La sala d’aspetto

 

Non sta a me ricordare quanto sia stata importante e poliedrica la figura di Dino Buzzati nel panorama culturale italiano. Scrittore per tutte le età, pittore, fumettista di grande valore, scenografo e sceneggiatore, tra gli altri anche di un film che non ha mai visto la luce, il “Viaggio di G. Mastorna” di Federico Fellini. Opera beffata dal destino, proprio come accade nei suoi romanzi.

Alcuni rimproverano all’artista di Belluno di essere stato troppo kafkiano. Ma, io dico, esiste uno scrittore dopo l’avvento di Kafka, che non lo sia ? La risposta è no. Come non può esistere un gruppo pop che non sia in qualche modo beatlesiano.

Tutta l’opera di Buzzati, è sospesa tra la favola e la fiaba che nonostante l’etimologia comune sono due generi piuttosto differenti che hanno però in comune l’afflato morale e le atmosfere spesso inquietanti se non addirittura horror.

Come è noto Buzzati è stato prevalentemente autore di racconti e solo poche volte ha espanso la sua scrittura, non senza momenti di problematicità. Tre dei suoi romanzi hanno un preciso e medesimo tema centrale: l’attesa. Un’attesa frustrante e metafisica che non viene mai risolta nonostante sembri sempre sul punto di esserlo. Il primo ad arrivare in questa sconsolante e straniante sala d’aspetto esistenziale è Giovanni Drogo nel “Deserto dei tartari”, il più celebre romanzo di Buzzati. L’ultimo è l’architetto Antonio Dorigo. Anche lui si consumerà nell’attesa vana. In questo caso, di un amore non contraccambiato per una scaltra prostituta. Anche Dorigo, come Drogo, rimane prigioniero di una sua fortezza Bastiani (Il nome del fortino nel deserto dei tartari), con la lacerante speranza di un avvenimento che possa esaudire il suo desiderio.

Il romanzo mediano di questa trilogia, pubblicato a venti anni esatti dal primo, si intitola “Il grande ritratto”. A dispetto del titolo è unanimemente considerato il più debole dei tre. Non da me, pur comprendendo i limiti oggettivi dell’opera, per i quali si è guadagnato l’ultimo gradino del podio.

“Il grande ritratto” è un romanzo di fantascienza. Ma la fantascienza di Buzzati è assolutamente originale. Spogliata di ogni orpello o enfasi tecnologica. Scarnificata come mai. La descrizione dell’enorme automa senziente (il numero uno), il cui mistero apparentemente è al centro della narrazione, ha la semplicità del libretto delle istruzioni dell’Allegro chirurgo.

A Buzzati non interessano le meraviglie della tecnica futura ma quello che si nasconde nel cuore di Endriade, il protagonista della storia. La gigantesca macchina che avrebbe dovuto rendere i suoi inventori “i padroni del mondo” (cit.) e risolvere tutti i problemi che la mente umana non è in grado di svelare, in realtà, si rivela una ulteriore “fortezza” Bastiani per lo sventurato scienziato.

Endriade è prigioniero di un desiderio ossessivo verso la donna che ha amato e che il destino gli ha sottratto. Disperati e vani saranno i suoi tentativi di riappropriarsi della persona amata e mai completamente posseduta, neanche in vita, attraverso la manipolazione dell’ipertrofico automa. Il tentativo di definire l’amore e imprigionarlo in una smisurata scatola di latta porteranno ad un finale tragico.

Nel grande ritratto, un anno prima di Solaris (1), Buzzati delinea il rapporto illusorio e distruttivo tra l’uomo ed una entità non definita che simula e materializza le sue pulsioni e desideri. 8 anni prima di “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”(2) Buzzati fa chiedere ad un personaggio del romanzo, a proposito dell’automa: “E sogna anche?”.

Che si tratti quindi della sabbia in un deserto o di una rete intricata di cavi, bobine e circuiti, l’uomo di Buzzati è destinato ad aspettare, vittima di un destino incombente. Kafka sosteneva che “non si può vivere al di fuori del processo”. Per Buzzati “non si può vivere al di fuori di una sala d’aspetto”.

 

1) Solaris è forse il romanzo più famoso e celebrato dello scrittore polacco Stanislaw Lem, uno dei piu’ eminenti autori di fantascienza.

2) Romanzo del geniale Philip K. Dick dal quale è stato tratto il film Blade Runner di Ridley Scott. 

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