l’impossibilità del futuro in una stanza

E’ il 1976 e Luigi Tenco presenta il suo ultimo album, per la gioia di pochissimi e selezionati cultori della fase sperimentale che ha superato a destra e ad una velocità incredibile il proiettile sanremese di nove anni prima. Ad ospitare l’evento, un non frequentatissimo club romano famoso per le pareti tappezzate di riproduzioni gigantesche delle strisce di Métal Hurlant. La scelta del luogo non è casuale, il nuovo lavoro dell’ex cantautore genovese trasuda futuro da ogni singola nota; i brani cantati sono soltanto cinque contro i diciassette strumentali degni di scenari cinematografici sconosciuti ai più: in ogni caso, tutti rigorosamente senza titolo. La copertina del LP – che non lascia scampo a scale cromatiche diverse da un rosa invadente e allo stesso tempo entusiasmante – non riporta né il nome dell’autore né il titolo dell’opera e soltanto sul retro si può notare il logo della piccolissima etichetta musicale Tecnologica Dischi, l’unica a lasciare a Luigi la possibilità di registrare senza obblighi da “sistema” di nessun tipo.

Gino Paoli è in crisi, registra cose diverse da quelle che l’hanno portato al successo nazionale una decina d’anni prima, ma è presente tra il pubblico; osserva attentamente Luigi alle prese con un numero spropositato di tastiere di ogni tipo e ne è visibilmente attratto, tanto che cerca di avvicinarsi al palco per analizzare minuziosamente la ricca strumentazione lontana anni luce dalle sue idee in musica. Gino sogna una collaborazione, è chiaro, anche perché il nuovo percorso discografico smaccatamente “d’autore” gli va stretto e ha bisogno di proiettarsi in avanti, di lasciare certi compiti ad un altro amico che è sempre più portavoce di un’Italia che fatica a rinnovarsi ma molto a suo agio tra una consolazione poetica e l’altra.

Il disco viene suonato per intero e c’è anche il tempo di ascoltare una versione totalmente riarrangiata e irriconoscibile di Tu non hai capito niente per vocoder e theremin. Le copie presenti al banchetto – 150 e nessuna distribuzione prevista nei negozi – vengono letteralmente saccheggiate al punto che qualcuno si lamenta e commissiona ad uno dei fortunati acquirenti una registrazione pirata casalinga, qualcun altro tenta addirittura di strappare un invito a casa per un ascolto in amicizia. Come c’era da aspettarsi, si parla subito di un capolavoro, l’entusiasmo è palpabile nell’aria e un soddisfattissimo Luigi cerca di intrattenersi un po’ con tutti raccontando aneddoti sulla lavorazione dell’album e lanciando incredibili sorrisi degni delle sue legnate futuristiche da sintetizzatore.

I pochi giornalisti accorsi tentano immediatamente di appuntare qualche parola sui loro taccuini ma l’imbarazzo leggibile sui volti è tremendamente più veloce delle loro penne. Lo spettacolo a cui hanno assistito è qualcosa di insolito, non possono delegare il compito al pilota automatico scrivente e non conoscono colleghi abituati ad allucinazioni uditive di questo tipo. L’unica soluzione stilistica possibile è l’astratto o, al limite, rispolverare qualche vecchio articolo – mai arrivato in edicola – su un’esibizione alquanto esotica di Luciano Cilio presso una nota galleria d’arte dalle parti di Piazza di Spagna.

Il pubblico lascia lentamente il locale ammirando le bellissime strisce di Metal Hurlant alle pareti, Gino si siede ad un tavolo della sala retrostante e pensa nervosamente alla sua etichetta discografica, la Durium, e al nuovo album da consegnare entro breve, nonostante le idee scarseggino pesantemente; aspetta Luigi, impegnato ad autografare qualche copia del disco agli ultimi presenti in sala, non sa cosa dirgli, cosciente della salute non ottimale del loro rapporto ma cerca di farsi coraggio, di delineare una proposta convincente. Passano pochi minuti e i due si ritrovano al bancone, ordinano qualcosa, e iniziano a parlare della possibilità di un’opera a quattro mani: Gino Paoli ai testi, Luigi Tenco le musiche, la Durium felicissima di produrre una rimpatriata del genere, gran successo di vendite, e felice ritorno tra i big della canzone italiana dietro l’angolo. Passano le ore, è quasi mattina, Gino è letteralmente ubriaco ma tiene duro di fronte all’invito folle di un lucidissimo Luigi a privarsi della parola, consegnarsi al futuro tramite i soli suoni. Queste sono le condizioni o non si procede. Gino è a pezzi, perde i sensi e non capisce se Luigi è ancora lì o è già tornato a casa o chissà in quale altro posto; barcollante lo cerca invano, decide di uscire dal locale e incamminarsi per le vie del centro di Roma, città lenta ed immobile come lui.

Si risveglia il pomeriggio nel suo letto e non capisce dove possa esser finito Luigi e, cosa ancor più grave, non sa come rintracciarlo; vorrebbe riformulargli la proposta, magari scendere ad un compromesso, tentare di convincerlo ad ogni costo, sottoporgli i nuovi pezzi realizzati* invitandolo a dare il suo contributo deviante; è al corrente del fatto che l’amico non suona spesso dal vivo, quindi nessun concerto in vista dove ridiscutere di persona, per non parlare dei tipi della Tecnologica Dischi, dei massoni a tutti gli effetti. In poche parole, nessuna via di scampo o di cambiamento.

Il futuro in una stanza si ferma qui per Gino, o più precisamente alla festa dell’Unità che lo aspetta in serata, solita scaletta, nessun inedito, suonare il passato in virtù degli accordi presi con gli organizzatori e neanche una Stefania o un’Ornella da amare.

 

* Nel 1977 uscì per la Durium il nuovo album dal titolo “Il mio mestiere” e Gino non si privò nella maniera più assoluta della parola per un totale di 18 pezzi. Album doppio.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.