Intervista: Populous

Quando Giuseppe Marco Albano, il regista del cortometraggio “Stand by me”, (che ho  avuto il privilegio di scrivere ed interpretare) mi mostrò un premontato, rimasi folgorato. Ne fui entusiasta, ma certo non potevo presagire la fortuna che il breve film avrebbe incontrato (una su tutte, la candidatura al David di Donatello). La prima domanda che gli feci fu in merito alla canzone dei titoli di testa. Fu cosi’ che ho scoperto, con un certo colpevole ritardo, l’esistenza di Andrea Mangia in arte Populous. Lo contatto e scopro una persona disponibile ed adorabile oltre che raffinato musicista.

Andrea, non fosse altro per la grafica delle copertine, conviene incidere per una etichetta tedesca. Mi parli degli splendidi art work dei tuoi dischi?

Allora, da fashionista quale sono ho sempre dato molta importanza all’esteriorità. Il detto “l’abito non fa il monaco” mi fa rivoltare il collo come nell’esorcista. Chi è Anna Wintour? Io non lo so. Però sta di fatto che ogni volta che c’è da lavorare all’artwork di un mio album sono di gran lunga più eccitato rispetto alla lavorazione musicale stessa. Forse è per questo che tutti mi dicono “bella copertina!!”, ma mai “bel disco!!”. In fondo non me ne frega nulla, confesso di aver acquistato diversi dischi solo per le copertine. Ad ogni modo, è tutto merito di Jan Kruse di Human Empire. Lo amo. Collaborare con lui è stato sempre super easy. Ascolta i miei suggerimenti. Per l’ultimo (“drawn in basic”) gli ho detto: collage sghembo. E lui se n’è venuto fuori con quella bomba.

Come sei arrivato alla prestigiosa etichetta Morr?

Semplicissimo: ho spedito un cd-r.

Non ti nascondo che l’elettronica sussurrata e minimalista che ha reso celebre l’etichetta berlinese Morr mi ha stancato da un pezzo. Ho apprezzato molto invece l’islandese Sin Fang. Che mi dici delle future scelte della Morr?

Thomas è in fissa con l’indie-folk. Suppongo sia cosa nota. Adoro anch’io Sin Fang, l’ultimo disco lo trovo di una freschezza incredibile. Poi credo che lui abbia fatto un bel colpo a mettere sotto contratto questi altri islandesi folli che si chiamano FM Belfast. Credo siano dei geni con un potenziale pop devastante. Tutto sommato anch’io sono dell’idea che molte cose Morr vecchio stile (tipo quelle che utilizza Sorrentino nei sui film, Lali Puna in testa), siano un pò demodé. Per cui non posso che esser felice che lui ora si stia spostando altrove.

Volendo forzare un po’ le cose, quali sono, se ci sono, le influenze italiane nella tua musica?

La morte.

Quali sono le differenze sostanziali, distributive ed artistiche tra l’essere accasati presso una etichetta italiana ed una tedesca? E il pubblico, è cosi’ differente? Ti sei mai chiesto perché in Italia ci sia cosi’ poca curiosità per forme di espressione alternative?

Non mi sono mai interessato a certi meccanismi, per cui non sono la persona più adatta al quale fare questa domanda. Non sono nemmeno il tipo che s’interessa molto di quello che pensa la gente, italiana e non. Molto semplicemente trovo che il 95% degli italiani sia un branco di finti bigotti ai limiti del provincialismo. Parlare di cultura in Italia è come parlare di iPhone a un bambino del Congo.Non perché io sia un esterofilo, ma è un dato di fatto che all’estero ci sia ben altro spessore. Di conseguenza un pubblico e un attenzione mediatica verso “espressioni alternative” di gran lunga superiore a quella nostrana.
Da quando Sorrentino ha utilizzato brani dei Lali Puna (tuoi compagni di scuderia) va di moda nel nostro cinema “intellettuale” utilizzare sonorità simili. Che ne pensi di questa tendenza tutta italiana di conformare sempre tutto sino all’inevitabile saturazione ed implosione?

Bha… non direi. Ben venga la musica elettronica nel cinema!! Certa musica poi è creata proprio come una sorta di arredamento sonoro, per cui ci sta benissimo con determinate immagini. Una delle mie colonne sonore preferite è quella che Michael Andrews ha composto per il film di Miranda July “me and you and everyone we know”: minimale, eterea, sognante, vintage, naive. Splendida.

Qual è il tuo rapporto con il cinema sia dal punto di vista professionale che personale?

Adoro il cinema. Mi piacerebbe molto collaborare con quel mondo che mi sembra così lontano e allo stesso tempo così vicino. Ultimamente ho dato un brano per un corto che tu dovresti conoscere: si chiama “stand by me”, di Giuseppe Marco Albano. E’ stato sorprendente vedere la propria musica che riacquista nuova forma!! Tempo fa mi contattarono i tipi della Fandango per curare la colonna sonora di un film della Comencini, sembrava tutto fatto, poi alla fine decisero di cambiare e di dare un altro taglio. M’è dispiaciuto un pò, sarebbe stata un’esperienza, anche se chi ha visto il film mi ha detto “ritieniti fortunato”.

A proposito di immagini. Ho visto il tuo video per la canzone The holy see (allegato nella sezione media dell’intervista). Molto intenso, inquietante per certi aspetti e ricco di simbologie. Forse anche troppe. Mi aiuti a decifrare il percorso? Mi racconti la sua genesi anche tecnica (regia, soggetto e quant’altro)?

