Intervista: EGOKID

 

Con grande piacere ospitiamo su F052 gli Egokid. La band milanese, attiva dal 2003,  ha pubblicato da poco il quarto album “Ecce homo”. Il disco è un caleidoscopio di diverse influenze. Dalla canzone italiana d’autore sino al pop sintetico anni ’80/’90. I testi, ironicamente esistenzialisti, aprono finestre pop sulla nostra società sempre più conformista e grigia. Scambio quattro chiacchiere con loro approfittando della loro disponibilità e simpatia.

 

Cominciamo dalla copertina (vagamente “convertiniana”) del vostro nuovo album. Fa un bel figurone sugli scaffali della Feltrinelli. Me ne parlate?

Pier: L’immagine è dell’illustratore Pierlugi Longo, ma rimodellata dal grafico e videomaker Enrico Magistro, e si intitola “Botox”. Simboleggia l’uomo moderno: schiacciato da una città ghiacciata e incombente e succube della superficialità del quotidiano modaiolo, che gli viene iniettato sottopelle in forma di tossina. E’ il risvolto patinato dell’uomo qualunque che raccontiamo nei nostri pezzi: il suo volto per metà quiescente racconta, con l’unico occhio aperto, un dolore travestito da controllo delle impressioni.

Da Watchmen di Alan Moore in poi il processo di dissacrazione del super eroe è ampiamente sdoganato, sino agli ultimi eccessi di Garth Ennis. Nonostante questo, avete avuto qualche problema con la Marvel per il vostro video dei due super eroi gay?

Pier: Non ancora, ma speriamo che la tua domanda ci porti fortuna.

I fumetti sono una vostra fonte di ispirazione? Avete una serie o degli autori di riferimento?

Pier: Tutto ciò che è immagine o immaginario ci fa da motivo ispiratore: dai film ai fumetti, dalla letteratura classica al modernariato, dalle icone alle rappresentazioni sociali. La Marvel, tra le tante cibarie, pop e non, di cui ci nutriamo, è un punto di riferimento per il grande fascino dei suoi personaggi, sempre sospesi tra Fantasy e problematiche esistenziali.
Nel disco la cover di una canzone dei Blur: ragazzi+ragazze. Come si arriva a scegliere una canzone da reinterpretare. Intendo proprio una sulle migliaia che plausibilmente compongono il vostro background musicale?

Diego: Non saprei dirti. Abbiamo scelto Ragazze & Ragazzi perché ha segnato un momento speciale della nostra giovinezza: le prime indie-disco universitarie a Milano, il primo approccio ai suoni dei ’90 dopo anni passati ad ascoltare quasi esclusivamente progressive e glam rock anni ’70. Volevamo insomma, non tanto pagare un tributo ai Blur, quanto riprendere quell’emozione lontana e  proiettarla nel nostro presente, constatando quanto ancora quel pezzo possa raccontare la società odierna. In realtà è come se gli anni ’90 non fossero mai finiti. Anche se oggi c’è la rete. Anche se non si vendono più dischi.

Ricordo una versione dello stesso pezzo rifatta dai Pet Shop Boys. Qualcosa da dirmi sui ragazzi del negozio di animali?

Diego: Sono stati un grande gruppo pop e un grande punto di riferimento soprattutto per la comunità gay internazionale. Incarnavano il loro tempo, pur riflettendone un’immagine futuribile, quasi la sublimazione degli anni’80. Sebbene non ci influenzino direttamente da un punto di vista musicale, ci sentiamo molto vicini al succo del loro discorso.

I vostri testi hanno connotati vagamente esistenzialisti nel ritrarre la vita dell’uomo. Avete riferimenti letterari?

Diego: Di sicuro ce ne sono, ma sempre come pretesti da tradurre in considerazioni personali su qualcosa che ci riguarda direttamente. Anche il titolo “Ecce Homo” nasce più dall’aderire alla posizione punk ante litteram di Nietzsche che da una vera e propria lettura del libro. A volte dei libri ci colpiscono anche le copertine, i vaghi ricordi di letture ormai dimenticate, la cultura nazionalpopolare che si impara sui banchi di scuola. Il nostro esistenzialismo  è un collage di ricordi filtrati da una lingua, quella della canzone, che per noi è una forma sublime di letteratura.

