Intervista: DIVA

Definisco Facebook un luogo per gente che si odia. A volte riserva però splendide sorprese. Pochi giorni fa sulla bacheca di un “amico” mi sono imbattuto in una canzone. Provenienza youtube con immagine fissa di Milly Carlucci sui pattini a rotelle periodo L’altra domenica. Il titolo della canzone: “Il paradiso su rete quattro” ed è postata dal canale Discoring 1 gestito dai Diva. Insomma una inequivocabile dichiarazione di intenti. La pop song, ovviamente dalle sonorità ’80, è perfetta. Per me, un vero colpo di fulmine, come non mi accadeva dalla terza media (1980) con la differenza che mentre quella piccola racchia non ricambiò, la canzone lo fa, ad ogni ascolto, sempre di più. Se avessi la macchina del tempo potrei vincere tutti i Festivalbar dal 1984 ad oggi con un pezzo cosi’. Scopro che l’autore del paradiso su rete quattro è Davide Golin. Mi precipito da lui attraverso il social network per proporgli quattro chiacchiere.

Davide, non so nulla di te. Mi sembra un ottimo punto di partenza. Parlami di te. Per dirla alla Mogol. Del tuo percorso musicale.

Ciao Antonio e un ciao ai lettori di F052. Il pop inglese è la musica che mi ha segnato da sempre. Ho iniziato da piccolo ad ascoltare prog e krautrock per influenza di mio fratello più’ grande e dei suoi amici, poi qualche cantautore italiano, Edoardo Bennato su tutti. Quindi dall’adolescenza in poi post punk,  new wave e guitar pop. Due nomi su tutti: The Smiths e New Order. Ma in realtà avevo le orecchie aperte un po’ su tutto: guardavo ogni anno Sanremo e il Festivalbar. Da pischello suonavo le tastiere in un gruppo dark di nome D’As Hirth: facemmo un EP, eravamo del giro dei Frigidaire Tango. Negli anni ’90 passai a cantare e a scrivermi le canzoni, facevo un incrocio di shoegaze, dark e Madchester con testi in inglese con un gruppo di nome Motherlight con cui aprimmo un concerto degli Swervedriver. Era il ’91-’92, ascolti ossessivi di Beatles e Bowie. Poi mi buttai sulla musica italiana. Erano gli inizi del brit pop e pensavo che sarebbe stato fico che in Italia ci fosse un equivalente del genere, un mostro a tre teste Pulp-Blur-Suede che cantasse testi in italiano scanzonati e che non si prendessero troppo sul serio, “politici” ma in modo obliquo, non sloganistici o ideologici ma allo stesso non banali. E con quel pizzico del camp che mi avevano trasmesso Ray Davies, Bowie o Morrissey. Insomma volevo inserirmi in questa terra di nessuno equidistante tra il mainstream italiano di Biagio Antonacci e la scena alternativa che in Italia voleva dire due cose: le posse hip hop e il post grunge. Tra il ’93 e il ’95 circa quindi cercai di mettere in pratica questa visione con un gruppo di nome Immacolate Concezioni ma l’impresa era davvero ardua, specie se condotta nella provincia veneta. Comunque riuscimmo a far da spalla ai Blur in un loro tour dell’epoca. L’accoglienza sorprendente  di cui godemmo in quell’occasione non bastò. Ci sciogliemmo e quindi nel ’96 circa trovai Andrea Novello, un chitarrista dallo stile cristallino e jangle appassionato di Lloyd Cole. E un batterista, Paolo Bertorelle che poi diventerà professionista. Insieme formammo i Diva, nome che volutamente richiamava un salone di provincia, naturalmente come provocazione verso una scena alternativa che con le sue camicie di flanella e il pizzetto da sergente alpino non ci voleva perché troppo “pop da frocetti”, come una volta mi apostrofò un avventore di un bar a un soundcheck. Metti poi che facevamo cover di Patty Pravo e della Rettore nei pub tra un tributo e l’altro al Liga e al Blasco. Poi si aggiunse stabile Paolo Tizianel al basso, polistrumentista con molta sensibilità’ musicale e solista come Beniamino Noia.

Stiamo sul “pezzo” come direbbe un giornalista vero. Ai superficiali potrebbe apparire una banale canzone euro pop ma in realtà è illuminata dalla grazia della apparente semplicità che fu di Gainsbourg o dei migliori Pet shop boys. Quali sono le tue Muse musicali?

Intanto grazie dei complimenti! Associarvi il nome di Gainsbourg, poi. In breve, le mie Muse “storiche” sono gli Smiths e New Order. Ai quali si sono poi aggiunti gli eroi del britpop anni ’90, lo stesso Gainsbourg e in secondo piano i classici come Bowie, Bolan, eccetera. E Lucio Battisti. In effetti l’europop della nostro pezzo non lo vedo perfetto e apollineo come quello dei PSB, ma piuttosto “macchiato” del peccato originale del punk. Come nel caso dei New Order insomma. E poi è anche autoironico: visto che parlo degli anni ’80 ho voluto associarvi un beat e un arrangiamento che facessero da pendant. Non ha fatto così anche Momus nella sua “Life of the Rich and famous”, se non ricordo male?

