La sindrome nichilista

 

Ricorrono in questi giorni i cinquant’anni della crisi di Cuba, un evento che ha segnato un’epoca intera – la nostra – e quella realtà che è stata chiamata Guerra Fredda. È una fase storica che si caratterizza per l’assenza quasi totale di guerre, se si eccettuano circoscritti conflitti regionali.

La disponibilità di ordigni nucleari ha reso impraticabile la strada del ricorso alle armi che avrebbe avuto come conseguenza inevitabile la distruzione totale. Ovviamente, una situazione del genere non poteva non determinare ricadute sul modo di vivere, anche nella quotidianità. E infatti le conseguenze che si sono avute a livello culturale non sono trascurabili. La guerra faceva parte della vita e, per quanto questo possa sembrare strano, nessuno immaginava come potesse essere una vita senza guerra.

La generazione degli anni Cinquanta è stata, nella storia dell’umanità, la prima generazione a non essere impegnata in una guerra. Si può comprendere che questo non sia un particolare di poco conto e si può comprendere anche quanto una cosa del genere possa aver inciso sulla mentalità della gente. Almeno da questo punto di vista, si tratta di una generazione totalmente diversa dalle altre che la hanno preceduta.

Questo è indubbiamente un vantaggio. Ma come in tutte le cose, anche questa ha il risvolto della medaglia. Le guerre avevano una forza distruttiva devastante; rappresentavano, però, un momento di rottura con il passato cui seguiva una fase di ricostruzione che impegnava le nazioni intere. I “dopoguerra” erano momenti di grande fervore, di grande impegno sociale, di grande creatività. Rappresentavano cioè il momento, dopo gli orrori della guerra, del ritorno alla vita – non per tutti, ovviamente, perché moltissimi non avevano avuto la fortuna di scampare alla morte.

Terminato l’ultimo dopoguerra, il mondo ha conosciuto però questa fase storica della Guerra Fredda che con la sua assenza di guerre non poteva promettere momenti di svolta storica. Era una fase storica indubbiamente bloccata. Soprattutto in quei territori, come l’Italia, che erano posti sulla frontiera, a ridosso della Cortina di Ferro. Ogni più piccolo cambiamento politico avrebbe potuto compromettere il difficile equilibrio e scatenare tensioni che avrebbero portato a quelle conseguenze devastanti che la realtà delle armi nucleari minacciava.

L’Italia è stato così il paese al mondo più bloccato socialmente e politicamente. È per questo che oggi in Italia ci sono forze consistenti, probabilmente maggioritarie, che spingono per forzare questo blocco e per rimettere in discussione la pace sociale. Si tratta di tendenze indubbiamente inquietanti. Ma che non possiamo fingere di ignorare. Politica contro magistratura, giornali contro politici, poteri economici contro potere burocratico, magistrati contro imprenditori, e vi di seguito.

L’obiettivo è distruggere, eliminare i poteri, azzerare l’esistente. È fare in tempo di pace, insomma, ciò che si faceva con le guerre: rovinare per poi ricostruire. È la sindrome nichilista, per usare un termine filosofico, e del mito dell’inizio. Distruggere per ricominciare. A giudicare dalle cronache dei giornali, questa pacifica guerra – che, non illudiamoci, avrà delle vittime – è già cominciata. È benvenuto chi ha un piccone per demolire.

Le autorità, gli unici forse a non aver colto l’aria che tira, si affrettano a prendere provvedimenti per scongiurare il default. Pensando di fare cosa gradita ai loro sudditi. Quando invece è proprio questo default che i sudditi invocano. Per rendersene conto, basterebbe fare un giro per le strade e ascoltare la gente.

Speriamo, comunque, che le cose non stiano esattamente così o che ci sia, almeno, un nucleo di persone che non ceda a questa sindrome nichilista. Perché – è ovvio – quando tutto sarà distrutto, si dovrà pur ricominciare da qualcosa.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>