La rinascita dei The Gift

 

Capita purtroppo sempre più spesso che reunion attese per anni con tanto di riti propiziatori da parte di fan carichi di aspettative, finiscano col rivelarsi deludenti.
E’ colpa di quello stadio involutivo della vita di un artista nel quale l’imprenditoria prende il sopravvento sulla creatività e finisce col trasformare il nome in un brand e lo stile in un’immagine.
Di esempi se ne potrebbero fare tanti, scontentando qua e la chi non condivide questa posizione o facendosi interpreti di pensieri diffusi, ma non è questo il momento.
Occorre aggiungere, infatti, che quanto detto, per fortuna, non è sempre vero.
Esistono, infatti, band che tornano a riunirsi per il puro scopo di ritrovarsi, attaccare il jack allo strumento, dar corrente alle valvole degli amplificatori, attendere il quattro del batterista e ricominciare a suonare com’era un tempo; e magari finiscono pure col riuscirci. Senza commercio, senza merchandising, senza comunicati eclatanti, senza tournée milionarie, ma con la musica (è paradossale ma a volte è la prima a mancare), la passione e, soprattutto, l’umiltà.
E’ il caso dei The Gift, storica band italiana indipendente che si affermò sui palchi nazionali tra il 1983 e il 1987 con una miscela interessante di rock-new wave, che da qualche tempo è ritornata a suonare dal vivo, promuovendo un disco, “Rebirth”, il cui titolo non ha bisogno di presentazioni.
Il cantante Ugo Sala, il batterista Pino Petraccia, il bassista Belfino De Leonardis e il chitarrista Danilo Burchielli, dopo 25 anni si sono ritrovati e hanno deciso di dare alla luce questo disco da un master dell’86 mai uscito, contenente quattordici brani, e di registrarne ex-novo due, “Desperate dance” e “The chance”, vecchi come gli altri ma mai incisi, per apprezzarli e testarne l’effetto coi suoni di oggi.
Il risultato? “Sostanza e non apparenza, con la musica in primo piano, con energia e vigore”, come loro stessi si definiscono oggi, ricordando che il loro compianto compagno Stefano Alici, chitarrista e fondatore del gruppo, autore di alcuni testi, delle prime copertine e soprattutto ideatore del nome, in omaggio al romanzo “Der Golem”, l’avrebbe pensata allo stesso modo.
Ascoltando il disco, questa idea, questa volontà, diventano evidenti: la reunion dei The Gift è tornare in scena per divertirsi e divertire, ritrovando il vecchio pubblico nei vecchi club e avvicinarne di nuovo, magari quello che oggi, nell’epoca della fruizione musicale telematica schizofrenica, ipertrofica e indiscriminata e spaesato da un mercato troppo condizionante, ignora che l’Italia ha avuto, e per fortuna ha ancora, un underground artistico di assoluta qualità e, molto spesso, anche d’avanguardia.
Con “Rebirth” i The Gift mantengono le promesse: il disco è diretto, essenziale, giustamente scarno, opportunamente influenzato da un decennio, che è quello delle sonorità punk/dark/new wave, che poi si spingerà verso il grunge, che pur si respira in alcune atmosfere di questi brani, insieme a vaghe influenze tipicamente da rock italiano e degli innesti strumentali blueseggianti che vanno addirittura più indietro nel tempo, ovvero agli anni ’70.
Il tutto con un mimimalismo sonoro che rasenta il demotape (ma si è detto che è stato recuperato un master dell’86) ma, superato l’impatto iniziale con un sound che oggi non siamo più abituati a sentire, capiterà almeno una volta di sentirsi “indie” per davvero.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>