Jackson Pollock – Il mondo possibile n° 1

« Quando sono “dentro” i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di “presa di coscienza” mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l’immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria.
Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c’è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene. »

Il mondo possibile è presente dentro di noi come un desiderio nascosto, ma nascosto proprio bene. Quel desiderio di cui ognuno di noi si vergogna, paragonabile come intima intensità a quando ti masturbi chiuso in bagno. Il mondo possibile ne ha la stessa forza intima, la stessa sincera autenticità. “La vergogna salverà il mondo” diceva A.T. (ma questa è un’altra storia).

In quella che chiamiamo Arte, il mondo possibile rispecchia esattamente una situazione del genere: la forza di guardarsi dentro e lasciarsi ispirare essenzialmente dalla propria anima fottendosene, a furor di ego, dei giudizi, della comunicabilità e della lingua utilizzata: il coraggio di parlare al mondo col proprio linguaggio, col proprio corpo, con la propria anima.

In questo caso l’arte si fa pura, diviene, ergo é. Un dettato dell’anima. Un’emozione, un istante, una incosciente-sognante-realtà. Certo l’anima non conosce grammatica, metrica, intonazione o messa a fuoco. L’anima è tutto e come tale, se non la si chiude sotto chiave, è libertà. Tutto questo Pollock lo sperimentò sulla propria pelle. Riuscì a essere libero, Jackson Pollock, ma purtoppo solo dentro la sua tela. Riusci altresì a farsi schiacciare da questa libertà. Quando prese coscienza della forza che la voce della psiche aveva sul corpo, sull’uomo; solo allora si sentì appagato dal suo lavoro, solo allora diede equilibrio all’armonia che mancava alla sua vita, solo allora smise di ubriacarsi, solo allora si incamminò verso il periodo più produttivo della sua carriera. Solo allora divenne vero, unico, e tremendamente immenso.

« la gente mi ha sempre spaventato, per questo sono rimasto nel mio guscio»

Questo periodo si interruppe quando riprese definitivamente a bere, quando cominciò a preoccuparsi di quello che pensavano gli altri in merito al suo lavoro, quando neanche “i suoi colleghi” pittori riuscivano a comprenderlo, lamentando dimensioni di tele esagerate, strano e pasticciato uso del colore. Termina di fatto di scavare dentro se stesso, piombando in quella solitudine fisica e mentale che lo faceva sentire profondamente e coscientemente inadeguato nel rapporto con gli altri. Essenzialmente solo, ma per causa altrui. Per causa tua.

« Io uomo muoio in un incidente d’auto»

E poi la comunicabilità dell’opera, il significato e il significante, l’uomo diviene capolavoro, l’opera d’arte non è più il prodotto della composizione, ma la composizione stessa, le gallerie, la solitudine, gli occhi degli altri, gli indiani d’America, gli Archetipi, New York….tutte questioni che grazie a Pollock, alla sua vita in vita e alla sua vita in morte, possono essere affrontate, osservate, toccate…ma solo se lo vuoi, e soprattutto “non pretendere di saper ascoltare il linguaggio incomprensibile dell’anima altrui, se prima non sai ascoltare il linguaggio della tua”.

Le sue opere restano incomprensibili agli occhi di te uomo: le sue opere sono il mondo possibile per te poeta.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>