Impressioni (veneziane) di settembre

“Con il cinema facciamo rivivere i nostri ricordi. Con il cinema possiamo perfino reinventare quei ricordi. Con il cinema ricordiamo il passato, il presente e il futuro… adesso. Il cinema ci riporta al passato, al presente e al futuro… adesso. Grazie al cinema ricorderemo il mondo“. Poi aggiunge: “Cinema significa esistere“. (tratto da “Siglo Ng Pagluluwal”)

Non poteva avere introduzione diversa questo articolo dedicato all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Una frase, un assunto che racchiude lo spirito di questo Festival appena passato. La 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, a edizione conclusa, aggiunge un altro fondamentale tassello a quello che è il suo obiettivo sin dal principio dell’era Müller, avvenuto nel 2004: restituire fedelmente il concetto di Cinema come incontro imprescindibile tra le diverse forme d’arte, collocandolo contestualmente nelle diverse sezioni presenti all’interno della Mostra. Dalle opere in concorso a quelle fuori concorso. Dalla sezione Orizzonti a quella della Giornata degli Autori fino alla Settimana della Critica Internazionale. Nel mezzo, corpose retrospettive hanno portato alla (ri)scoperta del cinema italiano d’avanguardia. Le opere di autori quali Carmelo Bene, Mario Schifano, Augusto Tretti e Romano Scavolini sono state ampiamente sviscerate lungo tutta la durata del Festival così come è avvenuto negli anni precedenti con le retrospettive dedicate al cinema giapponese e italiano di serie B. Un crogiolo di espressioni cinematografiche diverse, dunque, riunite in un’unica soluzione. A differenza delle altre mostre cinematografiche presenti nel mondo, quella di Venezia sottolinea l’urgenza di affrontare percorsi alternativi e/o poco convenzionali e allo stesso tempo nega e afferma la scissione tra cinema d’autore e cinema di genere facendo concorrere nella stessa sezione opere agli antipodi come  Faust di Aleksandr Sokurov (vincitore del Leone d’Oro) o Duo Mingjin di Jonnie To, fino a toccare le opere estreme, bellissime e laceranti come Himizu di Sion Sono – girato nel Giappone post 11 marzo – e Killer Joe di William Friedkin, film violento e  di stampo coeniano (per chi scrive, due dei titoli più belli presenti alla Mostra). Un Festival votato alla commistione, dunque. Un Festival che non emargina ma abbraccia, accoglie, rispetta. Poche le polemiche, inoltre, riguardanti i vincitori di questa 68ma edizione, premiati secondo criteri che poco spazio hanno lasciato al caso e a possibili malcontenti generali. Se infatti lo scorso anno il “giudice” Tarantino aveva assegnato scriteriatamente il Leone d’Oro consegnandolo a Sofia Coppola per il film Somewhere (tutt’altro che mediocre, ma, sempre secondo chi scrive, privo dei requisiti base per poter meritare un premio simile) quest’anno si è preferito “accontentare” tutti, a cominciare dal Faust di Sokurov che, al di là delle preferenze personali, è certamente un’opera magniloquente e ambiziosissima, frutto di una ricerca estetica senza pari. Premio meritatissimo anche quello andato a Là Bas (in concorso nella sezione Settimana della Critica ndr.), opera prima di Guido Lombardi. Il film, prodotto tra gli altri da Minerva Pictures, racconta delle difficoltà affrontate da un giovane immigrato di colore in una Napoli senza sbocchi. Il ragazzo, posto di fronte alla concretezza del problema, sarà costretto a decidere se continuare a vendere fazzoletti ai semafori oppure intraprendere la carriera criminale. Il film vanta un’ottima ricostruzione degli ambienti della malavita unita all’introspezione psicologica del protagonista e alla sua reazione di fronte al mondo criminale. Discorso analogo va fatto per la sezione “Orizzonti”, varata durante il primo mandato di Marco Müller e tendente a privilegiare opere sperimentali e opposte tra loro, per durata, formato, tematiche e intenti. Anche in questo caso la presenza massiccia di opere provenienti da tutto il globo ha fatto sì che la sezione si “distaccasse” dalla Mostra ufficiale e diventasse evento a sé, un festival autonomo e indipendente cresciuto in maniera esponenziale nel corso degli anni grazie alla perseveranza degli addetti ai lavori. Il “Festival” Orizzonti ha registrato illustri presenze tra cui quelle di Jonathan Demme, al Lido per presentare il documentario I’m Carolyn Parker: The Good, the Mad and the Beautiful, Amir Naderi, con Cut, inno “carnale” alla grandezza e alla bellezza del cinema giapponese e del cinema in generale che, sempre secondo Naderi, rischia di diventare una prostituta al servizio del profitto e del puro e vacuo intrattenimento. Non ultimo Shinya Tsukamoto, habitué del Festival di Venezia (la sua prima partecipazione è avvenuta nel 1998, con la presentazione di Bullet Ballet ndr.) e vincitore quest’anno del premio Orizzonti 2011, aggiudicato grazie a Kotoko, sua ultima, spietata, delirante eppure lucidissima indagine sulla natura umana e sulla mutazione del corpo e della mente. Impossibile non citare, a questo punto, la presenza, in concorso nella sezione Orizzonti, dell’opera fiume Siglo Ng Pagluluwal(Century of Birthing), diretta con eleganza e maestria dal capofila del nuovo cinema filippino, il regista Lav Diaz. Girato in uno straordinario bianco e nero digitale, il film, dalla durata di 6 ore, minuto più minuto meno, rappresenta una radicale meditazione sul ruolo dell’artista (in questo caso il protagonista del film è un regista alle prese con una crisi di ispirazione) nei confronti della sua opera e, parallelamente, narra le vicende di un sacerdote a capo di una setta e operante nelle zone rurali delle Filippine. I due “blocchi”, come da consuetudine nel cinema di Lav Diaz, procederanno su binari indipendenti lungo tutta la durata del film per poi incontrarsi/scontrarsi/confrontarsi negli ultimi dieci minuti.A conti fatti, la 68ma edizione si è mostrata all’altezza delle aspettative riuscendo a soddisfare le diverse esigenze che ogni anno “smuovono” le migliaia di persone accorse da ogni angolo del globo per poter assistere alla manifestazione. Come detto da Marco Müller, durante una conferenza stampa, non tutte le mostre riescono col buco: da par nostro l’ultima edizione ci è sembrata molto vicina alla categoria delle mostre col buco, attenta alle nuove proposte senza smarrire il contatto con i mostri sacri del cinema, densa e compatta, variegata e spumeggiante, come tutte le mostre dovrebbero essere. Chapeau.

Nella sezione multimedia le foto delle opere che hanno ricevuto i riconoscimenti principali.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>