Intervista: Mario Salieri

 

Un film di Stanley Kubrick lo si riconosce ad occhi chiusi. Parafrasando parte del titolo dell’ultima opera del regista. E’ peculiarità dei grandi autori avere il cosi detto “stile”. Circolare, spesso auto referenziale. Allo stesso modo, con le dovute e non irrilevanti differenze, è possibile identificare un film hard di Mario Salieri, guardando pochi fotogrammi. Salieri è il più kubrickiano dei registi dell’industria porno. In esclusiva per F052 una breve chiacchierata con il regista napoletano sulle tracce del grande autore americano.

Il cinema di Kubrick ha un codice di inquadrature, di illuminazione e persino di scelte estetiche ben precise e canonizzate. Anche il suo cinema mi sembra abbia questi requisiti. Mi sbaglio?
Kubrick era un artista esente da qualsiasi vincolo creativo. Io sono un artigiano, costretto a confrontarsi con le assurde regole di mercato dettate dall’industria pornografica. Il mio principale obiettivo è realizzare film non convenzionali e in netto contrasto con gli schemi classici della pornografia audiovisiva. Lo stile di un regista, e l’insieme di codici che lo compongono, non deve mai prevalere ma piuttosto adattarsi al coinvolgimento narrativo ed emozionale. Non m’interessa di essere riconosciuto per lo stile, ma per i contenuti dei miei lavori. Quando mi sono accorto, forse in ritardo, che lo stile spesso predominava, ho trasformato radicalmente la mia regia utilizzando una tecnica documentarista che sottrae rigore ed estetica alle inquadrature, ma restituisce potenza alla resa emozionale. In Band of Bastards e Hell’s Holiday il cambiamento è evidente e chiunque identifichi in Salieri dei precisi codici stilistici dovrà ricredersi.

Se dovessimo trovare una parola che descriva tutta l’opera del Maestro newyorchese, sceglierei “follia”. La follia degli uomini evidentemente e la sua forza primitiva e distruttrice. Anche nei suoi film c’è questo approccio, quasi nichilista, quanto meno pessimistico. Un cinema sul potere.
La quasi totale assenza di valori nobili nella società occidentale contemporanea, organizzata in piccole comunità autarchiche quali la famiglia e dominata da spietate regole di potere, così come teorizzate da Max Weber in “Economia e società”, non lascia alcun spazio alla speranza. Questa visione nichilista si riflette nei miei film attraverso l’esercizio di una pornografia dominata dal concetto di potenza ( macht ) espresso dal sociologo tedesco.

In Eyes Wide Shut, assistiamo ad una odissea nel mondo del sogno e del sesso. Il sesso viene rappresentato in un modo profondamente tetro, quasi horror. Nei suoi film, ancor prima dell’ultimo capolavoro di Kubrick, c’è sempre stata questa rappresentazione lugubre della sessualità. Cosa mi dice a tal proposito?
Il vissuto emotivo dell’erotismo non ha molto spazio nella narrativa pornografica e cerco di restituirlo attraverso ambientazioni, atmosfere e musiche che hanno il preciso scopo di stimolare la fantasia dello spettatore. Il mio lavoro è sempre stato orientato in questo senso e nel 1997 mi sono divertito a realizzare una trilogia in bianco e nero ( Stupri Gallery, Voyeur Gallery, Usura Gallery ) con la convinzione che la sottrazione del colore motivasse una visione più cerebrale del film. Il risultato economico di questi lavori fu devastante ma, a confortare la mia tesi, un’associazione italiana di andrologia scelse questi film per indurre i pazienti all’erezione indispensabile per l’esecuzione dell’ecografia peniena.

Il cinema di Kubrick è un cinema profondamente filosofico e lo sguardo è uno mezzo espressivo privilegiato. In ogni suo film c’è uno sguardo “iconico” destinato a rimanere nell’immaginario collettivo. Anche nei film di Salieri lo sguardo ha un ruolo determinante ed innegabile. Le attrici, durante le performance sessuali, hanno spesso gli occhi chiusi o deliberatamente aperti verso il proprio partner. Spesso uno sguardo fisso, quasi alienato. Cosa rappresenta lo sguardo nel suo cinema?
Lo sguardo delle donne rappresenta un’apparente rassegnazione al potere del maschio che le possiede.

Qual è il suo film di Stanley Kubrick preferito? Anzi, visto l’inevitabile imbarazzo, me ne dica due. E perché?
Senza alcun ombra di dubbio Barry Lyndon e Full Metal Jacket. Entrambi racchiudono atmosfere uniche, seppur con caratteristiche molto diverse tra loro, e soprattutto sono opere universali in quanto dotate di una forza narrativa capace di coinvolgere anche il pubblico meno colto. Un grande rammarico è che il Maestro americano ci ha lasciato con una filmografia composta da soli tredici film.

Il cinema di Kubrick è molto influenzato da Fellini e Visconti. Nel suo cinema c’è molto poco del regista riminese ma certamente echi viscontiani.
Il mio cinema è fortemente influenzato dal neorealismo, genere esercitato agli esordi dei due grandi Maestri che lei ha citato nella domanda.

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Sono tizio e gestisco f052.it