La morte ingiusta

 

Ero al Ginnasio. Spogliatoio della palestra. Come sempre mi ero sottratto all’ora di ginnastica. La ragazza irruppe piangendo ed urlò “hanno ucciso a John Lennon” e poi scomparve con la stessa velocità. Avevano sparato ad un mito, che tra le altre cose si era prodigato molto, forse troppo, per la pace e l’amore. “The dream is over”.

Al di là della sorpresa e del dispiacere, realizzai, con una punta di cinismo, che da un punto di vista strettamente artistico questa perdita non avrebbe sottratto molto ai miei ascolti. Lennon ormai aveva fatto tutto il meglio che poteva e nella migliore delle ipotesi avrebbe potuto regalarci una manciata di discrete canzoni. Nulla di più. Inutile farsi illusioni, il percorso del geniale autore si era compiuto. Il lutto ricadeva tutto sulla famiglia e sui milioni di fans ma non sulle pagine della musica pop futura.

La dipartita di un artista è particolarmente ingiusta. Contrariamente a quella degli altri non è dolorosa solo per un numero più o meno ristretto di persone, ma per tutti. E’ il mondo a perdere qualcosa di prezioso. E fin qui, ho scoperto poco meno dell’acqua calda. Per scoprire invece l’acqua calda devo considerare che la morte è ancor più ingiusta quando coglie l’artista prima che sia sopraggiunto l’isterilimento espressivo. In caso contrario, come nel caso di Lennon, l’immortalità è comunque assicurata dai fasti dei suoi primi dischi da solista, per non parlare dei Beatles. Scusate se è poco.

La morte di Lucio Battisti, ad esempio, ha lasciato squarci di amarezza profonda e di ragionevoli, quanto irrisolte aspettative. Dopo lo svigorito Hegel, con la E, cosa sarebbe accaduto? Battisti è stato forse l’unico autore nella storia della musica pop mondiale a sapersi reinventare con un’audacia ed ispirazione illuminante. Da alcune indiscrezioni trapelate (tutto il mondo di Battisti è una indiscrezione) sembra che il cantante si preparasse ad abbandonare il glaciale romanticismo del periodo Panella a favore di qualcosa che non ci è dato sapere. La sua morte ci ha resi orfani del domani.

Un’altra morte “ingiusta” è stata quella di Roberto Raviola, in arte Magnus. Italiano come Battisti ma di professione fumettista. Anche l’autore bolognese ci ha lasciati con il rimpianto di troppe storie che non vedranno mai la luce e che nulla faceva supporre non sarebbero state eccezionali.

I due artisti hanno molto in comune, oltre la data di morte, molto prossima l’una all’altra, come peraltro quella di nascita. Entrambi sono riusciti nella ardua impresa di coniugare la cultura alta a quella più popolare e a diffondere trasversalmente il loro virtuoso talento. Sono diventati, rispettivamente nei loro ambiti artistici, degli autentici eroi popolari e la loro opera è diventata patrimonio nazionale con una diffusione capillare paragonabile al flusso sanguigno. Nell’apparato circolatorio di ogni italiano scorrono le note e la voce di Battisti e i disegni di Magnus. Fanno parte di noi, senza bisogno di alcuna intermediazione o sovrastruttura culturale nonostante siano estremamente sofisticati. La loro opera ha contribuito a costruire l’identità culturale del nostro Bel Paese.

Accomunati da una cura maniacale per ogni dettaglio, i due hanno assimilato la lezione delle proprie fonti di ispirazione ed hanno creato un universo innovativo e personale. Che si tratti degli Who o della Disco music per il cantante o di Alex Raymond o la cultura orientale per il fumettista, il risultato è personale, genuino e visceralmente italiano.

Il percorso autoriale dei due non ha precedenti. Un continuo mettersi in gioco, un susseguirsi di sfide artistiche, che ha spesso disorientato i fans, a volte pigri e refrattari alla novità. Il pubblico non ha compreso che quella “evoluzione” era la più alta forma di rispetto che un artista potesse tributargli. Se la passano meglio i seguaci di Vasco Rossi e Ligabue, ibernati e felici nel blocco di ghiaccio della stessa canzone.

Provo a immaginare un Sanremo rigorosamente in bianco e nero. Il Gruppo TNT interpreta il Pop- Beat di “Un’avventura”. Kriminal canta “Dieci ragazze”. Maxmagnus , una ruspante versione de “Il leone e la gallina”. Lo sconosciuto sussurra il “quotidiano” esistenzialismo di “Emozioni” o de “Il nostro caro Angelo”. Milady 3000 una versione ultra sintetica de “L’apparenza”. Necron, in duetto con la spietata Frieda Boher fanno vibrare la sala con “Cosa succederà alla ragazza”. Le erotiche protagoniste delle 110 pillole intonano “Don Giovanni” a cappella. Il festival lo vince però Tex con la canzone “Con il nastro rosa”. Come è noto, la competizione canora la vince sempre la canzone più orecchiabile, e spesso, meno bella.

Forse il cantante di Poggio Bustone (1943 -1998) ed il fumettista di Bologna (1939 – 1996) non si sono mai incontrati ma mi piace pensare a loro come Magnus & Battisti (Magnus & Bunker) o Battisti Magnus (Battisti Mogol). Le iniziali, magicamente, corrispondono.

 

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.