Intervista: Barbara Ciardo

 

Un’intervista corale per celebrare il talento di Barbara Ciardo, giovane napoletana che ha conquistato la DC Comics. Barbara infatti è una delle più apprezzate coloriste della prestigiosa casa editrice americana dopo aver maturato importanti esperienze sul mercato francese e italiano. Tra le sue ultime opere di maggiore prestigio la graphic novel Superman: Earth one scritta da J. Michael Straczynski e Batman: Natale di Lee Bermejo.

Un nutrito gruppo di importanti disegnatori (che non hanno bisogno di presentazioni) e appassionati di fumetto interrogano simpaticamente Barbara sul suo lavoro.

 

Goran Parlov

Ma i coloristi leggono mai la sceneggiatura?

Credo che la lettura della sceneggiatura e più in generale la conoscenza del progetto (che sia una serie o un volume unico), sia fondamentale per tutti gli autori che vi partecipano. Per quanto mi riguarda leggo sempre la sceneggiatura, perché trovo sia necessario prima di tutto ad avere un’idea generale della palette da utilizzare e poi per raccogliere immagini di riferimento e ispirazione per le diverse ambientazioni e i personaggi che si presenteranno durante la lavorazione. Oltretutto capita che alcune indicazioni dello sceneggiatore siano espressamente destinate ad essere sviluppate in fase di colorazione. Generalmente dopo aver letto il testo nella sua interezza e raccolto il materiale visivo, ricevo le tavole dal disegnatore e rileggo solo la sequenza che devo trattare.

Il colorista racconta con il colore, contribuisce a scandire i tempi della narrazione e a conferire la giusta atmosfera; per farlo in maniera efficace e coerente con il disegno, conoscere la storia è il primo passo.

 

Antonio andrisani

Barbara, qual è la storia a fumetti che avresti voluto colorare tra le migliaia uscite per la DC?

Domanda difficile considerata la mia ridotta conoscenza del materiale in uscita, che è un’enormità; inoltre posso dire di essere stata abbastanza fortunata da essere ingaggiata su alcuni progetti che per me sono il massimo, quindi il classico “non potrei desiderare di meglio” è adatto all’occasione.

Quando è uscito il Batwoman di Rucka/Williams/Stewart, ho pensato che mi sarei divertita a reinterpretare alcune sequenze, ma è una cosa che mi capita con moltissimi fumetti; quando ne sfoglio uno il primo pensiero va al modo in cui è colorato e purtroppo questa cosa spesso mi distrae dalla lettura.

Ad ogni modo se posso divagare e uscire dall’universo DC, resterà sempre un grande desiderio colorare una storia disegnata dal maestro Sergio Toppi, recentemente scomparso.

 

Peppe Pecora

Dove ti sei formata e cosa si prova a lavorare con colossi americani, soprattutto per dei “miti” come Batman e Watchmen?

Dopo aver studiato alcuni anni disegno e tecniche pittoriche alla Scuola Italiana Di Comix di Napoli, ho intrapreso un percorso da autodidatta sulla colorazione digitale. Le prime pubblicazioni per il GG Studio mi hanno dato modo di lavorare con un buon numero di disegnatori, ricercare un mio gusto e affrontare le difficoltà legate alla produzione di un fumetto; prima fra tutte garantire una continuità in termini di qualità e stile, cosa con cui avevo mai fatto i conti in precedenza. Da lì la mia formazione è continuata con ogni nuovo editore che ho incontrato e in maniera diversa continua tuttora.

Ho iniziato a pensare che colorare fumetti potesse diventare una carriera, avendo come riferimento la vasta produzione del mercato americano e inevitabilmente anche i suoi miti; mai avrei pensato di avere l’opportunità e la responsabilità di confrontarmici. Su entrambi i progetti da te citati, l’entusiasmo da un lato e una buona dose di ansia dall’altro mi hanno accompagnato dalla prima all’ultima tavola.

Il meglio però viene quando vedi il tuo lavoro pubblicato e senti di aver contribuito in piccolissima parte ad un pezzo di storia dei comics.

 

Corrado Mastantuono

Quanto impieghi mediamente a colorare una tavola? Qual è l’ultimo effetto che hai scoperto e che stai utilizzando nell’ultimo periodo?

Il tempo di lavorazione varia da progetto a progetto e in gran parte chiaramente dipende dal disegno e dal relativo stile di colorazione che scelgo di utilizzare; nonchè, non meno importante, dalle scadenze previste per la consegna.

Ci sono stati progetti che hanno richiesto più di due giorni per una singola tavola (le scadenze fortunatamente lo permettevano) e altre situazioni in cui ho dovuto realizzare una tavola e mezza in un giorno. In media comunque un paio di giorni è il tempo che considero ideale.

