Intervista: Luca Nannipieri

 

Dopo i crolli nella Scuola dei Gladiatori e nella Casa del Moralista, a Pompei cede anche la cinta muraria. Questo sito archeologico non è l’unico, né il peggiore caso di degrado. È l’intero patrimonio italiano dei beni culturali che è a rischio. Perché? Lo chiediamo a Luca Nannipieri, di ritorno da Pompei. In Italia, il sistema dei beni culturali è «una nave che ha sbattuto contro gli scogli» risponde. È una nave governata da timonieri che non sanno guardare al di là del proprio meraviglioso naso, «è un sistema che ha fatto dell’intoccabilità del patrimonio il pretesto per preservare la propria intoccabilità». Sta morendo così il più importante patrimonio culturale del mondo intero. «Eppure la speranza è ancora un motore acceso». Noto soprattutto per le sue pubblicazioni sul tema della tutela dei beni culturali e per l’energia della sua dialettica, Nannipieri è fondatore e direttore del Centro Studi Umanistici dell’Abbazia di San Savino presso l’omonima abbazia medievale a Pisa che in questa maniera è tornata a vivere e a svolgere quel ruolo di centro di cultura che ha avuto in passato.

 

Chi si occupa della tutela dei beni culturali in Italia dovrebbe essere consapevole di trattare un problema di rilevanza non soltanto nazionale; in Italia si trova – si sa – buona parte del patrimonio mondiale. Eppure gli addetti ai lavori si perdono dietro logiche provinciali, dietro meschini interessi di parte. Esiste, in Italia, una casta dei Beni culturali?

Le bellezze d’Italia non sono soltanto un’occasione di stupore, di conoscenza, di ricerca, di memoria, di approfondimento tra gli uomini. Sono anche e oggi soprattutto un’occasione di potere. L’ho già scritto nei libri “La bellezza inutile” e “Salvatore Settis e la bellezza ingabbiata dallo Stato”: tra Soprintendenze, Consigli scientifici, Università, strutture del Ministero, fondazioni bancarie, si è consolidata nei beni culturali una vera e propria casta, un insieme molto granitico di individui che, spartendosi alcuni ruoli chiave, dividendosi posizioni di privilegio, di autorità, di potere, di censo, rende immobile e irrespirabile il mondo attorno al futuro e al presente del nostro patrimonio, perché di fatto blocca qualunque cambiamento che non sia attuato da questa casta. Basta vedere i finanziamenti pubblici e privati, le sponsorizzazioni, le presenze nei vari convegni, le introduzioni nei vari cataloghi d’arte ad alto costo, le curatele delle mostre d’arte: chi indirizza determinate scelte strategiche sono un numero ristretto di individui, che di fatto ingabbia il mondo delle bellezze storico-artistiche nel pantano in cui esso si trova. La casta dei beni culturali, come tutte le caste, non vive solo di se stessa, ma anche di un sistema di cortigiani e vassalli attorno che, diramandosi nelle varie sedi provinciali e regionali, di fatto occlude tutti i pori di un possibile, necessario e doveroso cambiamento. L’immobilismo dei beni culturali è un immobilismo voluto, per preservare la sopravvivenza di questo sistema. Chiamiamoli esperti, addetti, storici dell’arte, direttori di musei, soprintendenti, membri di consigli superiori, soci di fondazioni bancarie, chiamiamoli con i nomi più diversi. La sostanza è un sistema che ha fatto dell’intoccabilità del patrimonio il pretesto per preservare la propria intoccabilità, il proprio privilegio. Provate a dire: della chiesa romanica del nostro paese vogliamo occuparcene anche noi, come comunità, come aggregazioni del luogo, come amanti di quella bellezza. Provate a dirlo. Nel 99,9% dei casi vi risponderanno: “non siete titolati. È la soprintendenza che si occupa di preservare quel bene. Sono gli studiosi che si occupano di studiarla. Sono i professori che si occupano di divulgarla”. Gli altri, cioè i fuori casta, sono non titolati, non richiesti, non considerati. Finora, nel Consiglio Superiore dei Beni culturali, ho incontrato soltanto una personalità che ha grande apertura e lungimiranza: Marco Romano. Gli altri contrappongono al mio e nostro lavoro di denuncia e ricostruzione la loro ostentata indifferenza.

