La lunga estate degli Afterhours. Intervista a Manuel Agnelli

 

Immersi nel lavoro di studio per la composizione del nuovo album, gli Afterhours, nei giorni scorsi, hanno annunciato a sorpresa un tour europeo, con cinque date, a giugno e, a seguire, un tour estivo in Italia che si preannuncia molto lungo. La band di Manuel Agnelli suonerà il 6 giugno a Berlino (Magnet club), l’8 ad Amsterdam (Paradiso), il giorno dopo a Bruxelles (VK), il 10 a Lussemburgo (Panoplie Italian Nights, Exit 07) e il 14 giugno a Londra (Garage).
Il tour italiano, di cui si conoscono soltanto le prime date, prenderà invece il via il 24 giugno da Savignano sul Rubicone (Il Rock è Tratto), per poi toccare Napoli il 2 luglio (Acciaieria sonora); Bari il 3 luglio(Fiera del Levante); Roma il 6 luglio (Rock in Roma); Milano il 9 luglio (Arena civica, con guests) e Poppi (AR) il 30 luglio (Casentino Love Affair).
Sarà un’altra estate calda, quindi, per la band milanese, intanto abbiamo avuto l’opportunità di fare quattro chiacchiere con Manuel Agnelli, per parlare dei live imminenti e per cercare di avere, per quanto possibile, anche qualche anticipazione sul prossimo disco. E con una grande personalità culturale, musicale e intellettuale come quella di Agnelli, la conversazione non poteva fermarsi soltanto a questo.
Afterhours in tour a sorpresa con cinque date in Europa. Dopo la Cina lo scorso anno, il nord-America tre anni fa e gli svariati tour negli Stati Uniti, si ritorna a suonare all’estero. Una ulteriore riprova che la tua band è di caratura internazionale non nelle ambizioni ma nei fatti, con tanto di riconoscimento del pubblico mondiale. 
M.A. Gli After hanno sempre avuto una tendenza non prettamente nazionale. Siamo stati influenzati dalla musica anglosassone e per questo abbiamo un carattere più facilmente internazionale. Pensiamo anche, però, che da quando invece ci siamo caratterizzati con la nostra italianità, cantando in italiano e raccontando cose di terra nostra, questo carattere internazionale è anche aumentato, perché ci rende diversi da un gruppo rock americano o inglese, stimolando la curiosità di un ascoltatore straniero. L’esperienza degli innumerevoli tour e delle collaborazioni che abbiamo avuto con musicisti di un certo calibro all’estero, poi, ci ha sicuramente dato la sicurezza dei nostri mezzi per poter vivere questi momenti in pieno, senza nessun tipo di tensione negativa. 
Questo tour europeo è il preludio anche a delle date estive italiane, il contatto coi fan, l’energia live sono necessarie per una band come la tua, magari anche per poi tornare in studio con maggiore “passionalità”…
M.A. Sì, è una cosa un po’ strana, non riusciamo a star lontani dal live, sul quale abbiamo davvero costruito la nostra storia. Questo, per noi, rimane davvero il mezzo migliore, senza filtri, per rapportarsi alla gente: sei tu e loro e basta, non ci sono giornali, giornalisti, televisioni o dischi. Esibirsi davanti a un pubblico è la cosa davvero più potente che possa capitare a un musicista e noi facciamo veramente molta fatica a farne a meno. E’ vero anche che in questo periodo avremmo fatto un tour più breve, un po’ come quello dell’anno scorso – visto che siamo galvanizzati da ciò che sta venendo fuori in studio e vogliamo concentrarci sul disco nuovo, per farlo uscire al massimo e presto – però non è sempre facile organizzarsi i tour “su misura”: quando parti devi anche sapere che, al nostro livello, c’è un’intera macchina attorno a noi – spese e investimenti in ballo e persone che lavorano – e quando la metti in moto non puoi più permetterti di fare solo cinque date, devi organizzare delle cose più strutturate; magari avremmo voluto farne anche sette, otto, dieci, ma in realtà penso che finiremo col farne almeno il doppio.
