l’Industrial (r)evolution di Giovanni Rossi

 

 

Nonostante una certa longevità ed una enorme differenziazione nel suo ambito, l’industrial è un genere musicale che è sempre rimasto tendenzialmente underground.
Questo, visto quanto è poi accaduto ad altri filoni e tendenze della musica contemporanea, non è di certo da considerare un limite, anzi, se così non fosse stato forse Giovanni Rossi non avrebbe riempito 448 pagine per ricostruirne la storia e l’evoluzione.
Il giornalista-collaboratore di “Ritual” (la prima rivista italiana dedicata alla musica e alla cultura gothic, dark, electro e industrial, ndr) ha pubblicato nelle scorse settimane “Industrial (r)evolution”, volume edito da Tsunami edizioni, in cui ricostruisce l’intera storia e la conseguente evoluzione della musica industrial, dalle origini alle più recenti contaminazioni, anche attraverso il contributo di 200 interviste effettuate agli artisti più rappresentativi della scena di ieri e di oggi.
Un’opera monumentale non solo nelle dimensioni ma anche, e soprattutto, perché va a colmare una lacuna letterario-musicale non indifferente, diventando un must per gli estimatori e un vademecum per i neofiti, spesso anche in queste tendenze influenzati dal mercato.
Di tutto questo, in modo più organico e compiuto, ne ho parlato in una piacevole intervista con l’autore, rivelatosi disponibile e molto simpatico.
Parafrasando l’espressione con cui si indica uno dei momenti più affascinanti della storia contemporanea, la “rivoluzione industriale”, il tuo libro, “Industrial [r]Evolution”, ricostruisce la storia di un genere musicale estremo, tra i più underground del panorama ma seguitissimo e, per questi motivi, molto affascinante: qual’è stata la rivoluzione che l’industrial ha portato nella musica?
G.R. L’industrial ha condotto una rivoluzione musicale da due punti di vista, di forma e di contenuti. Partendo da questi ultimi, l’industrial ha fin da subito rotto ogni tabù segnando una forte discontinuità con la musica popolare contemporanea, compiendo un tragitto simile a quello percorso dal dadaismo ad inizio ‘900. Le tematiche toccate sono state da subito ai limiti di ogni sopportazione, ben oltre le convenzioni comunicative, molto spesso in spregio a cultura e morale dominante, affiancate ad un lato visuale e rappresentativo di rara crudezza frutto delle radici nella performance art più estrema. Anche per questo la sua diffusione è stata guardata con estrema attenzione dai salotti culturali più avanguardisti di mezza Europa. Dal punto di vista della forma, l’industrial ha ricodificato l’utilizzo di strumenti convenzionali, ne ha inventati di nuovi, all’avanguardia nella sperimentazione di ogni novità, ha recuperato l’estetica del rumore e del concretismo elevandole all’ennesima potenza. Anche la sua diffusione è del tutto originale, avvenuta non con i classici canali distributivi della musica, ma tramite il passaparola sotterraneo, la mail art, la duplicazione e scambio di cassette.
Il titolo lascia intendere anche una sorta di evoluzione del genere: com’è cambiato dalle origini ad oggi l’industrial?
G.R. La scena è profondamente mutata nel corso degli anni, dando corpo a correnti tra loro molto diverse e sviluppandosi in direttrici differenti anche da un punto di vista geografico. Se da un lato l’industrial ‘old school’ è sopravvissuto fino ad oggi, pur con carica provocatoria e iconoclasta di differente entità (ma del resto è cambiato anche il contesto sociale), negli anni sono nati l’EBM, il dark ambient, l’industrial metal, correnti che esaltano e sottolineano alcuni dei tratti distintivi fondanti del genere originario. Negli USA le contaminazioni con metal e hardcore sono state più marcate, mentre in Europa il genere è rimasto più ancorato a sperimentazione e concretismo. Sfido chiunque a dire che Ministry e Einsturzende Neubauten suonano la stessa musica, eppure nessuno esita a classificare entrambi come ‘industriali’. Non è una banalità, ma ciò che fa ancora la differenza nel distinguere l’evoluzione dall’involuzione sono l’originalità e la genuinità della proposta: chi si limita a ricalcare i modelli ha vita breve in una scena come questa.
E’ ancora un genere di rottura?
G.R. Decisamente sì. Pur con i cambiamenti del caso, lo ripeto, l’industrial rimane un genere controculturale. Quando vado a una serata industrial vedo ancora gruppi e artisti immersi nell’atmosfera originaria portare avanti le istanze fondanti. C’è ancora la voglia di sperimentare, di cantare fuori dal coro, di stravolgere il pentagramma, di dire quello che gli altri non dicono. L’industrial continua ancora ad iniziare laddove tantissimi altri generi finiscono, infischiandosene delle mode e delle tendenze, grazie ad un’attitudine che permane immutata. A chi pensa che questo genere sia morto solo perché non escono più nuovi album di Throbbing Gristle o Coil, consiglio di farsi un giro nei club dove questa scena pulsa più viva che mai.