La costruzione del testo mi fa pensare ad una sorta di situazionismo pop. Ironico e sofisticato, ci racconta in pochi minuti, tutta la decade degli anni ’80 con le sue miserie senza tralasciare squarci sul presente. Dimmi, dimmi dei tuoi testi.

Qualche anno fa mettevo dischi in un locale della campagna veneta, un preserata fino a quando alle 2 arrivava la mani attraction che metteva un unz unz alquanto vigoroso e impasticcato. Io me ne tornavo a casa e affondavo sul divano davanti alla tele a mangiare una pizza surgelata per prevenire l’hangover del giorno dopo. A quell’ora Retequattro dava filmati di musica di repertorio dalle trasmissioni Fininvest degli anni ’80. L’idea del pezzo è partita da li, dalla vista di quei ragazzi cotonati dai sorrisi felici sugli spalti dell’Arena di Verona o dal Petruzzelli. A quella poi ho associato altre istantanee in modo devo dire abbastanza istintivo, come l’episodio della migrazione dai negozi di Benetton cui ho assistito quando ero a Londra all’epoca con una borsa di studio.  O come la scena delle monetine a Craxi che tutto sommato chiudono “ufficialmente”, ma non effettivamente, gli anni Ottanta in Italia. Più in generale, sono ossessionato dal passato e dalle sue incursioni nel presente nei modi più’ bizzarri, dalla televisione al calcio, alla cronaca. Vivo con un occhio costantemente su Raistoria.

Davide, dalle cento lire all’Hotel Raphael come è cambiato questo Paese? Se è cambiato

Cambiato, direi proprio di no. Berlusconi (con il suo elettorato) è solo la versione cheap di Craxi e la televisione italiana, fin qui ancora il massimo strumento di consenso, è ancora ancorata allo stile e ai contenuti degli anni Ottanta. Anche Raitre, intendiamoci vive ancora delle intuizioni dell’era Guglielmi. Anche Santoro viene da li. Per fortuna esistono le borse di studio Erasmus, esistono i voli low cost ed esiste l’UE ( e da qualche tempo internet) a tenerci agganciati al mondo civile.

Quale altro momento paradisiaco televisivo ti auguri di guardare al momento?

Uno special sui Mondiali del ’74 che mi sono perso qualche tempo fa. Con un Paolo Frajese assai hipster dai capelli lunghi. Ma del resto allora hipster lo erano tutti, inconsapevolmente, come ormai sappiamo.

Se sapevo che uscivi con un cantautore con la chitarra che al terzo disco si fa crescere la barba”. Strepitoso verso della canzone. Qualcosa contro i cantautori?

Grazie! Forse si trattava del tipo dei Marlene Kuntz, adesso non ricordo bene. Volevo fosse una pura constatazione warholiana, esente da qualsiasi giudizio. In realtà ho un malcelato pregiudizio – bonario, si intende – verso i cantautori. Io che ho sempre creduto nella mistica del gruppo tipica del pop inglese. Quante volte si è detto che nell’Italia individualista non funzionano i gruppi ma i solisti?

Il paradiso. Impossibile non pensare alla canzone di Battisti per Patty Pravo (e tanti altri). Che mi dici di Lucio?

Pensa che quella canzone la facevamo come cover con le Immacolate Concezioni. Battisti, che dire. E’ insieme i Beatles e i Rolling Stones della musica italiana. Il big bang. Di lui mi piacciono soprattutto i pezzi “nazional popolari”, per dire. Panella, per carità’. Prendiamo Mi ritorni in mente: un cocktail perfetto: 1/3 American rhythm&blues, 1/3 beat inglese, 1/3 aria popolare italica. Non ce lo siamo meritati.

Ho visto sul tuo profilo che hai pubblicato un romanzo “Pablito mon amour” sulla cui copertina risalta un albo dell’Intrepido con Paolo Rossi. Mi dispiace non averlo letto, recupererò. Vuoi parlarmi di questa esperienza?

Se vuoi, la canzone è in un certo senso la versione liofilizzata del romanzo, che è una cavalcata, un po’ psichedelica devo dire, dalla metà degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta tra calcio, musica, leggende metropolitane (anzi, nel mio caso campagnole), icone televisive dimenticate e personaggi che emergono tra il vero e il verosimile dalle nebbie dell’eterna provincia italiana. Sul romanzo ho un blog dove gli interessati potranno farsi una idea più’ precisa. http://pablitomonamour.tumblr.com

Leggi molto? Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Leggo circa un libro al mese, non so se tanto o poco. Non ho autori particolari di riferimento. L’ultimo classico che ho letto è il Parise de “Il prete bello”. Consiglio “Le rose del ventennio” di Giancarlo Fusco, libro definitivo sul Fascismo più’ di tanti saggi. Poi mi piacciono  molto “nuovi” americani tipo Nic Kelman, John O’Brien (nella eccellente traduzione di Anna Mioni). Adesso sto leggendo “L’eroe dei due mari” di Giuliano Pavone, libro degno di una commedia di Risi o Monicelli. Strepitoso.

Grazie Antonio di avermi ospitato qui.  E belle cose a tutti.

Grazie a te Davide. Non ci resta che ascoltare “Il paradiso su rete quattro” nella sezione media.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.