Con le sue pubblicazioni, lei punta l’indice accusatore sugli uomini che incarnano in Italia il sistema della tutela dei beni culturali. Quali sarebbero le loro colpe?

Chi ha permesso e voluto che tale sistema di tutela e valorizzazione delle nostre bellezze divenisse una cosa immobile? Chi ha permesso e voluto che il Ministero competente valesse quasi zero? Chi ha permesso e voluto che non ci fosse dialogo, confronto, aperture, tra i cosiddetti esperti del Ministero e le libere aggregazioni, comunità, associazioni, comitati, che lavorano nel più completo silenzio e nella più completa indifferenza per dare prospettiva e senso alle bellezze che hanno a cuore? Soprintendenze, Università e Consigli scientifici di ricerca, stanno compiendo il gravissimo delitto di non dialogare, di non intrecciarsi in nessun modo con le comunità del luogo. Per loro queste comunità essendo composte da non addetti, fanno sottocultura, folclore, sagre di paese, insomma iniziative non di valore scientifico. In realtà proprio da queste esperienze sono venute fuori alcune delle avventure educative più significative che abbia conosciuto. Soprintendenze, Università e Consigli scientifici di ricerca, stanno compiendo il gravissimo delitto di lasciare chiuse o deserte migliaia di strutture che potrebbero divenire luoghi di vita civile, valoriale, condivisa, popolare. L’immobilismo attorno ai monumenti non l’hanno voluta i marziani, ma persone che hanno diretto e stanno dirigendo alcuni ruoli chiave e secondari. Nonostante la loro competenza tecnico-scientifica, la loro visione è stata fallimentare e dunque è bene lavorare ad un loro superamento. Stanno dirigendo una nave che ha sbattuto contro gli scogli. Possibile continuare con loro?

Viviamo in un Paese dove chi ha compiti di responsabilità in campo culturale, con la più grande disinvoltura, veste i panni del grande accusatore. E il caso più clamoroso è forse quello dei dirigenti ministeriali, dei docenti universitari, dei direttori dei musei che dedicano la maggior parte del loro tempo a protestare per il fatto di avere pochi mezzi a disposizione e così non fanno nemmeno quel poco che potrebbero. Quali sono le conseguenze di questo gioco delle parti?

La conseguenza è la paralisi che vediamo attorno alla nostra principale ricchezza economica, identitaria e valoriale che sono le bellezze d’Italia. Il patrimonio storico-artistico è così capillare e disseminato in ogni provincia che potrebbe divenire, a detta di tutti, il volano emotivo, ideale, finanziario, più connaturante la nostra fortuna italiana. E invece? Chiese sempre chiuse perché si ha paura dei furti o perché i restauri durano anni e anni, pratiche infinite, vincoli, blocchi, burocrazia che tolgono qualunque slancio di speranza. Eppure la speranza è ancora un motore acceso. Infatti io sto aggregando le maggiori personalità, esperienze, comunità in Italia che stanno facendo un lavoro serio, duraturo, efficace, attorno al patrimonio, a dispetto della casta che non le riconosce quasi mai. I lamenti sono improduttivi se non trasformano la rabbia in forza di proseguimento, in decisione, in volontà.

Chi opera nel campo dei beni culturali si sente investito dalla missione religiosa di affermare una sorta di panteismo statale. Tutto è dello Stato, in tutto deve essere presente soltanto lo Stato, di tutto si deve occupare esclusivamente lo Stato. Cosa si può fare per scardinare questa ideologia, aprendo ai privati e al mondo del volontariato?

