l’Aquila che non riesce più a volare

Questo weekend sono stato a L’Aquila.

Ci ero già stato 10 giorni dopo il terremoto, ci sono tornato 3 anni e mezzo dopo.

Sono andato in centro a fare un giro. Ci sono andato con il buio, nel vuoto assoluto delle 8 di sera.

Tutto vuoto, tutto spento. Musica a distanza. La seguo. Un bar aperto in piazza duomo con le casse esterne che diffondono musica della radio. poco più avanti uno striscione di stoffa, “bar” e una freccia, il tutto scritto con lo spray. Accanto a una piazzetta inaccessibile piena di macerie incontro due figure che spuntano dal buio, perse, con una piccola mappa sul cellulare. Come facciamo a arrivare in questa strada?

Non lo so, proprio non lo so. E mentre cammino non posso non guardarmi attorno, guardare in alto, guardare palazzi che non ho mai visto con tanta attenzione, puntelli, impalcature, finestre aperte, portoni con i catenacci, macerie, strade bloccate, cassette con la scritta “zona derattizzata”. La musica è un richiamo, è un segnale che dice ci siamo, siamo qui e siamo attivi. Stesso segnale per altri due bar presenti sul corso. Poi la camionetta dei militari e la deviazione per arrivare alla fontana luminosa. San Berardino, vista da dietro, dalla piazzetta del teatro è impressionante. Un castello di pali di ferro.

Siamo andati in periferia, in un capannone industriale trasformato in pub/pizzeria. pieno di gente. Avevamo il locale più grande del centro storico, abbiamo riaperto qui.
E intanto Suffulu mi racconta un po’ come vanno le cose, delle difficoltà e dei paradossi che si creano in situazioni estreme, della gente che è andata via, e mi racconta dell’eroina che è ricomparsa in maniera diffusa e anacronistica e gira tra giovani e ragazzini, chetamina e cocaina per i più grandi, di un’ ondata di violenza diffusa, furti, omicidi futili, del nervosismo generale, degli amici che prendono il porto d’armi. qui stanno tutti fuori di coccia. i più lucidi sono quelli che hanno perso qualcuno.

La catastrofe sociale non è una calamità naturale.

La mattina dopo, alle 9, sono ritornato al centro, con il sole di una bella giornata, le montagne piene di neve e tutto il disastro di una città immobile e abbandonata. Una perfetta location post-apocalittica. Camminando per i vicoli deserti ho avuto paura. La sera prima il buio aiutava. E invece la luce mostra le finestre rotte, i portoni aperti, sfondati, le porte dei negozi aperte e i puntelli all’interno. Ma non c’è nessuno, neanche i cani randagi. In alto sventolano brandelli di bandiere istituzionali, rimaste lì, mangiate dal tempo.

Poco più tardi inizio a vedere gente che fa lo struscio domenicale. E’ normale, la vita va avanti, eppure attorno è così, con i puntelli che fanno tutti lo stesso segno sulle porte, ⊼, un marchio, un segnale di peste.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.