Intervista: Pier Luigi Manieri (Prima parte)

 

Sin dal titolo, “La regia di frontiera di John Carpenter” si offre al lettore come analisi “alternativa” volta a esplorare gli stilemi che hanno codificato il cinema di John Carpenter, grande cineasta erroneamente imprigionato nelle etichette dei generi cinematografici. L’autore ripercorre, non necessariamente in ordine cronologico, la filmografia del regista americano analizzandone i vari aspetti e le ripercussioni positive che la sua opera ha generato nei confronti di tutte le forme d’arte e lo fa con l’arguzia e la partecipazione del fan e con la perizia del biografo. La “Frontiera”, come sottolineato più volte nel libro, è un luogo mentale prima ancora che fisico o geografico. Ed è proprio nei corridoi mentali che la poetica di Carpenter si insinua e germoglia mediante l’apporto di uno stile visivo che ancora oggi sorprende per la sua modernità. Ma, soprattutto, nel saggio di Manieri si sviscerano gli aspetti narrativi presenti nel cinema di Carpenter e di quanta importanza essi abbiano assunto nell’opera omnia del regista americano. Lasciamo però che sia il suo autore a parlarcene.

Innanzitutto, chi è Pier Luigi Manieri?

Sono un esperto di comunicazione visiva. Nasco come pubblicitario, curatore d’eventi culturali, videomaker e collaboratore di testate di settore. Nel tempo quella che era una passione è divenuta una professione a tutti gli effetti.
In generale mi ritengo un uomo fortunato, perché, per citare Oliviero Toscani che in un’intervista di una quindicina d’anni fa mi disse: “mi ritengo molto fortunato perché sia sul piano professionale che su quello personale, ho ottenuto molto successo in ogni ambito della mia vita”. Al di là di ciò, amo gli scacchi, il jiujitsu, viaggiare, i fumetti, la letteratura, ovviamente il cinema e naturalmente mia moglie e mio figlio.

Come è entrato John Carpenter nella tua vita?

Fuga, credo di averlo visto una trentina di volte ed ogni volta scopro un dettaglio che non avevo colto precedentemente. Questo film, insieme ad Halloween, La Cosa ed Essi vivono, sono parte fondamentale del mio immaginario. Ritengo il suo, un cinema colto. Tutti i suoi lavori attingono dal cinema come dalla letteratura. Il cinema carpenteriano, come vera e propria materia plasmata è una dimensione in cui convivono Dante, l’epica greca e Lovecraft. Questa sua proiezione è la vera matrice del suo lavoro, presente anche in quelle opere meno riuscite. Un grande metalinguaggio in cui far confluire in modo armonico le suggestioni che ne hanno definito lo stile, fino al fumetto, a cui si devono certi caratteri e alla musica che diviene un vero e proprio personaggio. La cifra stilistica di Carpenter, ha influenzato il mio modo di leggere criticamente un film.

Nella prefazione, ad opera di Ugo Malaguti, viene sottolineata la ragione per cui Carpenter è stato inserito all’interno della collana “Fantascienza Saggi” e di come la sua influenza sia stata esplicita nei confronti delle generazioni artistiche future. Credi che quello di Carpenter sia il primo tassello di una vasta pubblicazione dedicata ai tanti cineasti che hanno frequentato l’ambito fantascientifico?

Dunque, per prima cosa mi preme ringraziare Ugo Malaguti per la disponibilità e per ciò che ha scritto. Mi piace definirlo una leggenda vivente della letteratura fantascientifica; è dunque un onore avere una sua prefazione. Detto ciò, non è pensabile riflettere sul cinema d’evasione e non prendere in considerazione Carpenter, di cui a mio parere occupa uno dei gradini più alti. Gli effetti che le sue opere hanno avuto sul cinema contemporaneo sono evidenti ma, e questo è l’aspetto più affascinante per comprenderne a fondo la forza narrativa, riferimenti della sua poetica cinematografica si rintracciano in ogni campo della creatività, fino ai cartoni animati e videogiochi. A lui e ai suoi topos e stilemi hanno guardato più o meno esplicitamente tutti i creativi più rappresentativi del nostro tempo, da Sclavi a Tarantino, a Besson, solo per citarne alcuni. La Elara mi chiese dei suggerimenti su come rilanciare la saggistica cinematografica, io proposi questo testo che fortunatamente è stato accolto. Ho pensato ad una monografia su John Carpenter perché ritengo che a dispetto del suo peso come grande narratore, vi fossero, da un lato diversi aspetti del personaggio e del suo cinema da “rimettere a fuoco”, e dall’altro, provare a percorrere nuove idee e chiavi di lettura che ne riaffermassero lo status. Credo che questo nel testo appaia con chiarezza. Si, è il primo tassello, a breve uscirà un mio articolo sulla space opera cinematografica in cui esamino a fondo il fenomeno Lucas, e sto lavorando su una monografia dedicata a John Milius. Un narratore unico, non direttamente collegato alla fantascienza ma che col senso del meraviglioso ha avuto a che fare come pochi altri.

