriera e sull’incombente stasi artistica che sembrava aver infettato la sua originaria creatività. Risultato di tale disamina interiore è Arirang, diario di una videoconfessione tra il furbo e il candido, tra il tatticismo e la spontaneità, operazione un po’ narcisistica ma anche stazione inevitabile e sofferta, nonché giuntura tra l’inverno e l’ancora primavera che germoglia in Pieta, Leone d’Oro al Festival di Venezia e oggetto del t’amo o non t’amo da parte di critica e pubblico.

Kim Ki-duk, in un clima di ritrovata vitalità, sfodera dal cilindro un cupo gioco al massacro dove, annunciati senza preamboli o malcelati richiami, i tentacoli del denaro rivestono un ruolo di rilevante centralità tematica lasciando poi che i meccanismi di una violenta espiazione inneschino la tragedia che scalpita in sottofondo. Pieta, (con l’accento nell’edizione italiana) appunto, che si presenta con la dirompenza di un passato remoto che fu glorioso e con gli acciacchi di un passato prossimo che il regista, alla sua nuova alba, sembra intenzionato ad obliterare in nome di una concreta rinascita artistica. Pieta, storia di un signor nessuno che nella Seul operaia e brulicante svolge diligentemente l’attività di esattore per conto di uno strozzino, punendo selvaggiamente chi è in ritardo con i pagamenti. Il suo vivere meccanico, scandito come il giorno e la notte, viene scassinato dall’affiorare di una donna che si professa come colei che trent’anni prima lo ha abbandonato, sua madre. Inizialmente scettico, Kang-do depone la diffidenza lasciandosi trasportare dal calore umano che mai prima d’ora aveva provato e trascurando l’ambiguità del rapporto che lentamente si sta creando tra lui e la donna.

Nulla a che vedere, dunque, con l’ampolloso simbolismo delle ultime gesta cinematografiche(rese orfane di quella brutalità primordiale che fieramente campeggiava nei suoi lavori più riusciti)ma, piuttosto, un libero sfogo di rabbia accumulata, addomesticata, anestetizzata che, improvvisamente, si libera con inedito e febbrile vigore nei singoli fotogrammi, tavolozze dalla resa cromatica desaturata in odor di natura morta. Ambientando geograficamente l’azione nel quartiere Cheonggyecheon, Kim ritrae un preciso contesto sociale (che presenta alcune analogie con i reietti di Coccodrillo, impurità della metropoli silurate nei bassifondi), e medita (proprio come ha fatto Daniele Ciprì nel suo È stato il figlio, con esiti vicini al disastro) sulla forza disumanizzante esercitata dal denaro, simboleggiato dall’indifferenza robotica di Kang-do che, come una Grande Mietitrice, mutila i debitori negligenti. Definito dal suo regista come “una riflessione sulla tragedia del capitalismo moderno”, Pieta si (im)pone come crudele parabola e disperata presa di coscienza sugli effetti collaterali tipici delle società economicamente sviluppate, didascalico, veicolato e artificioso quanto si vuole, ma comunque mediato da un senso di fatale ineluttabilità che striscia come un anguilla, inquietante e in agguato, lungo tutto il serpentone interno. La prova concreta, certo non definitiva, di un nuovo ciclo che si apre. Di un nucleo caldo che pulsa ancora di vibrante intensità. È di nuovo primavera…

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>