A dire il vero non ho fatto particolari scoperte recentemente; dopo una fase iniziale in cui mi sono divertita a sperimentare effetti e strumenti diversi, ho selezionato e iniziato a sfruttare una parte minima della vastità di scelte che Photoshop offre e attualmente, quando posso, cerco di combinare digitale e tecniche tradizionali. Uso quindi pochi strumenti che trovo comodi e sto cercando di ridurre anche la quantità dei livelli, puntando ad ottenere ciò che ho in mente nella maniera più semplice possibile.

Si può dire che sto scoprendo la semplificazione, non tanto nel risultato finale del lavoro quanto, appunto, negli strumenti per ottenerlo.

 

Corrado Cafagna

Cosa pensi del sempre più diffuso uso del digitale non solo nella colorazione ma anche nel disegno. Una naturale evoluzione degli strumenti ma che azzera l’esistenza delle “tavole originali”, spesso un vero e proprio introito extra per un artista dei comics, nonchè testimonianza “fisica” del suo lavoro.

Spesso mi lamento del fatto che il mio lavoro non mi dà l’opportunità di avere delle tavole originali, sia per il fascino intrinseco che ha la tavola finita in forma cartacea, sia per il suo valore collezionistico. Da disegnatore, tenterei di preservare il valore dell’originale integrando magari le tecniche tradizionali con l’uso del digitale. Un metodo valido potrebbe essere utilizzare il digitale per i layouts o la matita finita, stampare la tavola con un tratto chiaro e completarla con l’inchiostro in modo da poter modificare o ripensare più volte il disegno rapidamente, ma avere comunque l’inchiostro finale “originale”. Alcuni disegnatori che conosco fanno in questo modo e mi sembra un buon compromesso.

 

Onofrio Catacchio

Hai progetti extra colorazione all’orizzonte. Cosa le piacerebbe realizzare da “artista completa”.

E’ una domanda che arriva esattamente in un momento in cui avverto un bisogno di cambiamento ed evoluzione. Il lavoro come colorista mi impegna parecchio e mi soddisfa pienamente, ma parallelamente sto cercando di dedicare del tempo anche alla creazione di qualcosa di personale, più volto all’illustrazione che al fumetto. Al momento comunque sono in fase di studio e non ho ancora programmi concreti.

 

Antonio andrisani

Se ti dicessi Steve Oliff? Cosa ha rappresentato per te e per la cultura del colore nel fumetto americano? E a questo punto quali sono i tuoi punti di riferimento?

Steve Oliff come sai è stato pioniere nel passaggio dalle tecniche tradizionali all’uso del digitale nella colorazione dei fumetti. E’ a lui e a chi come lui tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 iniziava a sperimentare l’uso del computer in tal senso, che si devono gli enormi vantaggi che un colorista ha oggi in termini di scelte stilistiche, tempi di realizzazione, organizzazione del lavoro.

Per non parlare della sua enorme produzione, non solo come colorista, che richiederebbe svariate vite per essere equiparata.

Inizialmente ho avuto più coloristi di riferimento dal cui lavoro ho appreso cose diverse, tra questi certamente Brian Haberlin, studio Liquid, studio Udon, Peter Steigerwald, Dave Stewart e Laura Martin che sono stati i primissimi che ho seguito; poi ho iniziato ad essere attratta anche da prodotti diversi dal fumetto americano e a studiare colorazioni più europee. Probabilmente quello che ho prodotto finora si può considerare un mix di queste diverse tendenze.

Da un po’ di tempo, però, più che cercare riferimento in altri coloristi, tendo a seguire maggiormente artisti legati a pittura, illustrazione e fotografia (soprattutto cinematografica); ma l’elenco varia quasi quotidianamente.

 

Giulio Laurenzi

Il lavoro di colorista è più catena di montaggio o bottega d’arte? Insomma, ti succede di romperti le scatole a colorare i disegni di tanti autori. Magari qualche volta ne capita uno che non ti emoziona, un po’ scarsino.

Può capitare durante la lavorazione di un fumetto anche quello partito con i presupposti più interessanti, che l’entusiasmo iniziale cali indipendentemente dalla storia o dai disegni; ma questo credo avvenga perchè qualsiasi attività anche la più creativa, fatta in maniera ripetuta e con tempistiche imposte, diventa necessariamente un po’ meccanica. Ti ritrovi quindi ad avere la sensazione che stai producendo ma non stai creando, non ti stai divertendo. Secondo me il professionismo in ambito fumettistico è proprio questo: trovare un equilibrio tra la propria esigenza di esprimersi istintivamente e liberamente in un imprecisato momento e quelle che sono le condizioni di costanza e continuità richieste dalla produzione, al fine di presentare al lettore un prodotto che per quanto possibile non tradisca questa dicotomia.

Comunque fortunatamente sono molte di più le volte in cui vivo il lavoro come “bottega d’arte”, anche perché lavoro in studio con altri fumettisti condividendo gioie e difficoltà del mestiere.

 

Danilo Filippo Barbarinaldi

In genere i coloristi di comics si adattano al segno e allo stile del disegnatore, come, e se, cambia il tuo metodo di lavoro? O riesci ad imporre il tuo stile?

