La lampadina

 

Nel 1956, in una nota che accompagna la prima pubblicazione di Lolita, Vladimir Nabokov ricorda di aver scritto un racconto, quasi vent’anni prima, dal titolo L’incantatore. Lo stesso autore lo definisce un pre-Lolita. Ma, questo germoglio, non lo convince affatto. Nabokov distrugge il racconto. Almeno, crede di averlo fatto. Pochi anni dopo, lo scrittore ritrova una copia di quel racconto e decide di renderlo pubblico. La breve opera è pubblicata da Adelphi.

Vi consiglio di leggere la crudele storia di questo orco pre-Humbert che vuole possedere una bambina e pur di raggiungere il suo obiettivo, ricama un piano subdolo. Una favola tenebrosa sulla sessualità e la follia, apertamente dichiarata dallo stesso protagonista del racconto, quando si paragona ad un lupo, pronto a travestirsi da nonna. Come in Cappuccetto rosso, anche lui farà più o meno la stessa fine dello smanioso animale.

Tra L’incantatore del 1939 e Lolita del 1955 vi è una distanza enorme in termini di complessità e qualità, a discapito ovviamente del primo. Eppure, sono legati intrinsecamente. La più nobile opera,  tra le due, non avrebbe potuto esistere ed imporsi, se non fosse stata preceduta dalla prima. Ed è proprio la disparità tra i due testi che mi induce ad una riflessione che parte dallo scrittore russo e diventa universale. Una riflessione sulle idee.

Si dice siano la cosa più rara e preziosa, ed è vero. Avere un’idea è un miracolo. Ma, allo stesso tempo, siamo circondati da persone che ne hanno tante e le realizzano, senza verificarne la qualità e l’effetto. Siamo bersagliati da idee che deflagrano come bombe ed ogni scheggia ferisce ed ottenebra la nostra percezione delle cose e della vita.

Dovremmo, come Nabokov, imparare a distruggere le nostre idee quando si palesano e ci emozionano. Interpretarle come semi, che hanno bisogno di una gestazione per diventare forti e importanti. Creare una distanza tra il loro apparire e la loro realizzazione. Verificarle con senso di responsabilità e soprattutto lavoro. Imparare a confrontarle con gli altri, perché saranno inevitabilmente gli altri a goderne o a subirne negative conseguenze.

E’ necessario tanto lavoro per dare corpo e forma ad un pensiero. Se è il caso, trovare il coraggio di fare un passo indietro ed accantonare la nostra intuizione, invece di dilatarla, in modo acritico ed autoreferenziale. Non ci sono scorciatoie, anche se sono le più frequentate.

Le idee sono le fondamenta della nostra realtà e se non si misurano con la dovuta cautela è inevitabile che tutto crolli. Ogni singola idea è un potenziale brevetto per creare un mondo migliore. Ma l’ufficio certificati del nostro sistema culturale e sociale è spesso aberrante.

Quando si accende la fatidica luce di quella lampadina, che spesso viene utilizzata per rappresentare la nascita di un’idea, bisognerebbe capire che è il momento di staccare la corrente. Restare al buio e riflettere. Innamorarsi delle proprie idee è assolutamente umano ma può generare disumanità. Materializzare le proprie folgorazioni senza la dovuta consapevolezza, è il peggior servizio che si possa rendere a se stessi ed agli altri.

Parafrasando Nabokov, è necessario attendere che ad un’idea crescano, in segreto, gli artigli e le ali di un romanzo. Se non fosse stato cosi’, non avrebbe mai potuto scrivere un capolavoro come Lolita dopo L’incantatore.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.