Nei decenni si è consolidata la convinzione che soltanto lo Stato possa essere il garante del bene comune e che agisca per l’intera collettività: se non ci fosse questo supervisore, gli individui agirebbero egoisticamente, mossi soltanto dall’interesse personale. Dunque, lo Stato come supremo arbitro che indirizza ed educa ai beni comuni la gente che altrimenti agirebbe sotto l’impulso del proprio tornaconto. Questa convinzione consolidata deve essere superata anzitutto cambiando il linguaggio che usiamo. Attenzione: non usare la parola “privati” da contrapporre a pubblici o pubblico o statale. Le migliaia e migliaia di persone, comunità, aggregazioni, libere insorgenze che nascono in difesa e in amore di un patrimonio spesso degradato e mal conservato non svolgono attività private verso la “loro” bellezze, anzi svolgono attività, cure, premure, attenzioni estremamente pubbliche, civiche, collettive. Il fatto che – in alcuni casi – possano trovarvi degli interessi personali, ciò non scalfisce di un solo granello la sostanza necessaria dei loro gesti: se alla fine la loro premura dà senso, valore, identità, memoria, prospettiva di futuro a quel monumento che altrimenti sarebbe in rovina, cosa importa che lo facciano da privati o da dipendenti dello Stato? La differenza la fanno le persone, non i loro ruoli.

In Italia, patria di tutti i pregiudizi, si guarda all’intervento dei privati con un generale scetticismo. Quali sono gli interessi legittimi dei privati di cui è giusto tenere conto e quali, invece, sono i rischi di illecite speculazioni?

Le speculazioni sono da combattere a patto che non si giudichi a prescindere qualunque lavoro bollandolo come una speculazione che devasta e scempia il nostro territorio. Sui giornali mi sembra stia vincendo una retorica della speculazione: cemento ovunque, parcheggi al posto dei boschi e delle dune, distruzione del paesaggio per far posto a supermercati e concessionarie. Detto così, come lo vuole rappresentare ad esempio l’associazione Italia Nostra, è poco più che un fumetto. Costruire, trasformare, plasmare, modificare il territorio, lo spazio, la volumetria del vivente è la condizione prima di tutti gli uomini. Quando nasci, trasformi il corpo di tua madre, quando cresci trasformi l’ambiente che ti è attorno, quando ti muovi alteri di fatto le condizioni precedenti. Questo per dire che ogni nostro movimento trasforma ciò che ci sta attorno. Questo accade singolarmente e collettivamente. Modificare un luogo è un processo che avviene incessantemente al di là delle nostre stesse intenzioni. Le speculazioni io le conosco in tutti gli ambiti – da quello edilizio alle baronie universitarie ai privilegi di casta che tutelano certe persone a discapito di altre. Speculare significare abusare, cioè eccedere nella libertà individuale a danno di quella dell’altro. Dunque non è una connotazione edilizia, urbanistica, cementizia. È anzitutto una connotazione che riguarda qualunque realtà degli individui. Nei beni culturali permettere che possano avere peso e importanza soltanto alcuni addetti e lasciare fuori il resto, non è una speculazione? E non è una speculazione dividersi tra i soliti noti cariche, posti, incarichi, rappresentanze, seggi, lasciando al di fuori qualunque vento nuovo, qualunque proposta che non abbia il loro avallo? Siamo sicuri che stia speculando di più un costruttore edile che sfregia una bellissima collina rispetto ad un soprintendente che non concede nessun dialogo, nessuna fratellanza, nessuna vicinanza di intenti, di ideali, di passioni, di progetti, con le libere insorgenze del territorio? Chi abusa di più? Abusano ugualmente, ma di una cosa diversa: l’uno abusa per profitto, l’altro per privilegio di censo e di ruolo. Ma il risultato è sempre la stessa ingiustizia.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.