Jackson, il presidente selvaggio

 

Il settimo presidente degli Stati Uniti d’America è stato Andrew Jackson. L’elezione risale al 1829. Forse il suo nome non dice molto perfino agli stessi americani e il personaggio non possiamo certo paragonarlo a George Washington o ad Abraham Lincoln. Uno dei pochi storici che si sono interessati di lui ha scritto: «Era un uomo di frontiera: non si sa con esattezza in quale casa sia nato, nella zona di Waxhaw, all’estremo limite occidentale della Carolina». In parole povere, non si sa da dove sia spuntato fuori, nella corsa alla Casa Bianca, uno così.

Non aveva un buon livello di istruzione. «Era nato in un luogo privo di scuole» è la giustificazione portata da quegli storici che su questo argomento sono costretti ad arrampicarsi sugli specchi. Comunque, il giovane Jackson imparò dalla mamma a leggere e scrivere; con qualche altro espediente ottenne titoli di studio utili a farsi una posizione nella società. Allora non si era molto esigenti, ma c’è da dire anche che cose come lo studio servivano fino a un certo punto. Perché nella vecchia America l’abilità nelle discussioni pubbliche e nei dibattiti consisteva nella capacità da parte dell’oratore di passare, sul più bello, alle vie di fatto. Non c’era un modo più indolore per far valere le proprie ragioni.

Forse c’è un pizzico di ironia quando si racconta che il futuro presidente si distinse per essere riuscito a leggere il testo della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti a un gruppo di coloni. Non aveva forse i titoli per candidarsi alla Casa Bianca, ma aveva la forza di rappresentare l’americano medio – una cosa che in democrazia conta parecchio – nonostante all’epoca essere americani non significava molto più di avere un cavallo, una sella e una pistola ben lucidata.

Inizialmente, Jackson riuscì a farsi accettare nella società come “apprendista sellaio”. Mentre le porte del successo in campo politico si aprirono il giorno in cui si beccò una sciabolata in faccia per essersi rifiutato di pulire gli stivali a un ufficiale inglese. L’episodio toccò le ruvide corde dell’orgoglio americano e fece di Andrew Jackson un mito. Fu eletto senatore e ottenne anche la nomina a giudice della locale Corte suprema. Ma non amava la giustizia. Si dimise, quindi, dall’incarico di giudice e cominciò a dare la caccia spietata ai pellerossa Creek. Fu uno dei primi cacciatori di indiani e sarà poi nel corso della sua amministrazione che verrà varato l’Indian Removal Act, la legge “di rimozione degli indiani” che porterà alla persecuzione sistematica dei nativi americani. La vita di società non gli aveva fatto cambiare il suo comportamento da primitivo. Fu definito “un selvaggio urbano”.

Aveva una particolare predilezione per la guerra. Nel 1812, alla testa di un esercito di soldati raccogliticci, affrontò l’esercito regolare inglese. La corona inglese aveva, in verità, già sottoscritto il trattato di pace. Ma Jackson questo non lo sapeva o non volle privarsi del piacere del combattimento. Tra lo stupore del mondo, lasciò sul campo di una memorabile battaglia 700 morti e 1400 feriti, tutti appartenenti alle file avversarie, ad eccezione di otto morti e tredici feriti americani.

Sposò una donna senza aspettare che le fosse concesso il divorzio, ma non si sottrasse all’ira del legittimo marito contro il quale accettò lealmente di sfidarsi a duello. Tre anni prima, un’altra donna l’aveva comprata come schiava. Era un tipo allegro e audace, frequentava gli amici e le taverne. Gli piaceva ballare, divertirsi e giocare. Ma non si tirava indietro quando c’era da menare le mani.

Jackson mostrò di essere molto risoluto nel combattere la corruzione politica e ciò fece crescere notevolmente la sua popolarità tra i cittadini americani. Si fece perciò molti nemici sia tra i funzionari corrotti sia tra quanti temevano la perdita di potere dei vecchi notabili. Cominciò così una violenta campagna contro Jackson che venne accusato di essere un tiranno, un sanguinario, un sovversivo e, ovviamente, uno spregevole concubino. L’America puritana puntò severamente l’indice accusatore contro lo scandaloso Jackson, ma alla conta dei voti finì in minoranza.

Andrew Jackson fu eletto presidente all’età di 61 anni. Scrive Mario Francini: «Percorse la strada da Nashville a Washington tra due ali di folla plaudente: il West lo considerava l’espressione più genuina dello spirito americano, anche se gli intellettuali del Nord e gli snob del Sud scossero la testa. La gente percepì chiaramente che con lui era il popolo che giungeva al potere. Se ne ebbe la riprova quando migliaia di pionieri invasero la capitale per assistere al suo insediamento ed egli aprì loro la Casa Bianca. Per stringergli la mano, tirargli pacche sulle spalle ed anche mangiare e bere gratis ai tavoli del buffet. La residenza presidenziale venne devastata: la folla ruppe i mobili, rovinò i tappeti, sciupò le sedie dorate, mandò a pezzi gran parte della cristalleria. Per salvare il salvabile si dovettero frettolosamente trasferire vassoi e liquori nel giardino e soltanto così si riuscì a vuotare i saloni».

L’amministrazione Jackson si distinse per l’impegno nella lotta contro la speculazione finanziaria, giungendo ad affrontare il potere della Banca degli Stati Uniti. Jackson riteneva illegittimo il potere di una banca centrale in quanto non era espressione del popolo ma dei poteri forti e riuscì a smantellarla. Davanti al rischio di finire disoccupati, i dipendenti della Banca degli Stati Uniti fecero presente a Jackson che in caso di fallimento dell’istituto circa diecimila famiglie sarebbero rimaste in mezzo a una strada. Jackson rispose loro di essere particolarmente sensibile a questo tipo di argomenti e proprio per questo bisognerebbe pensare al numero ingente di famiglie che finiscono in mezzo a una strada per colpa di una banca e della speculazione. Il fatto di essere riuscito a sopprimere la Banca degli Stati Uniti lo riempì di grande soddisfazione. Gli speculatori americani impiegheranno molti decenni prima di poter rimettere in moto la macchina del profitto. Per questo, il settimo presidente degli Stati Uniti d’America, il focoso Andrew Jackson, sul letto di morte poteva esultare: «Ho ucciso una banca». Furono queste, pare, le sue ultime parole.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>