Questa è una domanda che dovresti fare a Francesco Brunotti, il regista del clip. Lui è un folle visionario, amante delle immagini proprio come me. Mio vecchio amico nonchè autore di fotografie che per sempre segneranno il mio immaginario. Ora sta cominciando a fare dei video ed io sono stato una sorta di “cavia”. Non è mai stato tanto cool far da cavia a qualcuno !!  Riguardo le simbologie: “the holy see” è un pezzo che parla di fede. Mike non mi ha mai voluto svelare il vero significato di certe parole. Per cui Francesco ha dato libera interpretazione e se n’è uscito fuori con sta cosa alla David Lynch, così ognuno è libero di farsi il proprio trip.

Sei di Maglie. Come sai si parla tanto della “scena” salentina. Ho una certa difficoltà però a immaginarti parte del gruppo. Sei il più europeo tra i pugliesi ma forse uno dei meno noti al pubblico nostrano. E’ un destino inesorabile ed immodificabile che un progetto musicale sofisticato e di qualità possa incontrare le masse?

Succede pochissime volte ed è per questo che poi si definisce eccezione.La parola “massa” di per se non ha accezione negativa, ma a conti fatti è una parola terribile.

Mi conquista della tua musica il calore dell’elettronica. E poi l’approccio molto pop. A proposito, perché Populous (centra qualcosa il celebre videogame)?

Poco più che teenager suonavo in una band noise/post-rock ed eravamo sempre a battagliare sul nome. Un giorno io avevo una rivista di video game (Dio che nerd!!) dove spuntò fuori questo nome, lo proposi e venne accettato. Qualche giorno dopo io non suonavo più con loro e già producevo le mie cose. Rimase quel nome, per pigrizia.

Dicevo il Pop,  di cui sono maniaco! A dispetto di altri artisti della Morr il tuo approccio alle melodie soprattutto vocali mi ha fatto pensare a  giganti del passato. Ad esempio Brian Wilson. Mi sbaglio? Parlami delle tue influenze.

Ah… Brian il pazzo !! Lo amo alla follia !! Così come lo ama Mike (Short Stories). Questa è un’influenza che verrà ulteriormente rimarcata nel nuovo album. Mike è stato molto colpito dall’ultimo Panda Bear, da cantante ha adorato quel dare luce sulla voce e smaterializzare il resto, così come le polifonie ai limiti dello stucchevole. Mi ha cominciato a mandare i primi provini ed io ero, come dire… sorpreso dalla straordinaria immediatezza di polifonie tanto ricercate. Thomas (Morr), ascoltandoli, mi ha detto: “ma è il nuovo Panda Bear?”. E non credo che per lui fosse un gran complimento. Ahahaha. Ad ogni modo sappiamo tutti quanto il cantante degli Animal Collective sia stato influenzato da Brian Wilson, quindi, per la proprietà transitiva… Riguardo le mie influenze, accidenti, sono laureato in musicologia, questo rende tutto molto più complicato. Provo a farti dei nomi in ordine cronologico: Nirvana, Sonic Youth, Smashing Pumpkins, Pixies, Helmet, Amphetamine Reptile records, Orbital, Aphex Twin, Autechre, Tortoise, Kraftwerk, Can, Wu Tang Clan, Daft Punk, Portishead, Motown, Beatles, Beach Boys, Love, United States Of America, Anticon records, Broadcast, Stereolab, Plone e il Birmingham sound, Boards Of Canada, Umiliani, Piccioni, Madlib, Jay Dee, Stones Throw records, Satie, Ravel, Debussy, la musica tradizionale indiana, Raymond Scott, Bruce Haack… Oddio, dopo due-tre nomi mi sono subito reso conto che l’ordine cronologico sarebbe saltato.

Come mai sulla tua pagina Myspace alla voce genere c’è Elettronica / Indie / Shoegaze. Manca Pop. Come mai? Poco figo? (scusa l’aggettivo giovanilistico da brivido)

Pop è il termine più figo che esista, ha una potenza impareggiabile. Non l’ho messo forse solo perché era già insito nel mio moniker, infatti tutti i miei amici mi chiamano “pop”.

Non ti viene mai la tentazione di abbandonare il suono “brevettato” della Morr, scatenare i sintetizzatori e scrivere un anthem tecno-pop alla Pet Shop Boys?

Nella mia vita c’è già una componente omosex abbastanza elevata, se ci aggiungo pure l’anthem alla Pet Shop Boys dove mi troverete? Morto di epatite in qualche dark-room. No, grazie. Comunque i Pet Shop Boys li ho visti dal vivo lo scorso anno al Primavera sound festival a Barcellona: dopo 5 canzoni ero a vedere Lee Scratch Perry, e Dio solo sa quanto io odi la Jamaica.

Un’ultima domanda. Come sono strutturati i tuoi live? Suoni spesso?

Io preferisco mettere dischi, fare il diggei. Adoro i dischi techno (set 1) e i dischi indie-rock (set 2). Quando poi trovo qualcuno che imperterrito chiede le mie robe, mi presento col mio computerino e altri aggeggini, faccio un bel mash-up di robe mie edite e non e, di solito, proietto anche dei visuals do it yourself. Molto “basic”.

 

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.