Una delle canzoni si intitola “Non si uccidono cosi’ anche i cavalli?” (una delle mie preferite) che è anche il titolo di un romanzo di Horace Mc coy. Uno dei miei autori prediletti. Cosa mi dite a proposito?

Pier: La canzone è ispirata ancor più al  romanzo di Mc Coy che al film di Pollack, infatti nel testo si fa continuamente riferimento a termini giudiziari, così come nel romanzo tutte le vicende vengono ricostruite tramite i flaskback narrati dal protagonista maschile nelle sue deposizioni, rese durante il processo per omicidio che si trova a subire. La prova di resistenza travestita da gara di ballo è nel brano una metafora della quotidianità attuale, in cui sei costretto a vivere a fianco di persone che sono tuoi simili solo per definizione e ad impegnarti in competizioni che, come la gara di ballo del romanzo, hanno il solo scopo di portarti al completo sfinimento e nascondono una truffa, perché per i vincitori non è previsto un premio. L’io narrante del brano si identifica sia con la protagonista, che alla fine si fa uccidere dal partner di gara, sia col partner stesso che non riesce a sottrarsi al ruolo di esecutore sommario. E’ una canzone disperata e velenosa, che Faust’O nel suo cameo ha interpretato splendidamente.

Come è noto fu Ponzio Pilato ad esclamare per primo il titolo del vostro album. Intendete anche voi con queste 12 canzoni “lavarvi le mani”?

Diego: L’utilizzo che la chiesa ha fatto di queste parole è puramente simbolico. Come una specie di pay off per la vendita del prodotto “Cristo”. Ponzio Pilato non è rilevante, pur rimanendo l’unico vero eroe “umano” di tutto il Vangelo. Così anche noi abbiamo deciso di vendere un nuovo concetto di umanità, riprendendo quello stesso motto.

Nel disco c’è tanta tradizione pop beat italiana, ma anche evidenti sonorità di matrice anglosassone. Soddisfatti del minestrone?

Diego: Molto soddisfatti, anzi ne vuoi un altro po’? Non fare complimenti…

Sinceramente trovo che il disco abbia un potenziale commerciale molto forte.. E probabilmente vi sta dando soddisfazioni in tal senso ma secondo voi un gruppo come il vostro può davvero fare “il botto” in Italia? E se no, perché

Diego: Un gruppo come il nostro potrebbe farlo un botto, eccome. Magari in Piazza San Pietro, nel bel mezzo dell’omelia domenicale. Oppure a Montecitorio, proprio all’ora di pranzo.

Come saprete è quasi obbligatorio in una intervista moderna che si rispetti ad una band italiana citare almeno una volta i Baustelle. Qualcuno si offende pure. Gli Egokid sono nati, anno più/anno meno, nello stesso periodo della band di Montepulciano. Cosa ne pensate di loro? Non vi nascondo che alcune soluzioni del vostro album me li hanno ricordati.

Pier: Tutto il bene possibile. A Francesco ci legano delle collaborazioni professionali e un’amicizia consolidata, Rachele e Claudio sono due grandi talenti e due persone splendide, ma riteniamo i nostri immaginari, sia musicali, sia testuali, ben distinti, frutto di percorsi artistici diversi anche negli esiti. Ciò posto, se qualcuno, soprattutto a un primo ascolto, individua dei punti di convergenza tra Egokid e Baustelle, la cosa certamente non ci offende, proprio in virtù della stima reciproca che ci accomuna.

Parabole. con il suo incipit alla Kraftwerk, è la traccia che chiude il vostro album. Una ballata tecno-pop molto bella. C’è una vasta letteratura su quale tipo di pezzo va posizionato per ultimo in una tracklist. Molti preferiscono chiudere con un brano struggente o comunque riflessivo. Voi avete scelto una sorta di hit-single. Quindi?

Pier:“Parabole” è un po’ un brano manifesto, come lo era “Meta-Me” sull’album precedente. Un modo per andare al di là dello stupore che i temi e i modi di questo album, ma anche io e Diego come artisti e come persone possiamo suscitare. Ed è anche un modo per dire a chi ci ascolta: “se hai potuto credere in Cristo in croce o nella spada nella roccia, ti potrai pure fare una ragione che esistono gli Egokid e il loro mondo.

Per concludere: Meglio Marte o la terra?

Diego: Meglio la Terra. Su Marte non c’è vita / Pier:Meglio la terra “con stile” e Marte con i piedi per terra.

Grazie Egoragazzi 

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