Le ossa di san Pietro

 

Nella notte tra il 9 e il 10 febbraio del 1939 moriva Achille Ratti, sommo pontefice col nome di Pio XI. Era stato un papa con un carattere molto forte e, negli anni di Mussolini, questo era un problema. Sebbene Roma sia una città sufficientemente grande, non è evidentemente grande abbastanza da permettere la convivenza di due antagonisti con un carattere “forte”, come erano il duce e papa Ratti.

Due giorni prima, Pio XI aveva scritto un discorso di fuoco contro il fascismo che non ebbe però il tempo di pronunciare perché, appunto, morì. La morte di questo rivale fu l’ultimo grande favore che il destino concesse a Mussolini, prima che le cose per lui cominciassero a volgere al peggio. L’ultimo desiderio espresso da Pio XI fu quello di essere sepolto nelle grotte vaticane. E anche questo era un problema. Nelle grotte vaticane non c’era posto per lui e la situazione non aveva alternative: o disattendere le volontà pontificie o allargare le grotte vaticane. Nessuno era così sciocco da pensare di non rispettare le volontà di questo spigoloso papa; pertanto, il Vaticano si orientò decisamente per la seconda soluzione.

Questo fu il primo scoglio che si trovò davanti il nuovo papa Eugenio Pacelli il quale, per mandare all’anima del suo predecessore un inequivocabile segnale di deferenza, prese il suo stesso nome e volle chiamarsi Pio XII. Ma papa Pacelli, oltre che deferente, era anche un uomo con un forte senso della giustizia. E deve aver pensato: dal momento che siamo costretti a intraprendere i lavori per far posto a un numero maggiore di papi morti, è giusto anche che sia trovata un’adeguata sepoltura al primo dei papi, san Pietro.

Si trattava, quindi, di cercare nelle necropoli vaticane le ossa del principe degli apostoli che, in vita, le circostanze avevano portato a Roma e che era finito appeso a una croce con la testa in giù; dopo di che, se si deve credere a quello che scrive san Girolamo, fu «seppellito a Roma in Vaticano presso la via del trionfo». In quello stesso punto dove poi fu eretta la Basilica col cupolone.

La ricerca dei resti mortali di san Pietro durò la bellezza di dieci anni e fu come mettersi a cercare l’arca dell’Alleanza perché non era concepibile la Basilica di san Pietro, come centro della Chiesa universale, senza quelle ossa. Gesù aveva detto infatti: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Era inconcepibile cioè che sotto quella chiesa non ci fosse quella “pietra” che era stato Pietro.

Il papa Pio XII puntò molto su questa storia del ritrovamento dei resti mortali dell’apostolo anche per un altro motivo: in quegli anni un teologo tedesco, il protestante Karl Heussi aveva pubblicato dei libri in cui si sosteneva che san Pietro non era mai arrivato a Roma. Di conseguenza, sarebbe stata priva di fondamento l’idea che Roma fosse il centro della Chiesa cattolica e che il papa, successore di Pietro, avesse una missione rivolta al mondo intero.

Ma Pio XII sbagliò a caricare di un’attesa eccessiva l’impresa della ricerca delle ossa di san Pietro, perché i lavori si conclusero senza che le reliquie spuntassero fuori. Così almeno si disse e così disse lo stesso Pio XII alla conclusione dei lavori nel 1950. Si era nell’anno del giubileo e, per l’occasione, il papa avrebbe dovuto presentare i risultati di questa importante campagna di scavo.

Onestamente, sebbene a malincuore, papa Pacelli dovette ammettere pubblicamente che le ossa di san Pietro non erano state ritrovate. Alcuni studiosi si fecero comunque carico di rendere noti i risultati scientifici dei lavori archeologici in una pubblicazione intitolata “Esplorazioni sotto la Confessione di San Pietro” e che fu dedicata a Pio XII, forse per lenire le ferite del clamoroso insuccesso. Questa pubblicazione, dunque, doveva essere la conclusione di un’esperienza che aveva avuto un esito purtroppo sconfortante. Invece la storia ebbe un seguito imprevisto.