Muovendo i primi passi in questo mercato, ho conosciuto molti disegnatori in cerca di un colorista che valorizzasse il proprio lavoro e non altrettanti coloristi in grado di farlo in ogni circostanza; quindi ho cercato in maniera piuttosto naturale di essere versatile non fossilizzandomi su uno stile unico e coltivando parallelamente un mio gusto cromatico (riconoscibile?).

Attualmente non ricerco una colorazione diversa per ogni disegnatore, ma adatto alcuni stili di base sviluppati nel tempo aggiungendo o togliendo qualcosa, arricchendo o semplificando dove serve. Se nonostante questo processo dinamico di adattamento rimango riconoscibile è un’ottima cosa ma, come ho detto in varie occasioni, ciò che principalmente mi interessa ottenere è armonia col disegno, aderenza alla storia e leggibilità.

 

Alfonso Elia

Negli ultimi anni c’è stata una vera invasione del made in Italy nel fumetto americano. Secondo te facilitata solo dai nuovi mezzi di comunicazione o anche da una maggiore capacità ricettiva del mercato e delle stesse case editrici circa la varietà degli stili?

Credo che i nuovi mezzi di comunicazione abbiano contribuito fortemente a una maggiore visibilità degli autori italiani e non; allo stesso tempo la massiccia condivisione di immagini ha favorito la contaminazione stilistica e un’apertura del mercato verso il nuovo. Se a questo si aggiunge che in Italia ci sono un buon numero di scuole di fumetto ed eventi fieristici che fanno spesso da ponte tra gli autori e gli editori internazionali, nonché una tradizione di fumetto in bianco e nero accattivante anche per gli americani (ho sentito più di un editor annoverare tra i propri autori preferiti alcuni maestri italiani del bianco e nero), è possibile forse, dare un’interpretazione del fenomeno italiano.

 

Antonio andrisani

La collaborazione con Bermejo continua sulla discussa mini serie Before Watchmen. Discussa i quanto è nota la rottura tra Alan Moore e la DC. Io stesso sono indeciso se acquistare questi prequel o per solidarietà all’autore, ignorarli. Lasciamo da parte per un momento i colori. Tu cosa ne pensi di questa vicenda? Ritieni, da un punto di vista morale, sia giusto che la DC utilizzi questi caratteri senza l’approvazione di Moore?

Conosco parzialmente le vicissitudini legali intercorse tra le parti e so che sul web si è detto molto a riguardo in una fase in cui avevo bisogno di concentrarmi sulla lavorazione, quindi ho seguito poco le polemiche. Quello che già sapevo è che negli anni ci sono state molte controversie e che attualmente esiste un rapporto contrattualmente chiaro, ma appunto moralmente non risolto. Considerando che è una situazione complicata, che divide, in cui entrambe le parti hanno le proprie comprensibili ragioni, penso che bisognerebbe guardare a BW come ad un operazione che non leva nulla all’opera originaria, la quale manterrà la sua unicità e il suo posto nella storia del fumetto, qualsiasi cosa accada. A questo si aggiunge che il livello dei professionisti coinvolti è alto e tutti, me compresa, si sono confrontati con i personaggi di Watchmen amando il fumetto originale e nel rispetto di ciò che rappresenta. Dunque non vedo questi prequels come una macchia, ma come un arricchimento di cui l’opera è ispiratrice e in cui si sono espresse con passione diverse visioni artistiche.

 

Pasquale Frisenda

Hai uno stile di colorazione ormai piuttosto riconoscibile ma riesci comunque ad adattarti alle caratteristiche grafiche di vari disegnatori senza coprirne il disegno o sovrapporti ad esso. Come si svolge il tuo lavoro in tal senso?

Cosa cerchi di cogliere e di “fare tuo” nei disegni delle varie personalità artistiche con cui hai collaborato?

La tua domanda va più a fondo in quel processo dinamico di adattamento di cui dicevo sopra, processo che ovviamente parte dalla tavola disegnata. Collaborare con disegnatori molto differenti tra loro, mi ha consentito infatti di pormi ogni volta domande diverse. Quando ad esempio ho lavorato su disegni a linea chiara, ho scelto di rendere i volumi con il colore arricchendo la colorazione con più livelli di ombre e luci, maggiori dettagli ed effetti; dove invece ho affrontato tavole che presentavano moltissimi dettagli o valori tonali di grigio, mi sono concentrata maggiormente sull’impatto cromatico cercando di rispettare i valori già presenti e lavorando sulle luci piuttosto che sulle ombre. Chiaramente anche il modo in cui si modellano luci e ombre segue lo stile grafico del disegnatore e alla fine di ogni lavoro, tutto questo resta mentalmente “in memoria” e in maniera naturale viene rielaborato e integrato nel lavoro successivo.

Ringrazio F052 e tutti gli artisti hanno contribuito all’ intervista collettiva. Un saluto a tutti!

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.