Jovanotti e la terapia della positività

 

 

Faccio subito chiarezza su una cosa: questo non è un live-report di una delle date del tour estivo di Jovanotti. Certo, ogni riflessione contenuta tra queste righe è scaturita dal concerto di Bari (svoltosi all’arena della Vittoria mercoledì 29 giugno u.s., ndr), prima data assoluta (organizzata da Delta Concerti dell’amico PIno Ingrosso, ndr) del tour estivo di “Ora” (così si intitola il suo ultimo disco, ndr) prodotto da Trident e sostenuto da Puglia Sounds, ma esulerò dal commentare una scaletta, pur ricca e più che variegata, per spostare l’attenzione su quello che considero il leitmotiv della produzione di Lorenzo Cherubini e che spesso finisce occultato sotto una marea di tentativi di critici o intellettuali di definirlo a tutti i costi come quello che realmente non è.
Cose che succedono a gente che gode di una certa fama e che se l’è costruita non sui rotocalchi o sulle riviste di gossip, ma con la gavetta e il seguito accumulato di anno in anno e di disco in disco, e che, per una certa tendenza alla generalizzazione che in Italia la fa e l’ha sempre fatta da padrona, viene buttata senza remore nel calderone del pop italiano mainstream (l’unico caso in cui la definizione di “pop” diventa negativa), per intenderci, quello di Ramazzotti, Pausini, Nek, Antonacci e chi più ne ha più ne metta, semplicemente per una questione di posizioni occupate in classifica.
No, lui non è come loro.
Partiamo dalla musica: Jovanotti negli anni sui palchi si è sempre fatto accompagnare dai migliori musicisti, incrociando stili, facendo incontrare talenti e reinventando generi. Uno di questi, Saturnino, grande bassista, è diventato quasi il suo alter ego. Sul disco prima, e sul palco poi, esiste una ricerca, emerge un’attenzione al suono inteso come “sound”. La musica diventa parte integrante, con un tappeto veramente tematico, del racconto del testo, completandolo. Un po’ come fa la colonna sonora con un film (e il brano “Tutto l’amore che ho”, primo singolo di “Ora”, è sicuramente eloquente da questo punto di vista).
E questa, purtroppo, nel pop italiano mainstream non è una costante bensì un’eccezione.
Jovanotti, nell’ultimo disco, fa con l’elettronica ciò che in passato ha fatto col rap, con l’hip-hop e addirittura con la musica etnica: recepisce segnali provenienti dall’esterno (intendendo il mondo) e li mette al servizio della ritmica delle sue parole.
Ed è sul significato di queste che mi concentrerò, lasciando coincidere l’inizio con la fine di questo pezzo.
Parlare d’amore in una canzone, almeno in Italia, è ormai quanto di più inflazionato ci possa essere, per colpa di qualche nome come quelli citati qualche riga più su, cui si aggiungono tutti i derivati vari di talent-show, che paiono tutti essere in crisi sentimentale; Jovanotti, invece, ci mette qualcosa in più; il suo amore è un concetto in senso lato, più filosofico, a tratti persino religioso perché immanente e spirituale e soprattutto mai banale, perché raccontato attraverso costruzioni liriche fantasiose, ma dalla semplicità disarmante, che approda al senso dello stare bene con sé stessi, amare e amarsi amando.
Che parli di amore per una donna, di amore per la vita, di amore per la madre o per i propri cari, di amore per il mondo, Jovanotti fa poesia, metropolitana, da terzo millennio, diventando non un ma IL profeta dei buoni sentimenti. Si discosta dal pop italiano per musica e liriche, per tutto insomma. E intanto dai palchi coinvolge e travolge, vendendo ottimismo, dispensando pochi ma efficaci consigli per cercare di essere felici. In questo è quasi epicureo e sicuramente è una cosa insolita. Oggi, infatti, complice l’andamento generalizzato del mondo, non è affatto facile far leva sui sentimenti positivi, tentare di risvegliarli, di rinvigorirli chiedendo attenzione per delle parole, semplici ma a volte proprio per questo ancor più difficili da ascoltare.
Jovanotti, in questo, ci riesce e, permettetemi, questo lo rende molto di più di un artista e se nutrite dubbi, fatemi un piacere personale: andate a vedere un suo concerto. La tournée estiva, d’altronde, è appena iniziata e si distingue anche per il suo essere ipertecnologico. Solo così sarà possibile rendersi conto se la vertigine è paura di cadere o voglia di volare.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.