L’amore che tutto move

 

«Cosa sarà che fa crescere gli alberi, / la felicità /… Cosa sarà a far muovere il vento…». Nel testo del brano di Lucio Dalla non sfugge un riferimento letterario, una citazione dotta. È il riferimento al verso conclusivo della Divina Commedia: «l’amor che move il sole e l’altre stelle».

Secondo Dante – è un’idea del tutto estranea alla cultura contemporanea – l’amore non è un vago e volubile sentimento umano, ma una concreta realtà, una forza fisica che regola l’intero ordine della natura. L’amore «move il sole e l’altre stelle» e «fa crescere gli alberi», come cantava Dalla. Nella concezione dantesca, l’amore è paragonabile, dunque, a un campo magnetico che, attraversato da onde, consente la vibrazione di tutto ciò che si muove nella realtà naturale. La cultura contemporanea, come si diceva, ha relegato questa azione alla sfera intima della persona; l’amore è ciò che farebbe vibrare il cuore. Nella concezione medievale che ha trovato una così sublime espressione nella Commedia dantesca, non era così; il “campo magnetico” dell’amore pervade l’intero universo, determinandone le più varie evoluzioni.

La scienza moderna ha ricondotto le forze che generano il moto all’interno di determinate leggi fisiche, presumendo che ciò possa costituire una spiegazione sufficiente al fenomeno del moto universale. In realtà, la scienza non riesce affatto a spiegare la natura di queste leggi. La fisica riesce a spiegarne gli effetti e la stretta relazione con le cause; ma cosa sia, per esempio, la forza gravitazionale, cosa sia la luce, non si sa. E forse la scienza non sarà mai in grado di fornire, al riguardo, risposte adeguate. Non è in grado certamente di rispondere al grande quesito dantesco sulla natura del “motore” universale. Sì, perché non è sufficiente sapere “come” si muovono le cose; la ragione esige anche una spiegazione circa il “motore” che genera il movimento.

È un’esigenza che invece nella poesia di Dante trova una perfetta corrispondenza. E chi ha detto che le risposte della poesia siano meno vere di quelle della scienza? «La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove».

Ciò “che tutto move”, come abbiamo visto, è appunto l’amore. O, come cantava Dalla, la felicità. È un’idea che è stata fatta propria anche da un altro grande poeta della letteratura italiana. Giacomo Leopardi, in “Canto notturno di un pastore errante per le vie dell’Asia” scrive i versi probabilmente più belli e intensi che siano mai stati rivolti alla luna. «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli? / Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga / di mirar queste valli?»

«Quando miro in cielo arder le stelle», scrive Leopardi, in un verso del Canto notturno, si ha la percezione di cosa ci sia dentro questo misterioso e incalzante «riandare i sempiterni calli». Su questo mistero il pastore leopardiano riceve illuminazione dalla luna: «E tu certo comprendi / Il perché delle cose, e vedi il frutto / Del mattin, della sera, / Del tacito, infinito andar del tempo. / Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore / Rida la primavera, / A chi giovi l’ardore, e che procacci / Il verno co’ suoi ghiacci».

Il lettore contemporaneo rimarrà forse perplesso di fronte a questa immagine della primavera, di fronte all’idea di una natura che rifiorirebbe nel rivolgere il sorridente sguardo al suo misterioso “dolce amore”. Ma «cosa sarà che fa crescere gli alberi» se non la felicità?

 

La foto dell’articolo è di Simona Guarini

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