Intervista: Humpty Dumpty

“Finestre alte” mi introduce nel mondo di Humpty Dumpty, in origine personaggio della mitologia inglese apparso nell’opera letteraria “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò” di Lewis Carroll, ma anche pseudonimo e alter ego del cantautore messinese Alessandro Calzavara. E proprio a partire da questa splendida raccolta di canzoni si sviluppa una piacevole chiacchierata in cui Humpty Dumpty racconta e si racconta. Una conversazione in cui emerge il suo viscerale amore per la musica e al contempo il suo essere fieramente controtendenza.

Partiamo dal tuo ultimo album, “Finestre alte”, una raccolta di poesie trasposte in musica in chiave new wave (mi scuso per la limitativa e sciocca restrizione di “genere”). Baudelaire. Trakl. Majakovskij e tanti altri. Anime in perenne conflitto, tormentate. Nelle loro opere hanno riversato il senso di decadenza protagonista delle loro vite. Un senso di decadenza rimasto pressoché immutato nell’album. Ce ne vuoi parlare?

Inannzitutto, Gianfranco, lasciami ringraziarti. È cosa rara ed eccezionale da queste parti ricevere un’intervista. Credo che i motivi si chiariranno strada facendo. L’aspetto -chiamiamolo così- “politico” di Humpty Dumpty è ai miei occhi talmente marcato da porsi su un piano paritario rispetto a quello intrinsecamente musicale, qualunque sia il giudizio qualitativo che s’abbia su quest’ultimo. È anche per questo che ricevere quest’intervista mi rende felice.
Rispondendo alla tua domanda stavo per scrivere: la poetica di Humpty Dumpty è sempre stata politica. Ma forse l’accento cade al posto giusto se invertiamo i termini: la politica di H.D. è sempre stata poetica. È, la poesia, quello che, cessato l’accidentale della chiacchiera da rivista musicale, dovrebbe rimanere; quello per cui la vita stessa si produce e nel cui riconoscimento vale la pena vivere. Manca l’aria, senza. Il termine poesia deriva etimologicamente da poiéo: invento, compongo, creo. Il che ci rimanda all’idea di vita come creazione continua. Nell’ottica fuorviante della moderna cultura/pretesto dei mezzi di comunicazione di massa, sembra che solo i tumori siano oggi autorizzati a riprodursi, a costruire su sé stessi. Cellule sempre uguali e funzionali alla de-poeticizzazione (e quindi de-politicizzazione) del mondo.
In questo senso tutti i poeti scelti (o meglio: che m’hanno scelto) appaiono nettamente più “politici” di qualunque soggetto dichiaratamente politico o “antipolitico” apparso sulla scena del nostro paese dal secondo dopoguerra in poi. (Oggi certi fenomeni sono più visibili. Ma chi dice che siano sostanzialmente diversi dal passato? Io non lo credo.)
In queste poesie, scelte come campione della poesia tout court, v’è tutta la tragica, squallida, magica, decadente meraviglia dell’essere in vita. Queste composizioni vanno dritte al cuore della questione. I loro autori sono tutti morti; e non resta che ricavarne che un morto sia più lucido di un vivo…
Il senso di decadenza che registrano è inevitabile: il genere umano ha imboccato la strada della paura di sé in un punto non ben precisato della sua mutazione. Un momento in cui ha posto al comando la sua parte peggiore. Ne è venuta fuori la civiltà dell’homo homini lupus, della vergogna, delle religioni del controllo e della rinuncia. La civiltà intesa come prevenzione: agente potentissimo di inautenticità e quindi decadenza.

In “Finestre alte” dove finiscono i poeti sopra citati e dove inizia Humpty Dumpty?

Questa è la domanda giusta per esprimere tutta la mia deferenza verso quelle grandi anime. Come potrei prendermi qualche merito che non fosse del tutto secondario? La mia vita non cade in un periodo storico in cui sia (ancora? più?) possibile quel tipo di grandezza. Mi sono limitato ad aprire le mie tende a quella luce. Sono anche consapevole che non sia poco. E a fornire, a quelle parole, non senza presunzione, note da organetto.

Scrivi. Canti. Produci. L’autoproduzione permette di esprimere senza intralci di sorta il tuo estro poetico?