Oltre alle date, il sito ora parla anche di un nascente fan-club, “I’m with the band”. Un’ulteriore possibilità di condivisione e contatto con fan e pubblico…
M.A. E’ un’idea che abbiamo avuto perché su di noi circolano un sacco di leggende, non tutte positive (ride, ndr), e crediamo di aver curato sempre molto poco sia le voci che le cose che girano attorno a noi; non ci interessava farlo – visto che era anche giusto che le voci circolassero in libertà – però ci siamo anche resi conto che c’è un sacco di gente che non ha nessun diritto di raccontare fatti e storie su di noi e che lo sta facendo male e quindi – pur non volendo mettere paletti a nessuno – vogliamo raccontare le cose dal nostro punto di vista. Ci sembra giusto farlo, oltre che un nostro diritto. Organizzeremo un sacco di iniziative per incontrare chi ci segue in maniera non formale e mirate ad avere un rapporto sempre meno virtuale, e quindi straniante, con il pubblico. Diventa molto difficile farlo in maniera istintiva e naturale adesso, perché le persone che ci seguono sono tantissime, noi siamo sempre in giro e indaffarati e, tra l’altro, abbiamo anche le nostre famiglie, alle quali vogliamo dare tutto il tempo libero che abbiamo. Regolamentare gli incontri in questo modo, però, è la maniera meno artificiale per stabilire un contatto diretto coi fan, perché saremo noi a decidere come farlo, sarà sicuramente migliore della finta spontaneità che c’è in situazioni di tensione, come dopo un concerto, in mezzo a centinaia di persone che richiedono attenzione e nelle quali tu non riesci ad essere del tutto te stesso, dando luogo ad un rapporto falso e insoddisfacente da entrambe le parti. Crediamo, insomma, che questo sia l’unico modo per avere un rapporto, magari limitato, ma vero con il nostro pubblico. 
Nel frattempo si lavora al nuovo album; non è dato sapere molto ma qualche piccola anticipazione puoi farla?
M.A. Ti dirò poco perché l’album è tutt’altro che finito e sarebbe inutile parlarne in modo approfondito per poi vedere le cose cambiare radicalmente, anche perché spesso poi finiscono col circolare, in modo incontrollato e senza contraddittorio e soprattutto in rete, notizie date per vere che influenzano la gente e gli ascoltatori. E’ inutile, quindi, che ti parli esteticamente di questo disco. Sicuramente stiamo tentando una direzione diversa rispetto a tutti quelli che abbiamo fatto finora, abbastanza estremo dal punto di vista sonoro, questo mi sento di potertelo dire con certezza, e che parlerà tanto di sociale, cioè di quello che ci succede intorno in questo momento, soprattutto nel nostro Paese. Quest’ultima è una direzione che non solo ci interessa e ci sta a cuore personalmente, ma che ci sembra ci dia un ruolo, come musicisti, diverso da quello di chi si alza la mattina e vuole creare versi immortali e melodie eterne. Non ci è mai interessato questo tipo di figura. Pensiamo, invece, di poter fare dell’informazione, ma ovviamente diversa da quella dei media, che raccontano fatti ed eventi più o meno credibili e più o meno veri. Noi possiamo informare raccontando le sensazioni e le esperienze che la gente prova, perché le vediamo intorno a noi. Questo gli organi di informazione non lo fanno, ma è un corto-circuito a cui spesso danno luogo i musicisti.
Non a caso avete aderito a “Milano libera tutti” (iniziativa nata per sottolineare e promuovere l’importanza del voto presso i giovani, ndr), a breve a “Costruire con la musica” (prima raccolta italiana di strumenti per le scuole di musica in Medio Oriente e Africa, ndr) e il tour italiano supporta lo Human right tour di Amnesty International. Un’applicazione concreta del vostro concetto di “adesso fa’ qualcosa che serva” (“Il paese è reale”, cfr): la musica non deve mai dimenticare il suo valore civile-sociale e l’artista il valore, anche educativo, che la sua immagine può avere?

