La “Padania” degli Afterhours

Le sonorità rimandano indietro nel tempo, a “Germi” e ad “Hai paura del buio?”, sarà anche per il ritorno di Xabier Iriondo in studio, ma non bisogna temere retromarce nostalgiche di sorta pur possibili: “Padania” è un disco attualissimo, come testimonia il titolo che, se pur dichiaratamente slegato dalle ultime vicissitudini della Lega Nord (nomen/omen? Non lo sapremo mai…), è comunque lo specchio di un’epoca, quella attuale, dove il potere del potere ha raggiunto livelli d’allarme, al pari dell’assoggettamento mentale della collettività.

Un processo scientifico nel primo caso, inconsapevole nel secondo, nonostante entrambi siano legati da un rapporto di causalità inscindibile. Questa è l’Italia contemporanea riassunta in una parola, nell’immagine di una sola parte geografica di sé, fredda, piatta, nebulosa per definizione, appunto quella “Padania” che campeggia sulla copertina del disco anche come scorcio e non solo come titolo. Un concetto che sa di monito e che questa produzione, come già lasciavano presagire alcune dichiarazioni rilasciate da Manuel Agnelli durante la pre-produzione di questo decimo disco in studio, tiene ben saldo come filo conduttore attraverso i quindici brani che lo compongono: un contesto cupo da cui però si può uscire, a patto che ci sia – e si voglia – una tardiva, ma ancora possibile, presa di coscienza collettiva. E non tanto del singolo in sé, bensì allargata al popolo.

Una messa a fuoco allargata sulla realtà già raccontata qualche anno fa nel singolo sanremese, e forse sottovalutato, “Il paese è reale”. E per questo il sound si uniforma maggiormente rispetto al recente passato della band, mettendo da parte l’eterogeneità de “I milanesi ammazzano il sabato”, e i testi superano l’intimismo di capitoli discografici come “Quello che non c’è” e “Ballate per piccole iene”, frutti dorati di un percorso comunque necessario per arrivare a questa presa di coscienza complessiva. Con “Padania”, insomma, gli Afterhours approdano a una fase nuova della propria carriera, finora soltanto accennata nei dischi precedenti, assumendo un ruolo di spicco nel panorama di quel rock d’autore che si sta riscoprendo militante, in un momento in cui è necessario che anche la musica ritrovi la sua dimensione veramente sociale, quella che parla ai cervelli ancor prima che ai cuori. Per questo “Padania” è disco complesso, fortemente sperimentale, ma alla fine, dopo qualche ascolto, risulta addirittura più immediato dei suoi predecessori. E la scelta della band di autoprodursi e distribuirsi, dopo compilation non condivise e pressioni varie da parte delle major, ne è la conferma.

Come dire, la band ci mette di fronte al fatto compiuto: “così è anche se non vi piace” e chi ama gli Afterhours non può non rendersene conto. Per questo Agnelli e soci vincono ancora: hanno fatto centro ancora una volta. E con queste premesse di contenuti sarebbe stato facile farlo cavalcando l’ondata populistica di certo movimentismo tricolore, anche nei testi, ma gli Afterhours hanno scelto nuovamente la strada di chi, comunque, vuole sperimentare, pur tenendo saldi i piedi sulle proprie radici, magari esaltando l’indubbia vena cantautorale del leader Agnelli, che in apertura di disco con “Metamorfosi” omaggia anche Demetrio Stratos, che non sarebbe la stessa senza l’apporto di una line-up (Giorgio Prette alla batteria, Xabier Iriondo e Giorgio Ciccarelli alle chitarre, Rodrigo D’Erasmo al violino e Roberto Dellera al basso, ndr) che, come lui stesso ha affermato senza esagerare, “è la migliore di sempre”. E “Padania” non è da meno, se aspettate qualche giorno prima di esprimervi.

Author

La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.