È il cuore di ciò che intendo per politico. Il nemico non è soltanto -ed ovviamente- il mercato musicale. Occorre qui perdere ancora tempo per dirne male? Il nemico è anche il riflesso delle sue lusinghe sull’animo di chi crea. Tento di tenermi costantemente affamato. Non aggiro la disperazione (e qui non c’è bisogno di tentare) che compete a chi senta la poesia come “vicina alle ossa”.
Se la comunicazione è una partita a tennis fra emittente e destinatario e ogni colpo dipende anche dalla bontà dell’altro giocatore, io ho sempre e soltanto desiderato ascoltatori che fossero interlocutori. Non saprei che farmene di porzioncine di mercato, di utenti in blocco, di fan. Suonare per una o due persone che senta umanamente vicine è un’emozione cento volte più appagante che suonare per mille che tentino di sfangare la noia di una serata. La noia non va blandita, va fatta parlare. Io ho bisogno che la mia creazione alimenti la mia vita in un senso attivo e non passivo; mi piace pensare di rendere i miei dintorni *miei* davvero. Il che non toglie che siano spesso paurosi.
Internet offre questa grande possibilità, non necessariamente disgiunta (come sento dire inevitabile) dalla vita materiale. Offre orecchie, orecchie potenzialmente qualificate perché auto-selezionate.

I tuoi lavori sono fruibili grazie al download gratuito sulla tua pagina WordPress. Un metodo di diffusione che molti artisti deplorano. Da un lato è però evidente che si acquista sempre meno. L’ascolto avviene, soprattutto tra i più giovani, mediante file mp3 piuttosto che su supporto digitale, su regolare compact disc. Dal canto tuo credi sia questa la nuova frontiera del mercato musicale?

Per onestà intellettuale non posso che premettere che se questa è la nuova frontiera del mercato musicale io spero che sia l’ultima (ultima proprio in accezione “terminale”). Io non voglio più un mercato musicale, almeno così come è stato finora. E non voglio più un mercato tout court com’è stato finora. Questo è il punto più delicato e uno dei motivi per cui in certi ambienti Humpty Dumpty è considerato alla stregua d’un paria.
Non vorrei essere scambiato per ciò che non sono. Il fatto che io produca musica e la faccia girare non fa di me un “musicista indipendente” nell’accezione corrente. Antepongo il fatto “artistico” (nell’accezione sopra esposta di poetico/politico) a qualunque considerazione di carattere altro. Si lamenta la morte del mercato musicale. Ma è vero il contrario: il mercato si è capillarizzato. Il mercato ha trionfato. Oggi anche il più defilato dei cantautori è manager di se stesso. Questa sarebbe potenzialmente una bella cosa se non fosse, ahimè, sempre qualificata in base a quanto denaro porti. Mi viene in mente un verso del Teatro degli Orrori: “è un mondo diverso che voglio, altro che storie”. Ecco, a me pare che ognuno qui, nel mondicello della musichetta indipendente, pensi più alla sua storia che a quella complessiva.
Chi finalmente (!) approdi a qualche attenzione da parte del capitale musicale tenta implicitamente di congelare l’idea del desiderabile a una condizione che legittimi e mantenga, nelle canzoni e nei gesti, quell’elemosina da giullare di corte. Scompaiono i contenuti “politici”. Di conseguenza quelli poetici.
La poesia del potere è sempre pessimistica.

Non ritieni che rendere accessibili gratuitamente le proprie fatiche svilisca l’enorme mole di lavoro occorso per giungere alla creazione di un disco?

“Svilire” è forse implicitamente retto dalla misura del “profitto”. Credo che piuttosto svilisca se stesso chi agisce vilmente. Non chi valuti il gesto in sé, nella sua capacità trasformativa, nella bellezza di cui è capace di farsi portatore. Credo siano preferibili lo spreco, il rischio, la visione senza alibi. Dove finisce la rabbia che sia costretta ad accontentarsi della sua ciotolina di cibo nell’angolo? Piuttosto mi chiedo: cosa potrei mai farmene di tutti questi artisti/impiegati stipendiati che chiedono il permesso per dire mezza cosa? I limiti del mercato diventano i limiti dell’artista. Davvero giudicando un’opera d’arte abbiamo così introiettato l’animo dell’imprenditore da non accorgerci più delle costanti rimozioni che sono all’opera? Mi rifiuto di accettarlo. È lo stesso che succede nel mondo della sinistra: ogni giorno un’idealità in meno, ogni giorno fissare il livello della normalità sempre più vicino alla deprivazione, in modo da abituare la percezione alla schiavitù senza strappi troppo traumatici.

Sul tuo blog è palpabile una certa ostilità nei confronti di certa critica musicale italiana servile, politicizzata e bacchettona. Credo che questa attitudine si possa estendere a gran parte dell’élite intellettuale italiana. Come ti poni di fronte a questa tendenza?

