La Cina di Mao secondo Jung Chang

 

Dopo il grande successo del romanzo “Cigni Selvatici”, la scrittrice cinese Jung Chang ha ripreso il tema della Cina maoista con un saggio storico, scritto insieme al marito Jon Halliday, dal titolo “Mao. La storia sconosciuta”. In “Cigni selvatici” Jung Chang aveva raccontato la dolorosa storia della sua famiglia e dell’intero popolo cinese sotto la dominazione maoista. Aveva scritto questo libro spinta da una coscienza ridestata dall’imprevisto incontro con l’Occidente e dall’esperienza – ancora oggi pressoché sconosciuta ai cinesi – della libertà individuale.

Se poi l’autrice si è fatta carico anche dell’arduo compito di addentrarsi in una ricerca storica che avrebbe scoraggiato chiunque per l’imponenza del lavoro, è perché evidentemente si è resa conto di quanto poco in Occidente si conoscesse del contesto all’interno del quale le vicende descritte nel romanzo si svolgevano, quanto poco cioè si sapesse di Mao Tse-tung e della natura diabolica del suo potere. Secondo Jung Chang e Jon Halliday, Mao per quasi trent’anni «esercitò il potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale e si rese responsabile della morte di oltre settanta milioni di persone, più di qualsiasi altro leader del XX secolo». Il paragone è evidentemente con Hitler e Stalin.

Il principio marxista dell’abolizione della proprietà privata, nel comunismo cinese diventa la pura espropriazione di ogni bene personale per riportarlo nella esclusiva disponibilità dello Stato, anzi di Mao stesso. L’uomo era privato di ogni cosa, a cominciare dal suo lavoro. Sotto il potere di Mao, la popolazione cinese – circa un miliardo di persone – ha vissuto in condizioni di totale schiavitù, costretta a lavorare dal sorgere del sole al tramonto e spesso anche di più, senza che potesse disporre dei frutti del suo lavoro né del necessario per vivere. Secondo Jung Chang e Jon Halliday, soltanto nel 1960 «ventidue milioni di persone morirono di fame, il numero più alto mai registrato in un solo anno nello stesso Stato in tutta la storia mondiale».

Con la forza del terrore imposto da un capillare e spietato controllo poliziesco, l’intera produzione agricola era regolarmente requisita ai contadini per essere venduta all’estero e particolarmente all’Unione Sovietica. Non fa testo la produzione industriale, di qualità così scarsa da essere invendibile.

Ma cosa spingeva Mao Tse-tung a mettere in atto un sistema repressivo senza precedenti nella storia dell’umanità? Si potrebbe pensare che l’obiettivo era quello della conquista e del dominio della Cina. Ma non è così. Per rispondere a questa domanda bisogna conoscere qualcosa dell’ideologia comunista che ha come vero obiettivo il superamento della realtà degli stati nazionali. È l’idea dell’internazionalismo marxista. Conquistare il potere, per un comunista, non significa prendere il controllo di un paese, ma assumere il controllo dell’intero movimento rivoluzionario comunista. Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, questo potere fu saldamente nelle mani di Stalin. Finché si trattò di prendere il potere in Cina, a Mao Tse-tung l’egemonia sovietica stava bene e se ne servì ampiamente; mai avrebbe conquistato ciò che era stato il Celeste Impero senza il sostegno dell’Armata Rossa. Ma una volta soggiogata l’intera Cina, volle far valere i suoi “diritti” di comunista. In questo Mao ebbe una certa fortuna, come ne aveva avuta del resto per tutta la vita – mai un uomo politico è stato favorito dalle circostanze storiche più di lui. In sostanza, i “diritti” gli sarebbero derivati, secondo lui, dal fatto di avere un miliardo di proletari sotto i suoi piedi. L’internazionale comunista, perciò, avrebbe dovuto riconoscere in lui la guida suprema.

Finché fu vivo Stalin a Mao non fu concesso nemmeno di entrare a far parte dell’Internazionale comunista. Il despota sovietico gli fece capire che la sua area di influenza non poteva andare oltre il continente asiatico e che questo gli poteva bastare. Ma Mao Tse-tung era un furbo; sapeva bene come piegare le cose a suo vantaggio – questo era principalmente il suo genio – e sapeva fare di necessità virtù. Fece presente a Stalin la necessità di ottenere il supporto sovietico per tenere a bada il popoloso continente asiatico che gli aveva affidato. Mao aveva in mente un piano diabolico. Cominciò a istigare Kim Il-sung perché la Corea del Nord invadesse la Corea del Sud. L’obiettivo era quello di provocare gli Stati Uniti perché intervenissero militarmente. Cosa che puntualmente avvenne dopo che nel giugno del 1950 Kim Il-sung varcò il 38° parallelo. La sproporzione delle forze in campo mise Stalin con le spalle al muro: bisognava necessariamente intervenire. E fu a questo punto che Mao si fece avanti proponendo all’Unione Sovietica di impegnare l’esercito cinese se l’URSS lo avesse adeguatamente rifornito di armi. A Stalin non sembrò vero di sostenere un conflitto di quella portata senza impegnare truppe sovietiche, anche perché Mao – la sua astuzia non aveva limiti – gli fece capire che i cinesi avrebbero pagato regolarmente le forniture militari e gli impianti per la produzione di armi che l’URSS avrebbe insediato in territorio cinese.

