Jurassic Malick

Tanto per cominciare, qualche informazione biografica sull’autore. Terrence Malick nasce nel 1943 a Waco, nel profondo Texas. Il suo primo lungometraggio (“La rabbia giovane”, ndr) risale al 1973 mentre il suo ultimo, “L’albero della vita”, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes, al 2011. In 38 anni di carriera il regista ha realizzato soltanto cinque film, due dei quali a distanza di venti anni l’uno dall’altro. Personalità estremamente riservata, Malick non permette a nessuno di fotografarlo, sia sul set sia nelle apparizioni pubbliche (quelle poche che si concede).

Questi pochi cenni possono aiutare a comprendere, almeno in parte, la complessità che gravita attorno al personaggio e, conseguentemente, alla sua opera. Gli aggettivi ravvisabili con una certa cadenza nel suo cinema sono: maniacale, ossessivo, estatico, rigoroso, etereo. Cineasta e filosofo alla costante ricerca dell’inafferrabile, astratto senso della vita, Malick in cinque film ha affrontato le problematiche esistenziali che affliggono l’uomo dalla notte dei tempi, unendo le istanze filosofiche a una ricerca estetica mirata a raggiungere la perfezione.

Fatte queste opportune premesse, è necessario valutare l’opera ultima di Malick come una sinfonia ininterrotta di immagini in movimento, anarchiche e indipendenti nel loro incedere. L’albero della vita, simboleggia la nascita, la crescita e il trapasso, universale e domestico. Malick, nel raccontarli, fa suo il dogma che regola i princìpi fondanti del mezzo cinematografico e cioè che un film, prima di tutto, è un racconto per mezzo delle immagini. In tutto ciò, non c’è autocelebrazione autoriale o tedio intellettuale ma solamente, parafrasando l’introduzione del film, la contemplazione della grazia e della natura o, in questo caso, della grazia propria della natura. Le immagini, straordinariamente evocative, si srotolano lungo il cordone ombelicale dell’opera passando dall’origine dell’universo alla nascita della vita. Douglas Trumbull, geniale responsabile degli effetti visivi del 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, restituisce con intensa maestosità visioni originarie e scorci di paradiso, innescando maremoti ed eruzioni vulcaniche come fossero rappresentazioni teatrali, licenziate dai più pigri come inserti della National Geographic. Nulla di più fuorviante: il lirismo di queste tavole pittoriche funge da preludio ideale per l’ingresso nella dimensione domestica di casa Pitt, dove come per l’universo, si avvicendano nascita, crescita e morte. Padre rigido e conservatore, Pitt assorge al ruolo di demiurgo per i tre figli facendo crescere in loro, soprattutto nel primogenito, il germe di una rabbia giovane destinata a generare smarrimento e incertezza nell’età adulta, rappresentata da uno Sean Penn mentalmente dislocato nel Grand Canyon della sofferenza. Una sofferenza dettata dalla perdita di un fratello più piccolo, un conflitto interiore mai risolto e il desiderio di pareggiare i conti con un padre da sempre odiato, ma anche una presa di coscienza e un atto di amore nei confronti della figura materna che, secondo i dettami della grazia, riconosce nell’improvvisa morte del figlio un ulteriore atto di fede nei confronti di Dio. Cinema mistico. Religioso. Poetico. Intessuto da un pantheon visivo che solo i visionari sono in grado di donare. Scorrono i titoli di coda e subito nello spettatore si fa strada un senso di straniamento. Cosa ha visto? Come tutte le opere d’arte, nel caso de “L’albero della vita” ci troviamo forse di fronte ad un progetto innovativo e spiazzante, che trova la sua unica ragion d’essere nella propria esistenza, lontano da una qualsiasi implicazione che non sia il cinema stesso. Gli audaci mormorii in sala, a luci accese, certificano questa sensazione condivisa e, dunque, anche lo status di capolavoro di questo film-mondo. Chapeau, Malick.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.