Intervista | Luca Panaro

Giorni fa, in emersione dal detox forzato da internet post vacanze estive, nelle centinaia di mail ricevute, scorgo la newsletter della A plus A Gallery di Venezia. Incuriosita e sempre affezionata a questa galleria d’arte, in cui ho lavorato agli inizi dei miei excursus professionali, ho letto che a breve sarà presentato il libro Un’apparizione di superfici di Luca Panaro, per APM edizioni.

Presentazione del libro

A Venezia, nelle vicinanze di Palazzo Grassi, mercoledì 6 settembre alle ore 18.00 presso la A plus A Gallery, il critico d’arte Luca Panaro presenterà il suo ultimo libro.
L’appuntamento si terrà all’interno di The Breakfast Pavillion, un progetto curato da Marco Campardo e Lorenzo Mason (M-L-XL), Luca Lo Pinto e la special guest Maria Jeglinska.
L’ouverture dell’incontro sarà del duo Matilde Scaramellini e Elena Vaninetti, curatrici al Twenty14 e fondatrici della piattaforma Modus Operandi, che per l’occasione – con gli artisti Giulia Flavia Baczynski, Matteo Cremonesi, Kensuke Koike, Louis De Belle, Enrico Smerilli e Andrea Tesauri – hanno allestito gli spazi della galleria d’arte.

 

Alle soglie del Duemila, la fotografia sembra avere finalmente trovato la sua vera vocazione.

Dalla mail all’intervista

La curiosità non si è fermata alla mera lettura della mail e ora, attraverso F052, arriva anche alla condivisione dell’evento: così mi sono affidata ai rapidi mezzi dei social network per contattare proprio Luca Panaro per una breve intervista.

Innanzitutto c’è da inquadrare il personaggio.
Classe ’75, energico e simpatico. Vive a Carpi con la famiglia, anche se per lavoro è spesso a Milano: insegna, infatti, all’Accademia di Belle Arti di Brera, oltre ad essere critico d’arte e curatore di mostre fotografiche.

Premessa: la nostra società oggi vive principalmente di comunicazioni digitali. Per alcuni versi in maniera positiva ed efficace, per altri versi un po’ meno.

Così, la mia prima domanda è collegata al modo in cui sono risalita alla sua persona e cioè:

Cosa ne pensi dei Social Network? E questi condizionano o influiscono il suo lavoro e la sua persona?

Mi sono avvicinato tardi ai Social perché non trovavo interessante condividere virtualmente la mia quotidianità. Sono una persona riservata. Ho iniziato però a utilizzare Facebook per ragioni professioni, di fatto per informare su libri, cataloghi e mostre di mia competenza. In questi anni comunque ho potuto apprezzare i benefici lavorativi favoriti dall’utilizzo dei Social, in genere per raggiungere un pubblico interessato alle arti mediali e agli autori più giovani, che accusano l’assenza di un organo d’informazione preposto.

Tra queste domande non può mancare un tuo pensiero sulla presentazione veneziana: come nasce la tua ultima pubblicazione, ispirazioni e progetti futuri?

Il nuovo libro che presento a Venezia si intitola “Un’apparizione di superfici” (APM edizioni 2017). È una pubblicazione che nasce in un certo senso dalla frequentazione dei Social che privilegiano la fotografia, come Instagram e Tumblr. In questo caso non tanto come utilizzatore attivo del mezzo, ma bensì come osservatore passivo d’immagini, nelle quali ho cercato di rintracciare delle ricorrenze dal punto di vista iconografico: assenza di prospettiva, densità compositiva, saturazione dei colori. Il libro si compone di un mio saggio iniziale e una serie di schede illustrate che consentono di avvicinarsi all’opera fotografica di 36 artisti attivi dal Duemila, di varia provenienza geografica.

Sogno nel cassetto?

Pubblicare il libro in lingua inglese.

Qual è il tuo rapporto con la città di Venezia?

Frequento Venezia abitualmente per visitare la Biennale Arti Visive e le grandi mostre che questa città è sempre in grado di allestire presso gli spazi di cui dispone. Qualche mese fa ho tenuto una conferenza alla Casa dei Tre Oci organizzata da “la Gondola”. Lo stesso giorno ho conosciuto Aurora Fonda e Sandro Pignotti di A plus A e ho accettato il loro invito a presentare il nuovo libro al The Breakfast Pavillion, allestito negli spazi della galleria in occasione della 57esima Biennale di Venezia.

E Venezia è una città che consigli di visitare per chi ama l’arte?

Ovviamente sì. Venezia è un’esperienza prima ancora di essere una città.

Una città o museo che vorresti visitare?

Vorrei andare a Tokyo, mi interessa la cultura giapponese e la capacità di certi autori di strutturare l’immagine fotografica. Nel mio libro parlo di alcuni artisti provenienti rispettivamente da Nagoya, Osaka, Saitama e Tokyo. È un viaggio che ho più volte pensato di fare, ma non si è ancora presentata l’occasione.

Come critico d’arte, cos’è per te l’Arte?

L’arte è antropologia per immagini. L’artista come un antropologo studia l’essere umano con le sue caratteristiche e le traduce in immagini. Il critico d’arte come un archeologo, raccoglie, documenta e analizza le tracce materiali lasciate dall’artista. Tra centinaia di anni, se qualcuno vorrà capire cos’era la vita nel 2017 non avrà modo migliore per farlo che avvicinarsi a un’opera d’arte. Leggere un romanzo, guardare un film, sfogliare la monografia di un artista.

Un tuo segno distintivo?

Mi occupo in modo particolare di fotografia, video e new media. Cioè mi interesso di opere generate da una “macchina”.

Secondo te, esistono dei criteri nel settore in cui lavori? E se sì, vanno seguiti pedissequamente come in una ricetta di un dolce?

Chi sceglie la via dell’arte cova il desiderio di percorrere strade alternative. Non è un gioco. Serve rigore e professionalità. Come in cucina.

Cosa non deve mai mancare nella tua “tavola”?

Un dolce.

C’è un regalo o sfizio che ti sei concesso recentemente?

Leggere tutto d’un fiato Rumore bianco (1985) e Zero K (2016) di Don Delillo. 629 pagine sulla morte: dall’angoscia per un evento tossico, alla vertigine per la criogenia.

Cos’è che non ti stancherà mai?

Gli artisti. Nonostante il loro ego ipertrofico.

E di cosa invece ti sei stancato?

Di aspettare. In Italia sei sempre troppo giovane.

(IO: A dir poco geniale! Per chi è in Italia sa ben pesare queste parole!)

Come consideri l’arte contemporanea italiana messa a confronto con l’approccio sia del mercato che culturale estero?

In termini culturali non siamo secondi a nessuno. Il problema sta nell’incapacità di credere alle nostre qualità. Complice l’assenza della politica, specie nella valorizzazione di ciò che sta accadendo. L’interesse collettivo è spesso rivolto a ciò che è già accaduto.

Se non facessi il critico d’arte chi o che cosa vorrebbe essere?

Un collezionista di libri.

 

Grazie mille, Luca Panaro!
A Matera, Capitale Europea della Cultura 2019 e città in cui F052 ha sede, non ci sei mai passato. Mi sa che F052 dovrà fare un pensierino nell’invitarti una volta…

Author

<p>Arte, arte e ancora arte. Non posso farne a meno… Il mio motto è: “Meglio essere piccoli e vedere grande, che essere grandi e vedere piccolo!”</p>