Intervista: Pier Luigi Manieri (Seconda parte)

 

Tornando allo stile visivo di Carpenter, credo che come lui siano pochi i cineasti in grado di manipolare lo sguardo e il punto di vista dello spettatore. Le soggettive e le morbide carrellate si riconoscono proprio per l’inquietudine che trasmettono e per ciò che si teme ci possa essere al di fuori dell’inquadratura. Ritieni che con Carpenter si possa parlare di una vera e propria “etica dello sguardo”?

Certamente si. All’etica aggiungerei anche l’estetica e non solo per il simpatico gioco di parole. Ciò che di lui m’ha sempre affascinato è la sua capacità di dare rappresentazione del male senza doverlo necessariamente esplicitare. Questo esercizio filmico è particolarmente riconoscibile come tratto distintivo della sua cifra stilistica, ed apprezzabile proprio perché esclude la soluzione più facile, che poi sarebbe quella di far ricorso ad una esposizione di violenza fine a se stessa. Una metrica decisamente più complessa. Ma tale scelta registica, oltre a divenire quindi, un esempio di eccezionale visione filmica sul piano estetico è da apprezzare anche per l’efficacia dal punto di vista della suggestione. Lo spettatore è coinvolto con la forza visiva della storia, ciò non limita anzi aumenta l’ effetto terrorizzante. In questo ritroviamo molto Hitchcock, che è senz’altro uno dei maestri a cui nel corso della sua carriera ,Carpenter ha più guardato. Se vogliamo, il rifarsi al grande maestro è rintracciabile anche nell’eleganza di certe sequenze e inquadrature che tendono a confondere il punto di vista dello spettatore nell’identificazione della realtà.
Le soggettive e le morbide carrellate carpenteriane, sono divenute nel tempo dei cliché che seppure con meno potenza visiva, in molti hanno ripreso.

Nell’arco di una carriera che ricopre quasi quattro decenni la filmografia di John Carpenter è sostanzialmente divisa in due parti, laddove la seconda è più teorica e metafisica rispetto alla prima, legata come detto prima alla rivisitazione dei diversi generi in chiave moderna e personalissima. Quali delle due pensi sia la più riuscita?

Mah, in termini di notorietà e di numero di film che sono entrati nell’immaginario cinematografico, direi la prima. Contraddistinta da un Carpenter più istintivo che guarda agli istinti primari come la sopravvivenza, la vendetta, il male, la morte. In questa prima fase, questo grande cineasta ci regala inarrivabili parabole sulla natura dell’uomo attraverso insuperabili personaggi come Jena Plissken, Mc Ready, l’alieno Starman, Nada, Bishop e Napoleon Wilson .La prima fase del suo cinema mi sembra più “sensoriale”. John Carpenter punta a focalizzare l’uomo e le sue azioni/reazioni. Nella seconda, si pensi a Il Signore del Male e soprattutto a capolavori come Il seme della follia, ma anche a titoli meno riusciti come Villaggio dei dannati, fino a lavori dal registro più leggero, sembra più interessato ad esplorare l’introspezione profonda. Trovano ulteriore sviluppo e maggior compimento certe ossessioni già presenti in Halloween, come l’identità; a ciò s’aggiungono nuovi spunti, come i differenti livelli di realtà(quella reale e percepita),e il male come entità vivente a se stante indipendentemente da noi. Forse le opere del secondo periodo, hanno inciso meno delle prime, tuttavia non parlerei di fase meno riuscita. La prima è forse più nota e spettacolare ;la seconda più filosofica e per questo forse più “selettiva”. La seconda fase si concluse comunque, con due pellicole di grande disimpegno ed intrattenimento come Fantasmi da Marte e godibilissime come Vampires. La terza stagione carpenteriana, aperta da The Ward è ancora troppo breve per essere osservata.

Altro tratto fondamentale è la riluttanza di Carpenter nel cimentarsi con le nuove tecniche cinematografiche come l’uso del digitale o il 3D, definito dallo stesso una “stronzata”. Ciò avviene in un’ epoca in cui anche i grandi come Scott, Coppola e non ultimo Scorsese si sono convertiti alla stereoscopia. Come giustifichi questo suo disinteresse?

