In sala l’alba del pianeta delle scimmie

Certamente non è destinato a rimanere nella storia, eppure ci fa rimanere soddisfatti del biglietto speso.

De “L’alba del pianeta delle scimmie”, non stupisce il plot (che addirittura propone una citazione di “Risvegli”) ma la velocità infernale dell’incipit e dell’epilogo (mentre nella parte centrale il ritmo viene un po’ meno) che lasciano veramente col fiato sospeso.

Un altro motivo di stupore nel guardare questo costosissimo giocattolone è l’incredibile verosimiglianza raggiunta dalla computer graphic. Basta osservare i primati, coinvolti in una battaglia d’espressività coi funzionali – ma non ignobili – attori bipedi in carne ed ossa. A questa lotta, però, assistiamo col dubbio della fazione con cui schierarci e ciò va a discapito della tensione narrativa, unica grave pecca della pellicola.

Il lavoro della “Weta Digital”, compagnia di effetti speciali avviata da Peter Jackson e James Cameron, si nota dal profluvio dei suoi topos: il gorilla inferocito di “King Kong”, le foreste dai mastodontici alberi de “Il Signore degli anelli” o di “Avatar”, il ponte sconquassato in “True lies”, insomma: la qualità visiva fa pensare ad un imminente riversamento per i famigerati occhiali 3D.

Una qualità visiva così alta che ha fatto già insorgere alcuni critici, pronti a domandarsi come sia possibile realizzare un’opera “neoluddista” avvalendosi di tali presupposti tecnici.

E pensare che alcuni sequel del “c(ult)apostipite” con Charlton Heston, destinati al mercato televisivo, s’aggiravano (coerentemente?) su un livello artigianale ad un passo dal trash. Avvincente ed imprevedibile a sequenze piuttosto che nel suo insieme, vuol essere l’ennesimo reboot di una saga fantascientifica, a metà strada tra prequel e spin-off, seguendo il modello di “Batman begin” e dello “Star Trek” di J.J. Abrams. Con tali garanzie di richiamo, il budget poteva osare d’avvicinarsi alle 9 cifre e il semi-esordiente regista Rupert Wyatt si è all’altezza di tale dispendio di mezzi.

Così il pubblico ha premiato la pellicola al box-office, accogliendola con maggior entusiasmo di quanto ne ottenne perfino il remake di Tim Burton (ancora oggi considerato un passo falso). Il tutto contro ogni aspettativa: dopo le anteprime, infatti, i produttori avevano preteso d’aggiungere alcuni inserti, girati nell’aprile 2011, alle riprese realizzate a cavallo tra il luglio e il settembre 2010, posticipando così di due mesi l’uscita prevista nelle sale. In più, per non correre rischi finanziari, la Fox ha ristretto al minimo sindacale le venature horror: così facendo hanno ottenuto il visto censorio PG-13 (equivalente al bollino giallo nostrano, ndr) piuttosto che la “R” ossia il divieto di visione ai minori di 17 anni non accompagnati.
Nonostante ciò, il film rispetta il retrogusto nichilista dell’episodio pilota, inserendosi nella consolidata tradizione fantascientifica misantropica e pro-antropomorfa. E per un blockbuster nato per intrattenere (leggasi: consolare) le masse è una mossa alquanto coraggiosa. Dell’originale rispetta anche il “twist-in-the-end”, collocato nei geniali titoli di coda.

Nel cast, infine, spicca l’eterno, grandissimo, caratterista John Lithgow, già allenato a confrontarsi con un affabile scimmione in “Bigfoot e i suoi amici”.

Voto: 7+

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>