Intervista: Corrado Mastantuono

 

Ho scambiato alcuni pensieri con uno uno dei più versatili e talentuosi fumettisti italiani, Corrado Mastantuono.

 

Caro Corrado, il fumetto nasce ufficialmente nel 1896 con quel bambino giallo dal testone glabro che anche tu hai mirabilmente reinterpretato in diverse occasioni. Siamo nel 2011 e credo che il fumetto sia ancora visto nel nostro Paese come una forma di espressione per ragazzi. Profondamente delegittimata rispetto alle altre Arti. Che ne pensi?

A livello istituzionale è drammaticamente vero. Tolta qualche iniziativa illuminata come il quartiere del fumetto a Roma, dove le vie e le piazze riportano i nomi dei maestri del fumetto italiano, o qualche mostra sui soliti nomi, per il fumetto si fa veramente poco, tanto che ancora non si è riusciti a ottenere dai vari governi di destra e sinistra una regolamentazione del diritto d’autore che nel nostro campo è costretta ad appoggiarsi su altre forme espressive.
A livello popolare invece credo che il fumetto sia ancora benvoluto, prova ne è che ogni volta che un quotidiano si affida alle tavole di qualche classico è sempre un successo.

Dirò di più. Penso che il fumetto italiano come il cinema, la letteratura sia molto regredito negli spazi e nella considerazione. E’ una ulteriore vittima dell’imbarbarimento culturale, qualcuno dice ad orologeria, che stiamo vivendo.

Non si può negare che delle decine e decine di riviste degli anni 70 e 80, d’autore e non, oggi rimanga ben poco. La diminuzione dei lettori ha fatto sì che tutto giri intorno a pochissime case editrici, le più attrezzate, che sono le sole che riescono a garantire ai propri autori un compenso dignitoso.

A parte le cattedrali del fumetto popolare con le quali tu collabori egregiamente con un approccio molto “artistico” come ti spieghi la scomparsa dei contenitori per il fumetto autoriale e soprattutto esiste ancora il fumetto d’autore in Italia?

La forza del fumetto d’autore degli anni 80 è stata quella che ha anche decretato la sua fine. La grande novità di quelle storie era proprio la sregolatezza, l’originalità, l’improvvisazione e il compiacimento estetico, elementi che alla lunga non hanno retto l’impatto con le richieste che invece volgevano sempre più verso un prodotto organizzato e riconoscibile. Il “Garage ermetique”, geniale e unico, lasciava il passo a prodotti in cui il lettore si poteva riconoscere maggiormente, anche se con sfinenti ripetizioni e abuso di clichè narrativi.
Oggi ci sono fenomeni celebratissimi come Gipi e pochi altri ma, a parte queste eccezioni, direi che il fumetto d’autore fa fatica, non riesce a sfamare chi lo fa, che a ben guardare è un limite non da poco e relega quest’attività a poco più di un hobby.

Non pensi che gli autori stessi abbiano responsabilità? Negli anni ’80 e ’90 forse si sono scollati dal grande pubblico creando universi autoreferenziali e a volte velleitari. Hanno smarrito la voglia di comunicare a tutti, o quasi.

Il fumetto d’autore forse non può non essere di elite. Credo che sia normale che quando si raffina il linguaggio si seleziona anche il pubblico a cui ci si rivolge. Sarebbe ingenuo se non utopistico voler creare qualcosa di nuovo o addirittura rivoluzionario con i presupposti della grande fruizione, della popolarità.

Penso al grande De Luca che traduceva in tavole vertiginose Shakespeare sul Giornalino negli anni ’70 ma a parte questo fuori classe, ancora misconosciuto, credi che il fumetto abbia una funzione pedagogica?

Il fumetto è un linguaggio e pertanto può essere applicato per qualsiasi obiettivo. In genere penso al fumetto come a un’opera d’intrattenimento, di svago. Questo non significa che non si possano toccare corde politiche o sociali o addirittura d’insegnamento, pensiamo alla “Storia d’Italia a fumetti” degli anni ’70.

Per me i disegnatori si dividono in due categorie. Quelli che sanno disegnare e quelli che non sanno disegnare. Tu sai disegnare. Questo teorema molto alla Sergio Leone non è un caso. Se penso alla tua esperienza con la Disney e la sua mitologia. Nessuno nel mondo ha saputo reinventare quell’universo come gli autori italiani. Con una attitudine simile a quella degli “spaghetti western” rispetto al Western classico. Come te la spieghi questa peculiarità tutta nostrana ed ovviamente parlami della tua esperienza con Paperino & CO.

