La scomparsa della comparsa

 

Le comparse del cinema possono riservare brutte sorprese. Hrundi V. Bakshi, la comparsa indiana interpretata dal grande Peter Sellers, è stata senza dubbio la  più pericolosa e goffa della storia della settima arte. All’inizio delle riprese del film (nel film) a cui partecipa, Bakshi fa esplodere, accidentalmente e letteralmente, tutto il set. A parte la straordinaria commedia di Blake Edwards, il ruolo del figurante è davvero delicato. Gli aneddoti su questi attori di sfondo non si contano, tra vistosi orologi al polso in film ambientati nell’antica Roma e prolungati sguardi nella macchina da presa.

Guardare “in macchina” è un tabù per il linguaggio cinematografico e se qualche regista, per scelte narrativo stilistiche può concederselo, di certo non è permesso alle comparse, il cui unico compito è creare, intorno al personaggio, con il quale non deve assolutamente interagire, un ambiente reale. Il figurante appartiene ad una umanità di passaggio. Proprio come la gente che incontriamo per strada, o nelle metropolitane, tutti i giorni. Nulla ci è dato sapere o ricordare di loro. Tutto sommato è un ruolo che ognuno di noi ricopre più frequentemente rispetto a quello di personaggio principale.

Che si tratti di un pluridecorato film d’autore, della puntata plastificata di “Cento vetrine” o di una delle innumerevoli fiction ospedaliere o poliziesche, i corridoi e le strade devono essere costantemente attraversate da figuranti. Precari dell’immaginario. Passano e ripassano alle spalle o davanti agli attori secondo un ritmo che conosce solo l’assistente alla regia, o chi per lui, ma che in realtà possiamo facilmente intuire. A volte, se ci fate caso, la stessa infermiera passa tre volte nell’arco di 2 minuti. E’ un ospedale o un monolocale? Verrebbe da chiedersi.

Mi sembra di vederlo il delegato alle comparse che dirige i loro movimenti agitando le braccia come un direttore di orchestra. Sicuramente è anche costretto a spintonarne qualcuna un po’ distratta o alle prime armi, per farla entrare nel “campo”. In quel caso, la comparsa appare con un leggero saltello, come facevano gli attori dell’avanspettacolo che entravano sul palco sempre con una leggera rincorsa proprio come se qualcuno li avesse spintonati da dietro il sipario. Anche quando escono dal campo, a volte, tradiscono la presenza fisica della macchina da presa. La evitano, con un impercettibile movimento del busto. D’altronde, attraversare con disinvoltura il confine tra la finzione e la realtà, è prerogativa dell’attore. Non si può pretenderlo dal figurante.

La comparsa muove le labbra, ma senza emettere suoni. Gesticola solitamente per enfatizzare e dare credibilità alla conversazione. I più estrosi o talentuosi si impegnano in un dialogo, seppur muto, altri si affidano all’enunciazione di numeri in successione. I loro costumi sono raramente curati. La loro funzione di decoro e riempimento dello sfondo non richiede lo sforzo di un costumista. Certo, se il film è ambientato nel ‘700 è sconveniente che un comparsa indossi una tuta da astronauta (1). Ma, a parte eclatanti incongruenze, il vestito della comparsa è indefinito, come tutto, in lui. La massima indeterminatezza viene raggiunta nelle cosiddette scene di massa quando l’inquadratura è stracolma di comparse, spesso schiacciate l’una contro l’altra. Accade spesso nei film storici. La comparsa cercherà di riconoscersi nella sequenza ma vani saranno i suoi tentativi di dimostrare ad amici e parenti che in quella bolgia ci fosse anche lui.

A dispetto del loro ruolo, le comparse tradiscono, a prescindere, la messa in scena. Per quanto si impegnino nell’ignorare l’occhio della cinepresa o ad essere il più disinvolte possibile, la loro apparizione è sempre artificiosa. Sappiamo che sono state sistemate artatamente e non crediamo mai fino in fondo al loro scorrazzare sulla scena. La loro presenza svela, più di ogni altra cosa, la premeditazione del cinema. Proprio come fa lo sprovveduto figurante indiano in “Hollywood Party”. Nel suo caso, demolendo il gioco della finzione, fino alle estreme conseguenze.

Forse, affinché un film possa restituire un maggiore senso di verità, sarebbe opportuna la “scomparsa” della comparsa. Soltanto gli attori, in scena, con la loro storia ed i loro dialoghi, ed intorno, il vuoto (2). Mi sembra una prospettiva molto più realistica.

 

(1) Accade solo in 2001 Odissea nello spazio di Kubrick

(2) Qualcuno dirà, a ragion veduta, che questo è il Teatro, ma a pensarci bene, anche Dogville di Lars Von Trier.

 

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.