Il pagamento sarebbe avvenuto in forma di “armi in cambio di cibo”, proprio ciò di cui in quel momento aveva maggiormente bisogno l’affamata Unione Sovietica. Per Mao non c’era alcun problema a procurarsi le eccedenze alimentari da inviare un URSS. Sarebbe stato sufficiente ridurre le razioni di cibo dei cinesi. Disse Mao: «Educate i contadini a mangiare di meno e a cuocere zuppe meno dense». Si può immaginare cosa si intendesse con l’espressione “educate i contadini”. Scrivono Jung Chang e Jon Halliday: «Mao era intenzionato a sfruttare ancor più i contadini. A loro “servono solo centoquaranta chilogrammi di cereali e a certi ne bastano centodieci”, dichiarava. La seconda cifra corrispondeva sì e no alla metà del quantitativo indispensabile alla mera sopravvivenza».

Questo obiettivo appariva dunque facilmente raggiungibile, altrettanto semplice era poi l’altro: ottenere dall’URSS armi, fabbriche di armi e consiglieri militari. Ma c’era un altro tassello da aggiungere al misterioso mosaico che Mao voleva comporre. Soltanto due giorni dopo l’inizio delle ostilità, il presidente USA Truman dichiarò che avrebbe inviato truppe americane a difesa della Corea del Sud. Per Jung Chang e Jon Halliday «Mao era persuaso che gli USA non lo avrebbero sconfitto, dal momento che disponeva di una risorsa fondamentale: milioni di cinesi da sacrificare, di alcuni dei quali non vedeva l’ora di liberarsi. La guerra rappresentava un’occasione unica per consegnare alla morte i soldati che avevano fatto parte dell’esercito nazionalista, uomini che si erano arresi in massa nelle ultime fasi della guerra civile e che, per volontà di Mao, furono inviati in Corea dove avrebbero rappresentato il grosso delle sue forze». Disporre di carne da cannone è la migliore arma di cui un esercito possa disporre. Nonostante le perdite umane subite, le truppe cinesi fecero arretrare gli americani di duecento chilometri in poche settimane.

Truman dichiarò lo stato di emergenza nazionale, richiamando il popolo americano al grave pericolo che incombeva sulla Nazione e sulle “nostre case”. La tensione rimase alta per tutta la durata del conflitto finché nel febbraio del 1953, Eisenhower, nuovo presidente americano, nel corso del discorso sullo stato dell’Unione, affermò che per porre fine al conflitto, era determinato a sganciare la bomba atomica sulla Cina. In una successiva conferenza stampa il presidente degli Stati Uniti, in maniera del tutto irresponsabile, si lasciò andare a espressioni ancor più incredibili, con le quali dichiarava di non capire per quale motivo non si dovessero usare le bombe atomiche «alla stregua di una pallottola o di qualsiasi altra arma». Scrivono Jung Chang e Jon Halliday: «La minaccia era musica per le orecchie di Mao, il quale aveva la scusa per chiedere a Stalin ciò che più desiderava: le armi nucleari. […] A seguito delle considerazioni di Eisenhower sulla possibilità di ricorrere alla bomba, Mao inviò a Mosca il più illustre dei suoi scienziati nucleari, Qian San-qiang. Il suo messaggio si poteva sintetizzare così: dammi la bomba e non sarai trascinato in una guerra nucleare con gli USA». Stalin non voleva che Mao entrasse in possesso della bomba atomica. Ma Stalin, il mese successivo, morì. E a questo proposito i suddetti autori arrivano a insinuare che «Mao può aver contribuito in qualche misura all’infarto di Stalin».

Alla guida del Partito comunista sovietico succederà Nikita ChrušÄÑ‘v, al quale nella sua semplicità contadina sembrò un affare offrire a Mao la bomba atomica, in cambio dei prodotti agricoli con cui la Cina si impegnava a rifornire il famelico impero sovietico. Jung Chang e Jon Halliday scrivono che nel dicembre del 1955 giunse la notizia che i sovietici «si impegnavano a prestare il loro aiuto per installare in Cina tutto il processo dell’industria nucleare». Mao aveva composto così il suo misterioso mosaico.

ChrušÄÑ‘v non aveva idea di quanto fosse pericoloso il fatto che Mao disponesse di armi nucleari. Perché lo scopo del leader cinese non era quello di disporre della bomba come deterrente, come è stato per americani e sovietici. Il suo obiettivo era quello di usare davvero la bomba atomica. Nel libro “Mao, la storia sconosciuta”, gli autori raccolgono la confidenza di Piero Ingrao presente nel 1957 a Mosca ai festeggiamenti per i quarant’anni della rivoluzione bolscevica. Invitato a pronunciare pubblicamente un proprio testo scritto, come avevano fatto tutti gli altri relatori, Mao protestò: «Non ho un testo. Voglio poter essere libero di parlare a mio piacimento». Secondo Igrao, le parole del leader cinese lasciarono il pubblico scioccato e sconvolto. Disse Mao: «Pensiamo semplicemente a quante persone morirebbero se scoppiasse la guerra. Al mondo ci sono due miliardi e settecentomila persone. Se ne potrebbe perdere un terzo o un po’ di più, magari la metà. […] Prendiamo il caso estremo, ne muore la metà e l’altra metà sopravvive; l’imperialismo, però, sarebbe raso al suolo e tutto il mondo diventerebbe socialista».

Commentano Jung Chang e Jon Halliday: «Mao dava l’impressione non solo di non essere preoccupato per lo scoppio della guerra nucleare, ma di giudicarla favorevolmente». Come se non bastasse, il soggiorno moscovita mise in testa a Mao Tse-tung un altro diabolico piano: ottenere dall’URSS dei sottomarini nucleari. Mao dislocherà alcuni di questi nell’isola albanese di Saseno, nel punto più vicino alle coste italiane, accarezzando l’idea apocalittica che un giorno, a partire da quel punto vicino alla Puglia, tutto il mondo che chiamava “l’imperialismo” sarebbe stato raso al suolo.

Author

La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.