Nonostante lo sdoganamento dell’industrial ad opera di certi artisti, uno su tutti Trent Reznor con i NIN ma potremmo dire la stessa cosa dei Rammstein, il genere è rimasto fondamentalmente underground, perché?
G.R. Perché l’anticonvenzionalità si sposa poco con le logiche del mainstream. Parlare di pedofilia, omosessualità, razzismo, politica, speranze deluse, modelli sbagliati, non fa vendere. Né il mainstream interessa a chi entra in questa scena. Percuotere una chitarra come se fosse un tamburo o fare un concerto a base di droni e riverberi non avvicina ai gusti del grande pubblico, né apre le porte delle venue più importanti. Qualcuno ci riesce, molti altri no, ma poco importa, considerato che chi ama questa scena non compone per soldi o per successo. Trent Reznor è un esempio di successo, oggi molto criticato da chi dimentica la sua gavetta ed i fortissimi legami con maestri come Thirlwell e Peter Cristopherson. I Rammstein sono un altro esempio di come la contaminazione industriale sia in grado di produrre sonorità che, al di là delle etichette, portano una ventata di novità nel panorama musicale proprio grazie al loro gradiente innovativo.  
Nel tuo libro, oltre a ripercorrere la storia del fenomeno e del genere, analizzi anche i messaggi, i contenuti dello stesso: quanto l’industrial è stato, o magari è ancora, rivoluzionario da questo punto di vista?
G.R. I primi gruppi industriali come Throbbing Gristle o SPK portavano avanti tematiche decisamente disturbanti affiancandole ad una forte critica nei confronti della cultura dominante. Il modo di condurre questa critica era provocatorio, shoccante, eppure fortemente ancorato a contenuti mai pretestuosi o fini a se stessi. Chi fa musica industriale oggi non prescinde da questo retroterra e pur con mezzi differenti (siamo nell’epoca degli mp3 e di file sharing) cerca sempre di guardare oltre i modelli proposti dalle convenzioni. Collettivi come Death Pact International e Laibach sono un esempio di come istanze nate quasi quarant’anni fa possano essere riattualizzate e modernizzate senza perdere un grammo di originalità.
E’ stato difficile, visto il carattere sotterraneo del fenomeno, ricostruirlo in toto?
G.R. La ricostruzione, davvero complessa, è stata a sua volta un processo industriale! Ogni volta che mi addentravo in un’intervista, scoprivo nuovi scenari, gruppi, nomi, segnalati dall’intervistato stesso, così mi sono trovato ad esplorare segnalazioni e suggerimenti completamente nuovi anche per me. Non penso che “Industrial [r]Evolution” sia riuscito a ricostruire in toto il fenomeno, né penso che nessuno potrà mai farlo senza che qualcosa sfugga, ma certamente costituisce una buona bussola per chi vuole addentrarsi in questa pericolosa esplorazione! Certo il fatto che gran parte della scena si muova in un ambito underground, ha reso il tutto più movimentato e complicato. Ma è anche questo il bello di un genere in cui si è ben lontani dal ‘è già stato detto tutto’. 
E l’Italia? E’ memorabile una scena anni ’80/’90 concentrata soprattutto al Nord, della quale era esponente di spicco anche il compositore Teho Tehardo. Oggi?
G.R. Le voci che ho raccolto dall’Italia sono davvero tante e non poteva essere altrimenti, contando l’altissimo contributo che gli artisti italiani hanno portato allo sviluppo della scena. I lavori di Maurizio Bianchi e Atrax Morgue fanno ancora scuola, maestri come Eraldo Bernocchi o Teho Teardo non hanno bisogno di presentazioni. Ma anche oggi l’Italia ha molto da dire e “Industrial [r]Evolution” cerca di dare spazio a molti nostri connazionali. Sebbene sia difficile ricondurre tutto sotto il cappello di una vera e propria scena, l’industrial ha trovato qui molto terreno fertile. Si va dagli Xp8 di Marco Visconti ai progetti discografici e solisti di Stefano Rossello, dal successo internazionale di Tying Tiffany ai grandissimi Kirlian Camera, dal minimalismo di At The Funeral Of My Violet Rabbit alle promesse degli Army Of The Universe, ognuno di loro rappresenta un’anima diversa di questa scena. E sto tralasciando una marea di valenti esponenti underground che oggi popolano Milano, Roma, Torino, Bologna. Avviso ai naviganti rivoluzionari tricolori: c’è vita e rumore in Italia!
Ad “Industrial (r)evolution” è dedicato anche un blog, presente al seguente link, da dove è anche possibile acquistarlo.

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