Io, gli Heroscimmia e Luigi Russolo

 

Mi ritrovo in mezzo all’immutabile traffico della via Cassia, nessun ritardo, tutto calcolato, lo conosce bene anche Luigi Russolo. L’ideatore dell’intonarumori mi aspetta nel suo attico – con vista sul nulla -all’Olgiata per un’intervista sulla musica italiana dal dopoguerra ad oggi. L’autoradio della mia macchina suona l’ultimo album degli Heroscimmia, i Like Gazebo; procedendo a passo d’uomo, o, meglio, a passo di neonato, sono già al secondo ascolto. Questa volta decido di ripartire dal Volume B e improvvisamente ricordo che già pochi mesi prima il duo aveva sonorizzato felicemente un altro ingorgo comenciniano che mi vedeva protagonista; stessa situazione, differente consolare, la via Prenestina, ed una Nana Indiavolata urbanisticamente indiavolata più che mai ad intrattenermi piacevolmente.

Non si procede, qualche automobilista preferisce spegnere il motore, e l’unico traffico a cui riesco a pensare è quello sonoro degli Heroscimmia con pochi eguali in questa valle di lacrime pentagrammate chiamata Italia. Altre realtà dignitose non mancano, ma spesso e volentieri ci ritroviamo a parlaredi piccoli centri con una strada principale e poco più, dove ci si esprime attraverso un unico dialetto musicale (con relative e insopportabili vicende locali conseguenti), oltretutto neanche così incomprensibile. La produzione di Antonio Andrisani e Peppino De Florio – diversamente – propone tangenziali sopraelevate, grandi raccordi anulari, sottopassaggi, linee metro a non finire (e nel nostro paese questo è un dato da non sottovalutare) e tutto quello che un piano regolatore imprevedibile e multiforme è in grado di offrire in termini discografici.

Il punto poi è che non tira neanche quel vento caldo dell’estate stile Alice 1980, non ho l’aria condizionata e c’è chi se la passa peggio di me. Una Opel Corsa mi affianca e l’uomo al volante diventa a tutti gli effetti il mio compagno di banco, dato che siamo fermi; suda a non finire, non capisco se è un’impressione dovuta al caldo ma vedo i suoi bulbi oculari sporgenti gonfiarsi a dismisura, è spaventoso, tanto da farmi venire in mente i Residents del Commercial Album come riferimento ideale del repertorio heroscimmiesco in toto e credo che Russolo, impegnato in cucina e ansioso per il mio arrivo previsto per cena, sarebbe d’accordo con me. Ogni album – registrato tra un sasso e l’altro di Matera – è un piccolo manuale ricco di spunti, soluzioni, dal primissimo Prunus, passando per Tutti i cani sono figli di puttani, fino agli ultimi due sopracitati. Si ha sempre l’impressione di accedere ad un immenso discount del pop contemporaneo dove su ogni scaffale sono riposte le alternative all’immobilismo dei prodotti surgelati andati a male ancor prima di spingere il tasto play. Mi giro un attimo verso il mio compagno di banco, sconsolato e spazientito, che mi fissa con una curiosa aria di sufficienza come a dire “e certo, ora al tuo discount è sempre tutto fresco, dove vivi?”, mettendo fine al mio flusso di pensieri; gli ribatto prontamente ad alta voce, neanche avesse parlato sul serio, “non sempre, ma il garzone ti porta la spesa in prioritaria e a costo zero, vuoi mettere?”; mi guarda sbalordito, i bulbi oculari come due palline da tennis, “ma di che stai a parlà!? Il caldo t’ha dato alla testa. Sai se questo schifo continua fino all’Olgiata?”. Sì, gli rispondo, è sempre così.

Passano le ore, nessun movimento, in molti lasciano il volante per un caffé o un veloce spuntino; faccio in tempo a tornare a casa a piedi per prendere i restanti album del gruppo da far ascoltare a Russolo. Torno alla macchina dove i Like Gazebo è al quarto giro, mi appoggio alla portiera e continuo con l’ascolto. Non mi stanca mai e sembra attirare anche l’attenzione del mio compagno di banco che scoppia in una fragorosa risata sulla superlativa Viennetta: non coglie il rimando a Vienna degli Ultravox di Midge Ure ma inizia a parlarmi delle infinite minestre riscaldate mangiate con la moglie da cui ha appena divorziato. È sera, qualche borghese in decomposizione si affaccia dalle finestre dei condomini che hanno rubato metri alla strada e reso la via Cassia un corridoio della paura più che una consolare interregionale, e sono in ritardo in maniera spropositata. Squilla il telefono, è Luigi Russolo, mi avverte che la cena fredda sta diventando calda, non ha frigoriferi in casa e quindi mangerà da solo, nonostante l’invito sia sempre valido.

Cerco di dormire, quando il rumore dei clacson delle automobili in coda mi sveglia di soprassalto. La Cassia è stata improvvisamente liberata. Non so né da chi né da cosa. Il mio compagno di banco non c’è più e sono pochissime le macchine ancora ferme. Riaccendo il motore e raggiungo l’Olgiata in una ventina di minuti. Riconosco subito l’insegna fluo da 1885 colori al secondo posta all’ingresso del villino di Russolo. Mi accoglie alla sua maniera: “Iniziamo male ragazzo mio ma la viabilità della Cassia è stata progettata ben peggio, sei perdonato per questa volta”. Ci sediamo, si accorge subito dei cd che ho in mano, rimanendo incuriosito dal fatto che fossero riposti in custodie per DVD, ad eccezione dell’ultimo i Like Gazebo; “è un po’ lo specchio del progetto di questa band, signor Russolo” gli dico, “nella normale custodia di un CD non entrerebbero tutti i suoni”; inizia a fissare attentamente l’unico album con custodia classica, “fammi sentire quello!” esclama con voce decisa. Iniziamo ad ascoltarlo in rigoroso silenzio, nel buio totale disturbato solo dai 1885 colori fulminanti provenienti dall’esterno, quando su AM (avevo notato qualcosa sul suo viso anche su FM, non a caso) Russolo si alza di scatto: “Chi sono questi? Non ne sento parlare in giro e mi stanno facendo tornare una voglia matta di dipingere, procurami tutto quello che hanno registrato! Sono più DADA di quei cretini dei dadaisti che non ho mai sopportato!”; si dirige verso un altro spazio dell’appartamento mentre parte La nana indiavolata colpisce ancora, perfetta per i suoi movimenti da attore di film muti. Lo scenario diventa surreale, il compositore torna con tela e pennelli e mi dice che per l’intervista c’è tempo e che la notte è fin troppo giovane. Rimango sul divano, lo osservo all’opera, e inizio a scorgere una serie impressionante di pesche percoche di tutti i colori possibili, compresi quelli non-immaginabili. Luigi Russolo, ora, è un Heroscimmia a tutti gli effetti. Non mi resta che fargli ascoltare Prunus.

 

Per conoscere meglio gli Heroscimmia www.heroscimmia.com

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.