Tra gli autori di “Esplorazione sotto la Confessione di San Pietro” c’era un certo padre Antonio Ferrua, un gesuita che nessuno aveva invitato a partecipare ai lavori di scavo, ma che aveva trovato la maniera per intrufolarsi ugualmente nel gruppo degli archeologi. Appena un anno dopo, senza informare nessuno, l’intruso padre Ferrua aveva pubblicato sul quotidiano romano Il Messaggero un articolo sull’argomento delle reliquie di san Pietro. L’articolo era illustrato con una dettagliata ricostruzione dell’area di scavo. Questa illustrazione richiamò l’attenzione di Margherita Guarducci, insigne archeologa, su un particolare che era stato omesso nella pubblicazione precedente delle “Esplorazioni”: un graffito tracciato a mano con la dicitura “Pet-enì”. Il significato del graffito, per la Guarducci, era inequivocabile: era la forma contratta di un’espressione in lingua greca che attestava che “Pietro è sepolto qui”.

Margherita Guarducci decise che era il caso di indagare e di informare Pio XII di alcuni sospetti che erano affiorati nella sua mente dopo aver osservato l’illustrazione pubblicata sul quotidiano. I sospetti si rivelarono non del tutto infondati; anzi la studiosa scoprì, grazie alla rivelazione di un testimone, che nell’anno 1941 monsignor Ludwig Kaas, economo della Fabbrica di San Pietro aveva ritrovato, sul luogo degli scavi, dei resti umani di cui poi si erano perse le tracce. Monsignor Kaas era un prete tedesco, una persona che godeva della massima considerazione agli occhi di Pio XII. Era, inoltre, un personaggio che aveva una certa reputazione, essendo stato un importante politico ai tempi della Repubblica di Weimar; successivamente, come molti altri politici scomodi, durante gli anni delle dittature fascista e nazista, aveva trovato rifugio in Vaticano.

Non era chiaro perché l’economo della Fabbrica di San Pietro avesse spostato l’urna con quelle ossa; si disse che il religioso, avendovi trovato dei resti di ossa umane, aveva probabilmente pensato che fosse suo dovere di sacerdote cercare un’idonea sepoltura. La spiegazione non era affatto convincente, anche perché l’urna fu ritrovata nel cassetto della scrivania di padre Ferrua che chiaramente non è il posto più idoneo per una sepoltura. La Guarducci capì che lì si voleva nascondere qualcosa. Volle quindi esaminare quelle ossa. Vennero fuori alcuni particolari interessanti. L’urna conteneva ossa di un uomo che aveva un’età di 60-70 anni e che era privo di piedi. Due particolari che possono ben riferirsi all’apostolo Pietro. I resti erano inoltre avvolti in un tessuto pregiato di porpora decorata con fili d’oro che poteva essere utilizzato soltanto per le sepolture di personalità molto importanti. Ma come mai tutto ciò si trovava in una necropoli di gente di umili condizioni? Anche questo particolare rimandava all’apostolo Pietro che agli occhi delle autorità romane che lo condannarono a morte non era che un insignificante pescatore di Galilea, mentre per i cristiani era il fondamento della Chiesa. Sulla tomba vi era anche un bollo laterizio del tempo di Vespasiano che attestava l’epoca della sepoltura e quel graffito di cui si è detto e che affermava che “Pietro è sepolto qui”.

Per Margherita Guarducci il quadro era sufficiente chiaro per concludere che le ossa di san Pietro erano state ritrovate. Si recò quindi da Pio XII per informarlo delle sue conclusioni. Il papa approvò e questo doveva bastare. E invece padre Ferrua, che come gesuita avrebbe dovuto essere meno insubordinato, ingaggiò una personale battaglia contro la Guarducci, mosso probabilmente da motivi banalissimi. Come poteva essere una certa gelosia per il fatto che il papa avesse preferito le conclusioni di una donna laica a quelle di un prete gesuita. Mosso forse anche da un certo risentimento perché la Guarducci aveva smascherato il suo piano di occultare i reperti.

Ognuno rimase sulle proprie posizioni e non ci fu verso di ricomporre la disputa. Anzi, la Guarducci rincarò la dose, pubblicando un articolo con un titolo un po’ pungente: “Le prove indiscutibili”. È stata una polemica che si è trascinata a lungo, fino quasi ai giorni nostri, a motivo del fatto che i due protagonisti – fortuna loro – raggiunsero entrambi, anno più anno meno, l’invidiabile traguardo dei cento anni di vita.

Intanto le ossa di san Pietro furono rinchiuse in un nuovo contenitore, all’interno del quale fu inserito un cartiglio che spiegava che quei resti umani “si ritengono” appartenute all’apostolo Pietro. Le ossa furono quindi riportate nello stesso posto dove erano state trovate. Fu allora che qualcuno notò che facendo partire un filo a piombo dalla sommità del cupolone della Basilica, questo andava a toccare con esattezza proprio quel contenitore con quei resti umani che “si ritengono” appartenute al principe degli apostoli.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.