La libertà di Benedetto

 

Non è facile commentare la notizia delle dimissioni del Papa. Per la scarsità delle informazioni disponibili e, soprattutto, per l’eccezionalità di una decisione che crea uno scenario assolutamente inedito, rispetto al quale non è possibile prevedere gli sviluppi.

Qualcuno oggi può dire di averlo previsto. E in effetti, voci su un’eventualità del genere erano circolate, particolarmente nello scorso anno; voci raccolte e pubblicate da Antonio Socci e da Giuliano Ferrara. Ma alle quali pochi avevano creduto, non perché non fossero attendibili i due citati giornalisti, ma per l’enormità stessa della notizia. Altre voci erano circolate, ovviamente, in ambiente ecclesiastico da parte di alcuni vescovi, come mons. Bettazzi o l’arcivescovo di Palermo mons. Romeo. Ma questo sembra un esercizio inutile, soprattutto alla luce di quanto ci ricorda Manzoni: «come dice un antico proverbio, del senno di poi ne son piene le fosse».

Qualcuno ha voluto vedere un segno premonitore nel gesto del 2009 di poggiare il pallio sui resti mortali di Celestino V, l’altro papa che fece “il gran rifiuto”, come dice Dante. Non bisogna nemmeno trascurare il film di Nanni Moretti “Habemus Papam” uscito nel 2011. Non tanto per il film in sé, quanto per la positiva accoglienza riservata dagli ambienti vaticani. Un modo per dire che l’eventualità, prevista da Moretti, di un papa che si dimette non era proprio una circostanza da escludere. Ma anche queste non sono, in fondo, che supposizioni.

È certo comunque che, prima o poi, la questione delle dimissioni, o – per usare un’espressione più corretta – della rinuncia al ministero petrino, si sarebbe inevitabilmente posta. È ormai una norma del diritto canonico che i vescovi, al compimento del 75° anno di vita, debbano presentare al papa una lettera di dimissioni. Una formalità con la quale il vescovo viene collocato a riposo. Va in pensione, insomma. Questa norma pone immancabilmente il problema delle dimissioni del papa. Per quanto strano possa sembrare, infatti, anche il papa non è altro che un semplice vescovo. E la sua maggiore autorità non gli deriva da uno status superiore rispetto a quello degli altri “confratelli dell’episcopato” – appunto, confratelli cioè pari – ma semplicemente dal fatto di occupare la cattedra di Roma, la sede di Pietro, il principe degli apostoli. Anche per il papa, dunque, si porrebbe la questione dell’“età pensionabile”. E credo che dietro la decisione di Benedetto XVI ci fosse, tra le altre cose, anche il problema di affrontare questo nodo. Che non poteva porsi, ovviamente, a tempo debito, dal momento che egli aveva avuto accesso al soglio pontificio dopo aver abbondantemente superato l’età canonica dei 75 anni, per cui probabilmente ha dovuto attendere che trascorresse almeno un congruo numero di anni.

Ma, ovviamente, a spingerlo verso la clamorosa decisione della rinuncia al ministero petrino non può esserci stato soltanto questa banale motivazione. Ci saranno sicuramente altre motivazioni. Ma si tratta di cause che al momento attuale non sono note. Se non per quella allusione che Benedetto XVI ha fatto al peso degli anni: «sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Non manca chi trova anche questa una motivazione insufficiente. Ma bisogna dire che il papa, nonostante il suo curriculum di illustre teologo e di uomo di Chiesa, è una persona molto semplice e che basa la sua vita sulle stesse elementari considerazioni che fanno tutti gli uomini: l’età, la salute, la tranquillità, il fatto di non voler essere di peso agli altri e, al di sopra di tutto, la sua libertà personale.

Benedetto XVI ha mostrato di essere un uomo che non vuole sottrarsi alle sue responsabilità, ma anche di essere un uomo comune; di essere un uomo che tiene principalmente alla sua libertà, cui non intende rinunciare, nemmeno in nome di quella “gravità del momento presente” che in tanti uomini di potere rischia di diventare poi l’alibi per non mollare la poltrona. Joseph Ratzinger – credo che rinuncerà anche al nome di Benedetto XVI – ha voluto affermare il primato della libertà personale su ogni altra cosa, anche sul fatto di essere stato eletto papa. Ci ha voluto dire, insomma, che essere un uomo libero è anche meglio di essere papa. E che non si può essere pienamente cristiani senza essere nello stesso tempo pienamente liberi.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.