KEITH HARING. About Art a Milano

Fino al 18 giugno 2017 il Palazzo Reale di Milano ospiterà una grande retrospettiva dedicata al pittore e writer statunitense Keith Haring, nato nel 1958 e morto prematuramente nel 1990.

Creativo rappresentante della street art del Novecento e della controcultura socialmente e politicamente impegnata su temi importanti quali droga, razzismo, Aids, differenziazione delle minoranze e minaccia nucleare, è stato un artista molto prolifico e generoso e il suoi lavori sono diventati espressione di un linguaggio originale e inconfondibile.

Indimenticabili i suoi omini stilizzati, diventati vere e proprie icone che hanno segnato il mondo dell’arte del XX secolo.

Dipinti, disegni, murales, sculture d’acciaio, oggetti, insegne pubblicitarie, manifesti. Questa l’eredità lasciata da Keith Haring in appena dieci anni di attività e soli trentuno di vita.

Peculiarità principale della rassegna milanese, curata da Gianni Mercurio, è la ricostruzione genealogica dell’ispirazione di Haring ed il suo rapporto con la storia dell’arte: i lavori dell’artista sono stati associati e messi in dialogo diretto con le opere originali che l’hanno ispirato da elementi di archeologia classica ad oggetti precolombiani, dalle figure archetipiche delle religioni alle maschere del Pacifico e dalle creazioni dei nativi americani fino ai maestri del Novecento quali Pollock, Dubuffet, Klee.

Questa lettura retrospettiva dell’opera dell’artista americano fornisce così, una nuova interpretazione del suo operato, dallo stile unico e originale, basato su una vera e propria sintesi narrativa di archetipi. Secondo le parole del curatore della mostra

Nei suoi dipinti e nelle sue sculture troviamo frammenti di arte tribale e di cultura etnografica che interagiscono con un immaginario gotico e con l’universo del fumetto. Sperimenta inoltre l’impiego di Paintbox, un software che gli permette di creare immagini al computer.

La volontà degli organizzatori è di rendere “il senso profondo e la complessità̀ della sua ricerca, mettendo in luce il suo rapporto con la storia dell’arte” attraverso un dialogo per immagini fra le opere dell’artista e le sue fonti di ispirazione.

L’esposizione è suddivisa in 6 diverse sezioni: umanesimo; archetipi, miti e icone; immaginario fantastico; etnografismo; moderno postmoderno; performance.

«Una mostra che unisce iconografia e ricerca», ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno «… Inoltre, un percorso critico nuovo che per la prima volta accosta le rappresentazioni pittoriche, i graffiti e i video delle performance di Haring a opere che hanno rappresentato gli stimoli creativi del suo personale immaginario, provenienti dalla tradizione classica, tribale e pre-colombiana, passando dal Rinascimento per arrivare all’arte del ‘900».

Non è possibile, quindi, comprendere appieno dell’opera di Haring se non la si legge alla luce della storia delle arti che egli ha studiato, assimilato ed integrato esplicitamente nei suoi dipinti.

Il suo, però, non si può definire citazionismo o vera e propria appropriazione che, invece, caratterizzò la Pop Art, a cui spesso è paragonato il suo lavoro per l’immediatezza del linguaggio.

“Divoratore di immagini” per definizione, nei suoi segni e nelle sue forme è evidente quell’energia vitale che scaturisce dalla riattualizzazione delle tematiche dei grandi maestri rendendole parte dell’immaginario collettivo ed espressione dello “spirito del suo tempo”. Come i suoi famosi “radiants babies” – i bambini radianti – di cui afferma:

Quel che mi è sempre piaciuto dei bambini è la loro immaginazione: una combinazione di onestà e libertà che permette loro di esprimere qualsiasi cosa gli passi per la mente. E poi mi è sempre piaciuto il loro senso dell’umorismo. […] Sono sempre stato in grado di far sorridere qualsiasi bambino, probabilmente grazie alla mia faccia buffa, al fatto che sembrassi anch’io un bambino e mi comportassi come loro.

Il taglio curatoriale è ,quindi, basato sul concetto di unfinished, un non finito inteso come infinito, senza fine, un eterno ritorno dunque eterno e immortale. Come l’Unfinished Painting ultimo di cinque dipinti realizzato 1989, icona della mostra ed emblema dell’estetica di Haring che il percorso espositivo vuole mettere in evidenza.

Le opere non sono quasi mai titolate per lasciare quel senso di libertà di interpretazione. Fanno eccezione solo poche opere come la Walking in the Rain, 1989 realizzata subito dopo aver saputo di aver contratto il virus dell’AIDS. La drammatica notizia segna una cesura e un netto cambiamento nel suo lavoro a livello sia formale che cromatico e contenutistico. I segni e le figure dai contorni frastagliati si intrecciano facendo perdere l’immediatezza della loro leggibilità, l’uso del colore diventa massiccio quasi materico. Il contorno marcato e netto, il suo tratto distintivo e marchio della sua cifra stilistica, viene meno. La sua linea fino ad allora netta e mai incerta sparisce.

L’esposizione si conclude con la sezione dedicata ai Subway drawings e ai video che lo riprendono mentre dipinge in pubblico, nelle strade, nelle metropolitane e nelle piazze. Arte che si fa azione, come una sorta di performance continua. Una sperimentazione antropologica e filosofica che diventa altrettanto importante rispetto al dipinto finale.

La mostra Keith Haring. About Art cambia, dunque, la lettura tradizionale dell’operato dell’artista americano che dal punto di vista del linguaggio fu in grado di creare un immaginario simbolico unico e personale, ma al tempo stesso universale, per riscoprire l’arte come affermazione di una verità interiore che pone al centro l’uomo e la sua condizione sociale e individuale.

Autore: Veronica Volta.