Carpenter è stato forse l’unico esponente della New Hollywood a dichiarare esplicitamente di essersi ispirato a un preciso genere, il cinema western. In più, il suo rapporto con tale corrente è ambivalente: da una parte si avvicina anagraficamente agli altri autori, dall’altra se ne discosta per tematiche, budget e intenti. Cosa ne pensi?

Che hai colto nel segno. John Carpenter è un uomo e regista di frontiera o se preferisci, di confine perché è e sarà sempre una mosca bianca all’interno del sistema cinematografico americano. Desidero chiarire al meglio questo punto: il suo essere oltre il sistema, non è né un pregio, né un difetto. E’ una condizione. Carpenter dovrebbe andare contro se stesso per lasciarsi “assimilare” dalle major o per rendersi più simpatico e andare a cercare il consenso del pubblico. La sua natura lo porta verso la “frontiera”, nel bene come nel male, e questa sua natura trova espressione nei film che realizza, che sono appunto dei western mascherati. Rispetto agli altri colleghi della New Hollywood, che pure hanno messo a nudo la società americana, Carpenter ha scelto da subito di guardare all’interno del suo mondo, alla ricerca della sua essenza, e l’essenza americana è nel western. Riguardo al budget, il suo essere fuori dagli schemi del mercato gli consente di lavorare con qualsiasi materiale. Carpenter è uno dei pochissimi al mondo, in grado di conferire ad una piccola produzione quel certo respiro da kolossal. Fatalmente questa maestria, si è rivelata in taluni casi un boomerang. In ultimo, Carpenter è un regista di frontiera perché ha anticipato le storie: Essi vivono raccontava di un’invasione e colonizzazione clandestina dell’intera razza umana, un decennio prima di Matrix e venti anni prima di V remake di V-Visitors. Michael Myers ha generato tutta una serie di epigoni più o meno memorabili a partire da Jason e non c’è antieroe che non debba qualcosa a Snake Plissken, a partire da Riddik. E Snake Plissken è ovviamente un eroe da frontiera.

 

A diffferenza dei vari Scorsese, Cimino, Coppola il Nostro racconta l’America burlandosene, raccontandola attraverso la lente dell’ironia e, ovviamente, della violenza. A differenza dei suoi colleghi non attacca frontalmente né smitizza il sogno americano ma, piuttosto, lo accetta prendendosene però gioco. E’ forse per questa ragione che il suo cinema non invecchia mai? Che ancora oggi, film come 1997 e La cosa, sono così attuali?

Mah, quanto all’ attualità, è doveroso dire che John Carpenter è in ottima compagnia. Un po’ come fu per il nostro Neo Realismo, la New Hollywood è stata contrassegnata dalla proliferazione di una generazione di cineasti come probabilmente il cinema americano non avrà più. M’è francamente difficile pormi di fronte ad Apocalypse Now e non trovarlo attuale, come pure Guerre Stellari o per altri versi, Fuori Orario o Quei bravi ragazzi. Così come la forza di Una Poltrona per 2 o di The Blues Brothers è ancora intatta. Ma come rilevi correttamente tu, è nell’ironia e nell’uso della violenza che lui sublima la sua lettura. La violenza basica, archetipica, finalizzata alla sopravvivenza. Poi v’è l’ironia corrosiva verso gli uomini delle istituzioni, che non sono all’altezza del ruolo che rivestono. Carpenter è un “irregolare” e come tale non conosce l’agiografia. E come tale può sembrare estremamente contraddittorio perché nel suo mirino ci sono tutti. Questa è una lettura miope, da critico paludato e che poco conosce i suoi film. Il suo cinema non invecchia mai perché attraverso il suo minimalismo indaga i grandi misteri. Questa combinazione lo colloca al di fuori del tempo.

Il genere è quello in cui Carpenter è sempre stato confinato. Credi che questa emarginazione abbia sminuito la reale valenza artistica dei suoi film?

Certamente si. Raramente a Carpenter è stata riconosciuta la valenza del suo cinema. Spesso i suoi film sono stati accolti sfavorevolmente, per usare una formula più accomodante, salvo poi esser riconosciuti successivamente come capolavori. E’ successo a Fuga da New York (che comunque ottenne un certo successo),è successo soprattutto a La Cosa, Fuga da Los Angeles e a Grosso Guaio a Chinatown. L’afflato di un suo film va ben oltre le definizioni; a mio giudizio si può parlare in larga misura di cineasta universale, laddove ogni film è talmente personale che è impossibile non riconoscerlo come suo. E laddove un suo film è come i diamanti: è per sempre! Tuttavia Carpenter si muove tra i generi, ha dato vita a film fantastici, horror, commedie, action thriller, musicali. E’ questo che fa, capolavori pop. Non cerca il riconoscimento dello status di autore, per quanto in realtà lo sia. Sia per l’afflato dei temi ,sia per la capacità di dar loro forma. Carpenter è un autore di generi.