Legittimo. Lui s’affacciò al digitale con grande sforzo economico e d’ impiego di mezzi con Fuga da Los Angeles, ma in assoluto non è mai stato e non credo che a questo punto lo sarà mai, un sostenitore della tecnologia. Personalmente, pur guardando con curiosità alle soluzioni e applicazioni che ne faranno Coppola e Scorsese neanche io impazzisco per gli effetti a tutti i costi quindi…

Carpenter e il Cinemascope. E’ certamente un matrimonio destinato a durare in eterno. Carpenter lo utilizza come fosse un attore in scena. Da videomaker quale sei, quanta importanza attribuisci a questo formato nel cinema di Carpenter e nel cinema in generale?

Il Cinemascope, come scrivo nel mio testo è il suo strumento e nelle sue mani ha una risultanza eccezionale. Per il suo cinema è fondamentale. Una visione di campo che si sviluppa e s’estende in orizzontale, che consente a lui di usare tutta l’ampiezza del campo, e allo spettatore di avere un punto di vista quasi naturale. In generale ,il Cinemascope è stata una delle grandi rivoluzioni tecnologiche applicate al cinema. E’ grazie a questo sistema che è stato possibile ammirare magnifiche e maestose sequenze con migliaia di figuranti, si pensi a La tunica, film mitologico del 1953 che mi pare sia stato il primo ad essere girato in Cinemascope, primato che in tal caso condivide con I cavalieri della Tavola Rotonda che è dello stesso anno.

Nel libro è presente un passaggio da te segnalato molto interessante: l’attitudine tutta italiana di ricercare affannosamente una metafora politica all’interno dell’opera d’arte, che sia di Carpenter o di qualsiasi altro regista. Secondo te, questa tendenza pregiudica in maniera decisiva il valore di un’opera?

Senza alcun dubbio. La lettura strumentale può pregiudicarne eccome sia il valore che l’esito. In Italia il genere è praticamente estinto. Dico estinto perché nella storia del nostro cinema ha invece occupato un posto molto importante. La fantascienza negli ultimi trent’anni non ha trovato un atteggiamento favorevole nella critica italiana del periodo, che l’ha reputata poco elevata culturalmente per essere ammissibile o peggio ancora poco assimilabile e per questo da non incoraggiare assolutamente. Naturalmente può incidere anche in senso contrario, per esempio un film furbo e modaiolo come Nirvana, tutt’altro che bello, viene proposto come la risposta italiana a Blade Runner, ma a firmarlo era Salvatores.
Inoltre, quando un’opera non nasce con quella vocazione( ma così viene interpretata), non solo verrà travisata dal pubblico ma s’innesca fatalmente un effetto boomerang, per cui il film(che non nasce con intenti politici),non viene reputato all’altezza del suo scopo proprio da quel critico che affannosamente tenta di dargli quella chiave di lettura, come accadde per es: a Fuga da Los Angeles, La Cosa.
Questa chiusura culturale della critica italiana(ma le nuove leve lasciano ben sperare) è quanto meno autolesionistica. Il cinema infatti, oltre che una espressione culturale è anche un’industria. Un’industria che paradossalmente ignora un prodotto dai risultati economici altissimi. Importiamo centinaia di pellicole di genere ogni anno ma non ne produciamo e quindi non esportiamo. La riflessione non riguarda solo la fantascienza ma anche lo spionaggio, l’horror, il film di guerra, quello d’azione, il film d’avventura, il genere di cappa e spada, l’epico… Possiamo parlare di enormi guadagni mancati, unicamente per preservare un pregiudizio culturale!

Sempre nel tuo libro sono riportati i ruoli ricoperti da John Carpenter durante tutta la sua carriera, due dei quali come attore balzano subito agli occhi: sto parlando di “Quinto Potere” di Sydney Lumet e de “Il silenzio dei prosciutti” di Ezio Greggio. Il John Carpenter attore si è concesso ruoli molto variegati a quanto pare…Un eclettico. E anche un uomo che non si prende eccessivamente sul serio. Il ritorno sul grande schermo ha diviso molti dei fan che aspettavano con ansia il suo ultimo film (The Ward). Tra detrattori e sostenitori il numero dei primi è di gran lunga superiore. Tu da che parte sei schierato?

