L’altro Lucio

 

Lucio Dalla è andato. Tutti i media hanno tributato il doveroso riconoscimento a questo grande artista e Facebook per diversi giorni si è trasformato in un museo istantaneo. Se scrivo di Lucio è anche perché la sua scomparsa mi ha inevitabilmente riportato alla memoria l’altro Lucio. In realtà, lo penso spesso, indipendentemente da queste infelici circostanze. Dalla aveva una considerazione smisurata del collega di Poggio Bustone. Di lui, oltre alle straordinarie capacità compositive, ammirava la voce e l’utilizzo che ne faceva. La definiva “voce d’emergenza”, paragonandola a quella di Dylan.

“Fa una curva, va su un gradino, poi stride e poi si abbassa, sussurra, per arrivare a quella che è la comunicazione ideale, che è l’opposto del grande cantante”. Cosi’ Dalla descriveva l’originale approccio di Battisti al canto. La stima era abbastanza reciproca e l’irsuto cantautore bolognese ha sempre, con la consueta intelligenza, snobbato e criticato chi, Battisti, il presunto fascista, lo ascoltava “di nascosto”.

Ho molto amato Lucio Dalla. La collaborazione con Roberto Roversi fu un’illuminazione nella canzone italiana. “Come è profondo il mare” e “L’ultima luna”, a mio avviso, sono due delle canzoni più belle che siano mai state scritte sul patrio suolo. Canzoni filosofiche e misteriose che continuano ad affascinare. Il disco del 1980 che ha come titolo il solo cognome, è un disco pop perfetto. Almeno, cosi’ lo ricorda il quattordicenne dentro di me che lo consumò, letteralmente. Ho sempre nutrito invece una certa diffidenza verso “Caruso”. Questo, in sintesi, il mio rapporto con Dalla.

 

La sua produzione è stata frenetica, poliedrica e sperimentale, per quanto, sempre legata a doppio nodo con la tradizione della romanza. Il fattore che lo ha reso però veramente unico, era la sua curiosità. Questa grande virtù, che inevitabilmente si amalgama alla generosità, lo ha portato ad essere un grande scopritore di talenti e a misurarsi sempre con altri artisti, reinventandosi quasi teatralmente. O meglio, trascinando gli altri nel suo personale e riconoscibilissimo teatrino musicale. Una ricerca famelica, quasi quanto quella del lupo della sua canzone. De Gregori, Ron, Morandi, Carboni, Stadio, Bersani, Mango, Pavarotti, sino ai duetti più impensati in diverse trasmissioni televisive. Ogni occasione era felice, per sfidare, con leggerezza, se stesso e gli altri. Senza trascurare, in questo percorso, le nuove leve dei Talent show, l’orrido Mengoni sino a Carone (o Caronte, vista la prossimità tra Sanremo e la dipartita del cantante).

Questa ricerca costante del confronto è stata certamente un’inclinazione che gli derivava dalle sue origini jazz. Un approccio ironico e disincantato verso il mare profondo ed infinito della canzone e dei suoi interpreti.

A questa collezione di collaborazioni ne mancava una. La più ambiziosa. Lucio Battisti. E’ il 1984, un anno importante, di svolta, per entrambi. Dalla è al termine di una parabola artistica straordinaria che gli ha dato un successo enorme. La vena creativa sembra, non dico inaridita, ma certamente svigorita. Non c’è da meravigliarsi quindi che il cantautore cerchi una “botta” di adrenalina per rinnovare la propria passione e trovare nuovi stimoli. Un collaborazione con l’altro Lucio sarebbe l’ideale, anzi, a rischio overdose.

Battisti ha pubblicato da poco “E già” il suo primo album senza Mogol. Le indiscrezioni sulla separazione tra i due sono infinite. Qualunque esse siano state, con il suo nuovo enigmatico disco, Battisti certifica che il suo nuovo percorso è incompatibile con il suo paroliere di sempre.

In questo contesto Lucio Dalla invita a cena l’altro Lucio per illustrargli un grandioso progetto. Si incontrano in un ristorante. Una scena, anzi cena, eccezionale, che farebbe impallidire anche Dan Brown. Dalla propone il suo ambizioso piano. Incidere un album, un solo evento dal vivo, un video e un libro che documentino il tutto. Battisti lo ascolta ma è lo stesso Dalla che dichiara: “Non mi dava molta importanza. Poi si puli’ la bocca e disse che non si poteva fare, che si sentiva molto cambiato e che si stava muovendo su tutt’altra ricerca musicale”.

Voci di corridoio riferiscono che Battisti si congeda da quell’incontro con queste parole: “Lucio, paga il conto”. Non vi è certezza di questa battuta ma, dall’idea che mi sono fatto di Battisti, della sua genuinità, a volte cinica, non mi sento di escluderla.

Questo convegno, riservato e leggendario, termina senza un esito positivo. A posteriori, si comprende come non poteva essere altrimenti. Battisti aveva incontrato e scelto il suo nuovo Poeta e poco meno di due anni dopo avrebbe pubblicato “Don Giovanni”. Una vertigine rispetto a tutta la produzione precedente del ruspante ma geniale artista. L’inizio di un’ esperienza rivoluzionaria che ancora oggi, in tanti, faticano a comprendere appieno e che in qualche modo è vittima di una vera e propria epurazione culturale. Alle onomatopee di Dalla, Battisti preferisce i neologismi di Pasquale Panella. Il bolognese invece, nello stesso periodo, lancia il tour e il disco in coppia con Gianni Morandi. Un successo che contribuisce non poco a tirare fuori Morandi dalla naftalina.

Vi risparmio il retorico finale in cui auspico che i due Lucio possano realizzare il loro progetto in Paradiso. Purtroppo non credo nella vita ultraterrena. Superfluo dire, visto che c’è di mezzo Battisti, che non sono riuscito a trovare una foto che ritraesse i due grandi autori insieme, in quella circostanza o in qualunque altra.

 

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.