Fino a qualche anno fa, insieme a due cari amici, gestivo la webzine indiepop.it. Amavo quell’impegno. A modo mio, l’avevo concepito in maniera diversa. La mia passione era girare per i myspace o i siti di musicisti e appuntare la mia attenzione su tutto ciò che ritenessi bello. Gruppi senza etichetta, artisti senza riconoscimento che pure producevano musica di buon valore. Senza chiedere niente a nessuno li recensivo e poi li contattavo. Con alcuni di loro è nata e si è mantenuta una bella amicizia. Questo è quello che concepivo essere il mio compito in quanto giornalista indipendente. Indiepop.it aveva un grande seguito. La formula funzionava. Ma erano tempi ricchi anche per altro: musicisti, proprietari di etichette, colleghi giornalisti, collaboratori e non, nel gesto di mandare il loro materiale per essere recensito non perdevano occasione di rimarcare quanto bello fosse quel giornale e quanto, tangenzialmente, geniale Humpty Dumpty. Non avevo, ad esempio, molto bisogno di chiedere d’essere recensito; le cose venivano da sé. Dal tempo intercorso dalla chiusura -per surmenage psichico- del giornale a oggi devo essere peggiorato molto come compositore dato che a parte un paio di commoventi amici, nessuno, pur ascoltandomi, sembra desideroso di far girare le canzoni di Humpty Dumpty. Potrei raccontare molti aneddoti divertenti, riguardanti importanti giornalisti musicali. Ma valga per tutti il caso di Rockit: nonostante l’enorme mole di autori recensiti, e nonostante io abbia contattato personalmente chi di dovere seguendo la prassi indicata, da molti anni a questa parte non appare dei miei dischi alcuna recensione. Sembrerò ancora presuntuoso così scrivendo ma l’alternativa è perdere un’occasione di analisi a mio parere abbastanza ghiotta. In Italia funziona così: devi avere l’etichettina alle spalle e, se possibile, piegarti alla sua logica con l’ineluttabile aderenza di chi non ha opzioni nella vita. E non dimenticare di ringraziare calorosamente. Non è la musica il quid della faccenda. Non è agevole poi, lo capirai, doversi esprimere così: ti cuciono addosso l’abito del convinto. A me però della fama indiscriminata non importa davvero nulla, anzi, a essere precisi, la riterrei un’eventualità assolutamente negativa. Vivo con disagio e rabbia questi tempi sociali. Non contribuirei mai a farli sembrare sopportabili.

Parliamo del tuo terz’ultimo album, “Noia e rivoluzione”. Un titolo simbolico, considerando l’attuale situazione politica, sociale ed economica del nostro Paese. Noia come inerzia prima di tutto culturale e Rivoluzione come sovversione dell’ordine precostituito. A mio avviso, la crisi nel nostro Paese, prima ancora che economica, è di costume. Abbiamo perso la nostra identità e abbiamo soprattutto perso il valore intrinseco che viene attribuito alla cultura. Un valore umanistico, soprattutto. Tu cosa ne pensi?

La cosiddetta “crisi economica” non è niente di serio in un’ottica radicale, ovvero un’ottica che cada fuori dal sistema di valori formulato e imposto dal grande capitale per decenni. È piuttosto il ricatto d’un fantasma che fa da guardia a un “ordine” gestito sempre e sempre-di-più dall’alto, attraverso mezzi sempre più capillari, pervasivi e apparentemente “personali”. È diventato molto semplice creare e gestire la paura sociale: attraverso quella che appare come una crescente capacità d’interazione la gente crede di giungere alle proprie conclusioni in maniera autonoma. Dopo decenni di svuotamento delle facoltà critiche di comprensione storica e politica le inoculazioni telematiche di terrore si trasformano rapidamente in gesti guidati che appaiono liberi e necessari e che stornano l’attenzione dai luoghi in cui le decisioni vengono realmente prese. Vige la spettacolarizzazione a ogni livello. Se vuoi nascondere una cosa, mettila sotto gli occhi di tutti. Dunque sì, la crisi è culturale. Ma ancor prima: spirituale.

Non dimentichiamo, inoltre, che “Noia e rivoluzione” è forgiato grazie alla collaborazione, in sede di scrittura, di Renato Q, già presente come autore di testi in altre tue produzioni. Tenendo presente che la tua è una dimensione completamente personale e identitaria la vostra è un’affinità totale?

