La “Teoria del piano zero”

Ricordo che quando una domenica d’autunno di dodici anni fa andai a cinema a vedere “Fight club” ne uscì completamente cambiato. Quel film, in poco più di due ore, aveva letteralmente stravolto la mia idea di linguaggio cinematografico, di uso sapiente di una colonna sonora e anche di linguaggio letterario, essendo tratto dal libro di Palaniuk. Ma non solo. Quel film era tremendamente affascinante anche nel suo incedere, inesorabile, verso la fine: una sorta di discesa all’inferno con successiva risalita, un annullamento totale per ricominciare dal fondo. “Fight club” è straordinario ancora oggi e non ho potuto fare a meno di pensarci quando qualche giorno fa i Lemmings mi hanno fatto ascoltare, in anteprima, “Teoria del piano zero”. Il secondo disco della band romana prodotta e capeggiata (alla voce) da Ra-B (al secolo Emiliano Rubbi, produttore artistico e collaboratore del Piotta, ndr), edito da “La grande onda” e “MalaTempora”, è disponibile da oggi nei negozi e nei digital stores. Questo lavoro, tematicamente, è in sintonia perfetta con il senso ultimo di quel film, è un frame realistico e nitido della realtà contemporanea, in bilico, senza sbocchi concreti al di là di un reset globale che, viste le ultime vicissitudini politico-economiche mondiali, alla fine potrebbe non tardare nemmeno tanto, conferendo a questa band anche un sostanziale quanto involontario valore profetico. Ma se questo è il punto d’arrivo, e non a caso la title-track, è l’ultima del disco, prima i nostri ci spiegano come si è arrivati a questa necessità, con altre otto tracce econ un’obliquità nei concetti che li rende mai scontati e mai a rischio di qualunquismo (che in questi casi è sempre dietro l’angolo). “Teoria del piano zero” segue a un disco omonimo, uscito tre anni fa, che era sicuramente diverso, più freakettone, furbetto, contaminato (dal punk al rock’n’roll passando per il surf e il reggae/ska) e che oggi, per contrasto, ha permesso ai Lemmings di tirar fuori il lato più oscuro e meditativo, nei testi e nel suono. Se questo cambiamento a livello sonoro si è manifestato in un approccio più controllato ed acustico, con scatti di rabbia rock (vedi ad esempio “Grune linie” o “Una risata ci seppellirà”) o meno debitori nei confronti del punk, e con molti rimandi invece al cantautorato internazionale,tra fraseggi americani e ritmiche vocali mai scontate che appartengono al patrimonio di genere tipicamente tricolore, a livello lirico, invece, richiamano molto il prefisso “combat-”. Una su tutte? L’incipit del disco: “La spirale delle formiche”, decisamente ardito per loro che ci avevano abituato ad altro. L’atmosfera, insomma, è quella delle canzoni di rivolta, militanti, per certi versi “partigiane”, e questo la dice lunga sul panorama attuale che la band, che suona bene, per tramite del suo cantante, osserva. Una bella prova, ardita, inedita nel panorama italiano, che permette ai Lemmings di ricavarsi un posto di diritto nello sconfinato universo “indipendente” non per necessità ma per scelta.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>