Con i secondi. Per natura sto sempre con gli indiani, i perdenti, gli sconfitti… Scherzi a parte, The Ward è un piccolo gioiello. E’ un film che inganna, spiazza, ci propone una realtà falsa. Gioca con raffinata eleganza con lo spettatore. Né horror né thriller ma il meglio dell’uno e dell’altro. Inoltre, aspetto non trascurabile, è anche un apprezzabile campionario delle più avvenenti nuove leve di Hollywood, a partire dalla Heard. Di contro, forse dopo un’attesa così prolungata, il Carpenter che tutti volevano avrebbe potuto essere più ricco. Più costoso. Ma questo film non è né un modo per riproporsi, né un’ esigenza di tipo commerciale. E’ un lavoro fatto per il puro gusto d’esser girato, per cui a ben vedere, non potrebbe essere diverso da com’è. Certamente il pubblico più giovane, abituato ad altre generi di pellicole più roboanti e meno sofisticate non è biasimabile se non ha compreso o apprezzato questo film.

Poco più di un mese fa si vociferava di un possibile coinvolgimento del Nostro all’interno di un progetto Western. Ciò rappresenterebbe una svolta epocale nella sua carriera e un sogno ad occhi aperti per i fan (me compreso). Pensi che tutto ciò sia realizzabile?

Finché c’è vita c’è speranza… Sarebbe il western definitivo, quello in cui convogliare tutte quelle suggestioni/ossessioni che lo hanno definito e compresso durante tutto il corso della sua irripetibile carriera. La sua scuola sono Hawks e Ford per le maestose inquadrature e per certi riferimenti dialettici (l’assedio; l’alleanza obbligata; il riscatto), Peckinpah e Leone per la caratterizzazione dei personaggi, che visti insieme, sono un mucchio selvaggio, brutto e cattivo. Personaggi nichilisti, lontanissimi dall’idea romantica ed agiografica del cavaliere senza macchia di molto cinema western.

Ad oggi, quali sono i registi che secondo te possono considerarsi dei nuovi talenti? Ritieni che un particolare regista, seppur con afflato diverso, possa rivoluzionare il cinema come Carpenter ha fatto negli anni ’70 e ’80?

Per principio preferisco parlare delle unicità (quando ci sono) piuttosto che tentare paragoni. Peraltro, se le generazioni sono diverse, è un esercizio che non m’appassiona. Direi che negli ultimi quindici, si siano affermati alcuni talenti che hanno già segnato significativamente il loro tempo. Penso a Bryan Singer che a ventinove anni riscriveva i canoni del noir con I soliti sospetti e dirigeva un cast di pesi massimi con la maturità di un veterano della cinepresa; a Christopher Nolan, che ha portato Batman a livelli epici mai toccati neanche da e con Burton; alla perfezione formale di Michael Mann, che però appartiene a una generazione intermedia. Di lui apprezzo quasi tutto: da Miami Vice (la serie, non il film) a L’ultimo dei Mohicani, da Heat (per quanto, avendo in mano una coppia unica come De Niro e Pacino in stato di grazia, avrebbe potuto rischiare di più) a Manhunter, fino a Public Enemies. Uno da cui m’aspettavo molto di più è invece Robert Rodriguez, che non è più stato all’altezza de El Mariachi in cui a mio avviso ha espresso al meglio il suo personale punto di vista. Poi ci sarebbe J.J. (Abrams) che nonostante una certa tendenza a “telenovelizzare” le trame e le interazioni tra i diecimila personaggi che muove (e su questo è eccezionale), ha il merito innegabile di aver riconsegnato l’evasione a quella dimensione spettacolare da Kolossal, sottraendola a certo minimalismo fine a se stesso e a volte eccessivo.

Descrivi John Carpenter con tre aggettivi.

Carismatico. Controverso. Geniale.

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