All’inizio tutto nacque per l’esigenza di rimpinguare le ormai esigue storie prodotte da Burbank da parte della Mondadori che aveva in gestione il materiale Disney da pubblicare in Italia. I pionieri furono i leggendari Lorenzo De Vita, Carpi, Scarpa che diedero vita a una e vera scuola italiana. Forse non tutti sanno che a tutt’oggi questa scuola italiana prodice il 90% delle storie mondiali e i suoi autori sono i più celebrati. Per me il passaggio ai personaggi dinoccolati e sbarazzini di Topolino fu un passaggio quasi naturale, provenendo io dal mondo dei cartoni animati dove di personaggi antropomorfi ne passavano a vagonate. Era il 1989 quando esordii con la mia prima storia con Paperino, tirato dentro da quello che risulta essere uno dei miei padri artistici, Giovan Battista Carpi. A distanza di ventitre anni e con centinaia di storie alle spalle mantengo intatta lo stesso entusiasmo e la stessa emozione di quando affrontai quella prima storia.

Nel 2007 ti viene affidato il Texone e successivamente entri a far parte della scuderia Bonelli. Mi colpisce molto la tua capacità anche tecnica di passare da un universo realista ad uno di fantasia con tanta disinvoltura senza perdere il tuo stile. Tra l’altro ti porti sempre un po’ di Paperopoli nella polvere di Tex e viceversa. In quale dei due ambiti ti diverti di più?

In realtà il lavoro su quello che viene chiamato amichevolmente Texone è stato il suggello di un’attività instancabile iniziata nel lontano 1993 sulle pagine di Nick Raider prima, e Magico Vento dopo.
Il segreto del mio ecclettismo credo si possa spiegare con lo sviluppo parallelo dei due stili fin dagli esordi.
Disegnavo umoristico per la Disney e realistico per la ComicArt. Questo mi costringeva a continui cambi di registro un po’ isterici e destabilizzanti. Alla lunga però hanno maturato una naturale propensione a destreggiarsi nei registri grafici più diversi.

Quali sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzato e quali, anche se distanti dal tuo background, ami particolarmente?

Credo che sia inevitabile essere influenzati, magari anche inconsciamente, dalle cose che ti piacciono. I gusti negli anni sono cambiati ma l’attenzione verso i “bravi”, i maestri, quelli che hanno sempre qualcosa da insegnare, quella non è mai calata. Citare tutti gli autori che amo sarebbe impossibile. Mi prendo la libertà di segnalare quelli che hanno orientato i miei gusti soprattutto nella fase pre-professionale, quando ancora fecevo i fumetti per diletto: nell’ambito del «tratto umoristico» Romano Scarpa, Giorgio Cavazzano, Giovan Battista Carpi, Benito Jacovitti, Magnus, André Franquin, Quino, Sempé, Carlos Nine, Albert Uderzo e Andrea Pazienza, mentre per quanto riguarda il «tratto realistico» John Romita, Ivo Milazzo, Milo Manara, Alberto Breccia, Roberto Mandrafina, Sergio Toppi, Jorge Zaffino, Jordi Bernet, Magnus, Nine e Jean «Moebius» Giraud. Non tutti questi amori hanno resistito al tempo ma credo che ognuno di loro abbia una piccola responsabilità se ora imbratto fogli bianchi.

La sensazione che provo quando guardo i tuoi disegni è che tu possa disegnare tutto (sei anche uno straordinario caricaturista). C’è qualcosa invece che ti mette in difficoltà? (tipo i cavalli per Magnus :))

Sono pigro per cui serie storiche dove la documentazione dev’essere rigorosa mi taglia un po’ le gambe.

 

Molti giovani autori, spesso impersonali, migrano in America presso i colossi dei Super eroi. Hai mai pensato di provarci. (Qualche tua illustrazione in realtà l’ho pure vista.) Pensi che possa essere una esperienza interessante?

Be’, è un tipo di disegno che personalmente non credo che mi venga spontaneo. diaciamo che non è nelle mie corde. Ma se mi si ponesse la sfida credo che accetterei volentieri la possibilità di confrontarmi con i mitici personaggi in calzamaglia d’oltreoceano.

C’è stato un momento, anni fa, molto prima di Internet in cui sembrava che il fumetto erotico fosse la panacea, anche commerciale, per autori importanti. Non faccio nomi. Tu hai frequentato poco il genere. Cosa ne pensi?

Che io non l’abbia mai affrontato è solo un caso. Non ho niente in contrario a un tipo di racconto più pruriginoso. Si è sviluppato soprattutto nell’ambito del fumetto d’autore che io ho solo sfiorato agli esordi. Credo che questo sia il motivo fondamentale.

Grazie Corrado e complimenti. Concluderei chiedendoti se c’è qualche progetto particolare al quale stai lavorando o pensando?

Sempre

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.