 

M.A. L’abbiamo sempre fatto, ma è chiaro che quando hai piccoli mezzi e scarsa visibilità i risultati sono altrettanto piccoli e balzano meno all’occhio; adesso che invece abbiamo maggiore visibilità, quello che facciamo si vede. Ora abbiamo la possibilità di farlo con più efficacia, ci sembra di avere un senso più adulto ma non facciamo nulla di speciale, supportiamo iniziative in cui abbiamo sempre creduto perché crediamo di poter essere utili allo scopo che si prefiggono, o anche semplicemente di portargli fortuna. A “Milano libera tutti”, ad esempio, (sorride, ndr) pensiamo di aver portato fortuna, ne parlavo con Max Casacci (chitarrista dei Subsonica, ndr), e lui mi aveva detto che a Torino un concerto del genere ne aveva portata molta e che quindi era contento di essere a Milano per lo stesso scopo. Speriamo di portarne sempre più, ma mi sembra che le cose siano andate già molto bene e vedo che ormai dappertutto c’è una tendenza al cambiamento. Noi non siamo dei politici, non siamo dei tecnici e non vogliamo fare i ciarlatani, quindi non vogliamo parlare direttamente di politica e di partitica, però siamo dei cittadini come tutti ed abbiamo il diritto di dire quello che pensiamo, anzi, essendo su un palco come musicisti, questo diventa un dovere. In tutto il mondo il musicista è un intellettuale o è considerato tale, solo in Italia è ritenuto un saltimbanco. A questo tipo di visione ci ribelliamo sempre, ma non per fare gli intellettuali, bensì per essere cittadini, e vogliamo sfruttare il “megafono” Afterhours per dire quello che pensiamo.
Una curiosità di tutti: dopo il ritorno Xabier Iriondo sul palco con gli Afterhours nella tournée della scorsa estate, c’è un seguito?
M.A. Non abbiamo mai fatto proclami quando lui è andato via né quando è tornato a collaborare con noi, perché non sembrava giusto, né a noi né a lui, farne un manifesto. Xabier è tornato a collaborare con gli Afterhours, attivamente, ma questo non vuol dire che lui debba restare chiuso in un progetto o debba esserci ufficialmente, piuttosto che abbia preso un impegno o abbia firmato un contratto. Stiamo facendo delle cose bellissime soprattutto a livello personale, ci sentiamo come non ci siamo mai sentiti, neanche dieci anni fa, e questa è una cosa molto bella che pochi hanno la fortuna di vivere. Ci siamo ritrovati come persone e come musicisti e stiamo collaborando non solo per gli Afterhours, ma anche per il progetto di Damo Suzuki, per dei reading e per degli eventi a teatro. Per cui mi sento di dire con sicurezza che lui continuerà a collaborare con noi per il prossimo futuro, ma non ci sono manifesti, accordi o contratti di mezzo. Xabier non è tornato nel gruppo, è tornato come persona e come amico, il gruppo è solo una conseguenza di tutto questo. 
In ultimo, vista la tua attenzione a fenomeni e realtà musicali emergenti o underground: stai avendo modo di ascoltare musica nuova, adocchiare artisti interessanti?
M.A. In realtà sì, anche se mi dimentico sempre di prendere questi piccoli appunti che in occasioni come queste mi aiuterebbero a ricordare dei nomi. Ti dico paradossalmente un nome che non è una novità: il “Circo fantasma”. Loro sono un progetto vecchio di diversi anni ma hanno fatto un disco, che non so nemmeno se è uscito – visto che io ho ascoltato il demotape e so che per loro non è facile pubblicare le cose – al quale ha collaborato Nikki Sudden, cantautore che ormai non c’è più. Si tratta di un lavoro straordinario, nel quale rileggono alcuni classici del rock americano e non solo dei primi anni ’80 e propongono alcune canzoni loro veramente notevoli. Loro sono la cosa che mi ha colpito di più negli ultimi mesi, ma ci sono diversi gruppi che ascolto e che mi colpiscono. Devo organizzarmi di più per riuscire a citarli nelle interviste però, perché al momento poi mi capita di non ricordarne i nomi.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.