Intervista: Alessandro Tiberi e Ana Caterina Morariu

 

Nubi mefistofeliche e color piombo eclissano il cielo di un sabato pomeriggio primaverile. La pioggia è battente e molesta, causa il forte vento. Non proprio quello che si definisce un giorno di metà aprile. Sono nei pressi del centro storico materano dove in un caffè situato in zona (Lounge Cafè) e adibito a set si sta girando il videoclip “Orgoglio e povertà”, una canzone degli Heroscimmia, gruppo pop elettronico composto da Antonio Andrisani e Peppino De Florio. Il video clip è diretto dal regista Francesco Sperandeo. L’occasione è di quelle da non lasciarsi scappare: i protagonisti del video sono Alessandro Tiberi, interprete del fenomeno televisivo “Boris” oltre che reduce dal nuovo film di e con Woody Allen “To Rome With Love” e Ana Caterina Morariu, candidata al David di Donatello per l’interpretazione della problematica Cecilia nel film “Il mio miglior nemico” di Carlo Verdone. Riesco a infiltrarmi nel dietro le quinte registrando entusiasmo e concitazione, sensazioni che la troupe e gli interpreti tutti infondono nel corso della lavorazione. Soprattutto, riesco ad avvicinare i due attori che, al contrario delle avverse condizioni meteorologiche, si rivelano solari e disponibili, accettando così di scambiare quattro chiacchiere nei buchi di tempo concessi dalla preparazione del set.

Alessandro Tiberi

Dalla commedia sofisticata di Woody Allen alle sofisticazioni musicali degli Heroscimmia. Il passo sembra essere più lungo della gamba ma in realtà quello del cineasta e del duo musicale è per certi versi un linguaggio simile: raccontare la realtà attraverso i filtri dell’umorismo e dell’assurdo. Sei d’accordo?

Assolutamente! Sembrano dimensioni imparagonabili e invece, ascoltando alcune delle loro canzoni, ti rendi conto di quanto siano affini e speculari al mondo di Allen, così colorato eppure dotato di un fondo di malinconia. Un mondo in cui la convivenza tra ossimori crea un giusto equilibrio. A parte questo, apprezzo il fascino retrò, molto anni ’80, che permea i loro lavori.

Scorrendo la tua biografia è interessante notare una sorta di “schizofrenia interpretativa”. Infatti, se da una parte il tuo volto si trova spesso in film dalla portata, per così dire, commerciale, dall’altra è palese il tuo interesse nei confronti di un cinema più sotterraneo e underground…

Mi divido tra l’affitto di casa e le cose che mi piacciono realmente (ride). Scherzi a parte, il desiderio di creare qualcosa di diverso e autonomo, soprattutto nei primi tempi, era davvero forte. Tant’è che io, assieme ad altri colleghi, autoproducevo piccoli progetti indipendenti che restano tuttora un traguardo esaustivo in termini di coraggio e dedizione.

Parliamo di Boris. A quale fattore attribuisci il successo di una serie che si è trasformata prima in fenomeno di culto e poi in film vero e proprio?

Forse a una serie di coincidenze. Sfortunate per il cinema italiano e fortunate per la serie in sé. Mi spiego meglio: credo che il successo di Boris nasca dalla carenza di progetti validi e accettabili. Qualcosa in grado di fare colpo sul pubblico. Boris riesce a colmare questa carenza proponendo un prodotto innovativo che si è sposato subito con i gusti dei fruitori. Il merito, in questo senso, va attribuito soprattutto ai suoi autori.

Quindi sarai d’accordo con me se affermo che il cinema italiano è affetto da una sorta di depressione?
Purtroppo è così ed è sotto gli occhi di tutti. Tutto è livellato verso il basso. Noi attori soprattutto, parlandone, ce ne rendiamo conto. Del resto, la situazione del nostro cinema rispecchia un po’ quella del Paese in generale. Come diceva la Guzzanti, siamo un popolo di depressi. Specialmente in questo periodo.

Ci sono dei registi in particolare, italiani o internazionali, con cui speri di poter lavorare?

Posso dirtelo dato che, avendo divorziato artisticamente, non potranno mai chiamarmi. Parlo di Ciprì e Maresco. Oltreoceano mi piacerebbe collaborare con Nicolas Winding Refn e, puntando alle sfere celesti, con Clint Eastwood (ride).

Cosa mi dici di Matera? Si direbbe che la tua prima volta in questa città è stata “battezzata” da una pioggia primaverile…

Ci stavo proprio pensando. Con questa foschia sembra di essere al nord e io invece mi aspettavo un clima soleggiato. Come al solito sono stato smentito dalla realtà (ride).
Ana Caterina Morariu

Ana, come nasce la tua collaborazione con gli Heroscimmia?

Nasce attraverso una comune amicizia che è quella con Francesco Sperandeo. Ho conosciuto Francesco in qualità di aiuto regista. Poi ho visto il suo cortometraggio (Bab Al Samah ndr.) innamorandomi di lui come regista. Quindi, quale miglior occasione per poter lavorare con lui sullo stesso set?

Avevi già sentito parlare degli Heroscimmia o questa è la tua prima incursione nel loro mondo eccentrico?

Devo ammettere che questa è la mia prima incursione, infatti sono rimasta molto stupita, parlando ieri sera con Antonio, del nome che hanno deciso di dare al gruppo. E’ stato un bell’incontro e sono certa che quasi niente avviene per caso. In più, grazie a quest’occasione, ho avuto modo di visitare – ahimè, in maniera poco approfondita – Matera, romantica e suggestiva con questa pioggia. Mi chiedevo soltanto: quante chiese avete da queste parti? (ride)
Anche tu, come Alessandro, credi che il cinema italiano pecchi di qualità?

Credo che l’unica pecca sia quella di avere poco coraggio. Molte volte, nel cinema italiano, si punta sul sicuro e quel sicuro non è poi così interessante. Almeno per quel che mi riguarda. Gli ultimi film belli che ho visto sono “E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki e “Quasi amici”, entrambi girati in Francia. Credo che in Francia il cinema sia visto più come industria, concetto assolutamente non contemplato qui in Italia. Si raccontano storie di scarso interesse sulle quali però si punta molto. In questo senso il lavoro dell’attore è molto sacrificato. Non c’è la possibilità di mettersi realmente in gioco o di esprimere la propria creatività. Inoltre manca un senso di professionalità, carenza accentuata dall’idea diffusa che Italia tutti possono fare tutto. Domani posso aprire uno studio medico, sbagliare un’operazione e farla franca…

Per fortuna il cinema non ha queste responsabilità…

Non quelle di salvare un paziente ma certamente una responsabilità di tipo culturale ce l’ha eccome, e viene puntualmente non rispettata a causa dell’appiattimento generale e dalla perdita di interesse. E anche se hai delle alternative valide non ti permettono di concretizzarle. Ci sono persone molto preparate in Italia che sono penalizzate dalla scarsa audacia dei produttori.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>