La caduta degli Dei

Negli anni ’70, neanche il più visionario tra i bambini italiani, avrebbe potuto immaginare che i propri eroi, anzi super eroi, potessero manifestarsi sul grande schermo di un cinema. Neanche io quindi, che pure ad immaginazione stavo messo bene (nel 1979 ad esempio profetizzai l’avvento del porno in 3D). Invece, a dispetto di ogni previsione, con l’avvento degli effetti speciali digitali i super eroi della Marvel hanno finalmente preso vita. Senza questa mirabolante tecnologia non sarebbe stato possibile rendere la meraviglia e la spettacolarità delle loro gesta. Ad inaugurare, quella che sembra essere una interminabile serie, furono gli X Men nel 2000. Poi due anni dopo arriva Spider man e da quel momento il fenomeno esplode definitivamente.

La mitologia Marvel viene sviscerata film dopo film ed alla guida di queste mega produzioni troviamo degli importanti registi, per nulla imbarazzati nel cimentarsi con questi eroi erculei e colorati (certamente beniamini anche della loro adolescenza). Bryan Synger (1) per gli Xmen, Sam Raimi per i tre episodi dell’arrampica muri e addirittura Ang Lee per Hulk.  L’ultimo successo cinematografico Marvel era stato “Iron man” (due episodi). Le avventure dell’uomo di ferro sono state trasposte sullo schermo con la giusta dose di ironia. Operazione in parte riuscita, almeno nel primo dei due.

Da pochi giorni nelle sale di tutto il mondo arriva Thor, il biondo Dio del tuono, creato da Stan Lee e Jack Kirby (2) nei primi anni sessanta. A dirigere, quello che è già l’ennesimo blockbuster, niente di meno che Kenneth Branagh. Del talentuoso attore e regista di Belfast è giusto ricordare il suo straordinario esordio cinematografico da enfant prodige.

Quell’”Enrico V” (portato prima a teatro con enorme successo a 23 anni e pochi anni dopo al cinema) che gli valse un Oscar ma anche lusinghieri paragoni con Orson Welles e Laurence Olivier. Seguirà una carriera come regista ricca di alti e bassi, ma sempre di grande interesse, fino ad arrivare al figlio di Odino, la sua ultima impresa.

Il super eroe dal viso angelico e dal martello magico riveste un ruolo particolare all’interno dell’universo Marvel, intanto per la sua origine divina e poi per le trame e intrighi tutti interni alla propria famiglia. In particolare, il rapporto conflittuale con il padre, da cui, il suo esilio sulla terra, e con il fratellastro Loki, vestito di verde e malvagio all’ennesima potenza. Insomma, un fumetto dalle atmosfere shakespeariane che avranno stimolato la fantasia di Branagh e la sua barocca, e per alcuni, megalomane idea di cinema.

Su questi presupposti mi reco al cinema per vedere Thor. Cerco di evitare come la peste (3) le proiezioni in 3D, ma, non ci riesco. Quindi, inforco gli odiosi occhialoni e guardo il film. Dopo quasi due ore dei soliti frastornanti effetti sonori e speciali, sopraggiunge l’altrettanto consueto senso di vuoto ed amarezza. Sembrerebbe che i veri nemici dei Super eroi Marvel non siano i vari Dott. Octopus, Magneto o, in questo caso, i Giganti di ghiaccio, ma, i registi. Sono loro quelli da “abbattere”. E i Super eroi, puntualmente, film dopo film, li fanno saltare come birilli senza difesa, utilizzando come armi, non ragnatele e martelli, ma la loro invincibile bidimensionalità.

Nulla può Branagh e i suoi eminenti colleghi che lo hanno preceduto (salvo rarissime eccezioni) contro la piattezza ed elementarità dei personaggi e delle trame Marvel. Ogni sforzo di dare profondità ai personaggi o nuove chiavi interpretative alle loro saghe, alla fine, soccombe alla fondamentale banalità del Super eroe, che invece, sulla carta, riserva a volte migliori sorprese. In Thor, il pur sontuoso baraccone degli effetti digitali, ai quali siamo ormai assuefatti, riserva pochi momenti di meraviglia, nonostante la egregia ricostruzione virtuale di “Asgard”, la città degli Dei. Elemento inedito rispetto agli altri film del genere.

L’amore tra Thor e la ragazza terrestre, i continui sbalzi dell’eroe tra il suo mondo ed il nostro e l’ipertrofia digitale nella ricostruzione ambientale ci fanno pensare più ad “Avatar” di Cameron che ai precedenti film di Super eroi. Questa, forse, l’unica novità del film di Branagh. Sono certo, una idea progettata e non casuale. Per il resto il copione si ripete. Cast stellari, i mostri che parlano tutti con lo stesso tono di voce di film in film, innamoramenti, esplosioni e combattimenti vari che sembrano anch’essi clonati.

Ma, la vertigine per quelli della mia generazione, di vedere i super eroi della propria infanzia prendere vita è irresistibile. Non fosse altro per scoprire come hanno realizzato il costume e gli accessori dell’eroe. Per cui, la prossima volta, magari con “Capitan America” (sta per uscire) o mi guardo solo il trailer oppure vado al cinema, guardo il vestito, lo scudo, e poi mi imbuco in un’altra saletta a vedere il nuovo film di Malick.

 

(1) Alcuni anni dopo Synger si cimenterà con il mito di Superman, questa volta della DC Comics, nell’interessante “Superman returns”.

(2) La coppia, rispettivamente autore ed illustratore, ha creato l’universo Marvel in una esplosione di idee e disegni che non ha pari nella storia del fumetto.

(3) Come si evince dal cartello posto all’ingresso del cinema gli occhiali sono sterilizzati per evitare di prendersi AIDS ed Epatiti. Quindi quando dico “peste” è molto più che una semplice battuta. 

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