Dipende da cosa intendi per identitaria. L’identità non è niente di esclusivo: al contrario, si determina sempre e soltanto a partire dalla relazione. Io come persona sono il costante risultato d’un confronto serrato con la mia vita, e la mia vita è prevalentemente il frutto del dialogo con altre persone. L’io è un pregiudizio duro a morire, stante una società della paura, dei ruoli e della difesa a oltranza del proprio territorio limitato.
Renato Q. è uno dei casi fortunati della mia esistenza, oltre che una delle persone più brillanti che conosca. È stata la mia musica ad avvicinarmelo, cosa di cui mi sono molto grato. C’è poco che, quando lavoriamo insieme, sfugga allo sguardo comune. Ci possiamo confrontare spesso su dettagli, più che raramente sulla sostanza del messaggio.  Oltre a Renato la sorte m’è stata benevola in altri preziosi casi. Stefano Zuccalà, ad esempio, autore dei testi di “Pianobar della fossa”, poeta salentino d’indubbio talento.
Per l’aspetto complessivo e musicale non posso non citare tutto il gruppo di meravigliosi amici laziali che girano attorno alla label copyleft Subterra a cui sono recentemente e felicemente approdato (Carlo Sanetti “La Guerra delle Formiche”, Sara Leoni “Sumire”, Silvia Leoni, Alessandro Bizzarrini “Tedesko”); quei due fantastici musicisti di nome Chantalle e Giuse Rossetti, nonché lo schivo ma geniale Silver Julio, con cui spero finalmente di fare uscire uno split lungamente architettato; quella persona intensamente creativa che risponde al nome di Camillo Ventola (ex Hyaena Reading) e, last but not least l’inestimabile amica Viva Corà, autrice delle due ultime copertine, nonché da un paio d’anni confronto prioritario per tutto ciò che riguarda il progetto Humpty Dumpty.

In una notte eterna/Io ti prendo sul divano/Tu mi chiedi senza occhi/Devastazione ed uragano/ Su di un piano cartesiano. “Cartesio”, ovvero la tua collaborazione con gli Heroscimmia. Ci parli di questa tua esperienza?

Apprezzo molto il lavoro degli Heroscimmia. Non soltanto la loro musica (spesso assai raffinata nonostante la mascheratura demenziale), ma soprattutto il progetto complessivo, il modo in cui sono capaci d’interagire con la propria creatività, facendone affare “totale” e “condiviso” senza passare dai canali ufficiali. Apprezzo moltissimo chi è capace di creare il proprio contesto. Antonio Andrisani è una persona molto creativa, in questo senso. Approfitto per ringraziarlo ancora di avermi voluto su un disco degli Heroscimmia.
Collaborare con chi stimo e con cui ho un dialogo “umano” avviato è esperienza fondamentale, per me: mi tiene vivo creativamente. Una specie di droga. Del resto, la musica in sé s’apre nello spazio della relazione nel momento stesso in cui si fa veicolo di comunicazione. Ovvero quasi sempre.

Il tuo profilo Facebook sembra essere un enorme catalogo musicale in grado di spaziare senza soluzione di continuità tra una miriade di generi diversi. Robyn Hitchcock e Leonard Cohen passando per Lucio Battisti, ad esempio. Parlaci delle tue influenze, musicali e non.

Credo che l’imprinting neopsichedelico sia, per chi frequenti quel territorio, facilmente udibile nella mia musica. Sono cresciuto musicalmente negli anni ottanta e da lì sono andato a ritroso per nutrirmi di tutto quello che naturalmente è stato capace di sposare la mia sensibilità di essere umano.
La Bellezza è un bene condiviso. Credo relativamente poco ai nomi e alle identità, per quanto mi ponga sempre in modalità ringraziamento verso tutti gli artefici del mio piacere. Ma la parte sostanziale inizia quando mi sento toccato, a volte ferito, da quello che ascolto. Fare liste appartiene più al vezzo, alla civetteria da filologo, che pure possiedo.

Riconosci dei talenti all’interno dello skyline musicale italiano?

Sicuramente. Ma questa è una considerazione astratta. Più concretamente mi piace dire che alcuni di questi sono anche miei amici: Lorenzo Fragiacomo, Seaside Postcards, Mentivo. Ma per non eludere la domanda ed escludendo i già citati: mi piacciono molto i Non voglio che Clara. Mi piace molto Babalot. Ovviamente i Massimo Volume. Bianconi è uno che nonostante la paraculaggine progressiva sa scrivere ancora grandi canzoni. Quest’anno mi sono molto piaciuti il disco del Management del dolore post-operatorio, quello di Unòrsominòre e quello di Mapuche. L’ultimo di Dimartino dai primi ascolti mi pare molto denso. Cesare Basile è una sicurezza. Spero inoltre che Bugo recuperi il vecchio smalto, un po’ perduto nel passaggio alla major. Un genio assoluto è il palermitano Calogero Incandela, con cui ho avuto l’onore di collaborare: aspetto il suo disco con veemente trepidazione. Sicuramente ne dimentico altri che pure amerò alla follia. Invecchio.

Autore di nicchia. Ritieni appropriata questa definizione nel momento in cui viene espressa nei tuoi confronti?

Autore pop di nicchia è forse un ossimoro. I maligni la direbbero semplicemente sfiga. Non saprei, non è un metro che utilizzo spesso. Mi piacerebbe pensare d’essere in grado di dire qualcosa a beneficio d’un futuro auspicabilmente prossimo. E di non essere solo nel farlo. Di sfangarci, nel mentre, un’esistenza quanto più piacevole possibile.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.