Brian De Palma dice: “L’horror è un genere cinematografico più visivo, la scuola ideale per crearsi uno stile, perché in esso, più dei personaggi e delle vicende, conta la maniera di filmare e raccontare.” Credi che per Carpenter valga lo stesso?

Si, ma fino ad un certo punto. Halloween è una grande storia. E’ la storia dell’uomo nero. E’ l’incubo che prende forma. Il seme della follia, è invece un inarrivabile capolavoro sull’identità e sulla metafisica. Fog è una storia di vendetta. Con La Cosa, indaga invece nella vertigine della paranoia. I personaggi di Carpenter sono il contraltare dei suoi film. Il Nostro, si afferma infatti come un eccellente direttore di attori che è riuscito film dopo film ad ottenere quasi sempre il meglio dal materiale umano a disposizione. Sia che si trattasse di star, sia che si trattasse di caratteristi o di sconosciuti. I suoi sono personaggi ai limiti della mitologia per quanto sono filmicamente potenti. Una galleria d’interpretazioni infinita e irripetibile che ha certamente in Kurt Russell il modello d’attore e nei suoi Mc Ready, Elvis, Jack Burton e soprattutto Snake(o Jena)Plissken i personaggi più iconografici ma che annovera decine di altre memorabili interpretazioni: dalla Jamie Lee Curtis di Halloween al Lee Van Cleef di 1997:Fuga da new York, dalla Amber Heard di The Ward, al Jeff Bridges candidato all’Oscar per Starman, fino all’implacabile James Woods di Vampires. Ma discorso simile può esser fatto per i comprimari e per quegli attori che pur rimanendo ai margini del grande cinema, hanno offerto una grande prova al punto d’aver segnato la pellicola in cui compaiono, come nel caso del Darwin Jonston di Distretto 13. A differenza degli attori di Carpenter, quelli diretti da De Palma salvo rare eccezioni(lo Sean Penn di Carlito’s Way, l’Al Pacino di Scarface, la Melanie Griffith di Omicidio a luci rosse), difficilmente si ricordano, proprio per la differente visione che i due hanno della materia. Se volessimo esprimerci per correnti artistiche, potremmo dire che De Palma sta al Manierismo come Carpenter sta all’impressionismo ed al gotico. Carpenter punta alle radici, all’essenza del male. Stilemi e topoi che poi da quell’ uomo di cinema qual è, rende visivamente alla perfezione.

Il libro parla di frontiera come luogo mentale e ideale per il concepimento delle storie carpenteriane divise tra senso della libertà, negazione delle leggi e pura anarchia, ideali che poi ritroviamo nei suoi personaggi. Personaggi che hanno influenzato intere generazioni e che vedevano in Jena Plissken tutta la loro insofferenza verso il sistema. Eppure, come detto prima e ribadito dallo stesso Carpenter, il suo non è un cinema che intende lanciare invettive politiche. Piuttosto è un cinema che trova la sua giustificazione nel cinema stesso, nel valore delle storie e delle immagini, senza sottotesti politici o sociali. E’ un cineasta che si nutre di contrari?

Rispetto al cineasta che si nutre di contrari, direi certamente di si. E’ nella sua natura “ribelle” essere contro. Tuttavia la sua idiosincrasia, non è né verso la legge né verso le istituzioni intese come valori assoluti, piuttosto verso quelle leggi prive di senso civico e soprattutto verso gli uomini che, secondo Carpenter, sono “deboli” e facilmente inclini ad adoperare male e a proprio esclusivo vantaggio il potere di cui dispongono. Il punto è che lui, ricerca e rintraccia nell’epopea di frontiera la reale espressione dell’America, che non è quella ingessata ed ipocrita dei salotti politici e delle corporate, ma quella più libera e selvaggia delle distese desertiche e delle praterie. I suoi avventurieri sono gli eredi dei pistoleri, dei cacciatori di taglie, dei cercatori d’oro, ossia di quei personaggi, così lontani da certe pellicole autocelebrative ma proprio per questo tanto reali e così simili a quelli su cui sono fondati gli Stati uniti. Poco importa se poi questa rappresentazione trova corpo in scenari e in atmosfere differenti, la sua fuga ha sempre come meta ultima la frontiera. Anche quella mentale. Trovo molto felice la tua osservazione “cinema che trova la sua giustificazione nel cinema stesso, nel valore delle storie e delle immagini, senza sottotesti politici o sociali”. Mi piace definire il suo, un cinema intelligente. Intelligente perché non agiografico nella rilettura del suo mondo. Ma è bene ribadirlo, privo di ogni sottotesto o intendimento politico. Sono storie per intrattenere e per divertire. Cinema per il piacere di far cinema e di meravigliare e divertire lo spettatore. Se poi tale divertimento è intelligente, è anche meglio. Sfortunatamente il suo lavoro è stato, nel migliore dei casi, frainteso, nel peggiore dei casi, strumentalizzato.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.